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Terrorismo, l’origine del Califfato è la Rivoluzione Islamica: il modello khomeinista

Califfato e Rivoluzione Islamica

Sulla base della cronologia storica è possibile affermare che il califfato jihadista tragga la sua origine come contrapposizione alla Rivoluzione Islamica Iraniana. La panoramica retrospettiva sottolinea che quest’ultima – avvenuta tra il 1978 ed il 1979 – trasformò la monarchia del Paese in una rigorosa repubblica islamica sciita, che ha turbato fino ad oggi l’area mediorientale. Questo studio diviso in capitoli, ripercorre gli eventi – dalla rivoluzione khomeinista in Iran allo scontro tra wahhabiti e Fratelli Musulmani – che hanno alimentato il jihadismo fino ai giorni nostri.

Che cos’è una repubblica islamica e dove è presente

Una repubblica islamica è una forma di governo in cui l’autorità religiosa detiene il potere politico dello Stato, nonché supervisiona e controlla gli organi amministrativi, fornendo le indicazioni relative alla giurisprudenza da seguire, fondate sul Corano e sulla Sunna. Questa forma di governo è presente in Iran, Pakistan e Mauritania: in Iran è a maggioranza di sciiti duodecimani, mentre nelle altre due repubbliche la maggioranza religiosa è sunnita.

La guerriglia in Iran e il ritorno di Khomeini

Era il 1975 quando lo Scià, incalzato dalle contestazioni, dichiarò fuorilegge tutti i partiti politici. Ma il drammatico aumento della disoccupazione e dell’inflazione scatenarono, nel maggio del 1977, le proteste di piazza. Prima scesero in piazza gli intellettuali, poi i religiosi seguiti dagli studenti, infine i movimenti politici nazionalisti e comunisti. Si sviluppò così una rivoluzione di massa, che minò le fondamenta del castello monarchico, costrinse alla fuga lo Scià e consentì il ritorno in patria del suo acerrimo oppositore, l’ayatollah Ruhollah Khomeini. All’inizio furono i Fedayn-e khalq – “volontari del popolo”, d’ispirazione marxista – a condurre la guerriglia i quali, in seguito, decisero di unirsi ai mujaheddin islamici per ampliare la lotta ed estendere la protesta.

Il 30 marzo 1979 nasce la Repubblica Islamica dell’Iran

Alle forze di sinistra, l’applicazione della Sharia sembrava una ipotesi lontana da realizzare, ma il “clero sciita” consolidò il potere assunto dalla fazione integralista a scapito delle forze laiche, risvegliando i sentimenti patriottici e nazionalisti iraniani. Al ritorno Khomeini – rientrato in patria il 31 gennaio 1979 – monopolizzò la rivolta con i suoi seguaci, esautorando i gruppi di ispirazione politica laica che l’avevano iniziata. Nel mese di febbraio l’ayatollah assunse il potere, mentre i tribunali rivoluzionari processavano e giustiziavano gli uomini del vecchio regime. Il 30 marzo 1979, con un referendum fu promulgata la Repubblica Islamica dell’Iran.

L’ideologo della rivoluzione in Iran fu Ali Shariati

Ma il vero incubatore della rivoluzione iraniana fu la “teologia della liberazione” dell’ideologo Ali Shariati (1933-1977). Quest’ultimo nacque nel Khorasan (Regione storica dell’Asia, corrispondente alla provincia più orientale dell’Impero persiano, oggi è divisa in 3 parti: all’Iran è restata la parte sud-ovest con capoluogo Mashhad, al Turkmenistan la parte nord, all’Afghanistan la parte sud-est, cioè Herat). Dopo gli studi di prima formazione, Ali Shariati si trasferì in Francia ove conseguì un dottorato in Sociologia alla Sorbona nonché ebbe stretti rapporti con leader dell’indipendenza algerina ed esponenti della sinistra occidentale dell’epoca, ancorati all’ideologia marxista. Influenzato dalla cultura occidentale – e dalla dottrina marxista – elaborò sue personali teorie, rimanendo tuttavia ancorato ai valori della religione islamica sciita. Tornato in Iran nel 1963, fu immediatamente arrestato con l’accusa di aver avuto contatti con dissidenti iraniani all’estero. Rilasciato, fu comunque ancora perseguitato – sempre a causa delle sue idee – e nel 1975 emigrò a Londra dove morì nel 1977.

La “teologia della liberazione”, fondata sul tawhid

Il fondamento dell’ideologia di Shariati fu il principio della unicità, ovvero del tawhid che nell’Islam rifiuta la separazione fra mondo terreno e mondo ultraterreno, fra religione e politica, fra politica e società. Congiunte a tale principio, le sue idee rifiutavano ogni separazione: razze diverse, padroni e dipendenti, ricchi e poveri, ecc… Sulla base dei suddetti fattori, espresse una concezione del mondo umanista denunciando tutti quegli elementi corruttori che compromettevano la giustizia e l’uguaglianza. Shariati divenne così il nemico della “cultura occidentale”, accusata di aver intossicato la società iraniana e tutta l’area islamica. Ricorse al Corano per attirare reiteratamente l’attenzione sugli “oppressi della Terra” per contrapporre “oppressi ed oppressori”, usando i termini coranici mostadafine (diseredati) e mostakbirine (arroganti), trasferendo così la lotta di classe nel repertorio islamico. Inoltre rielaborò il principio del martirio tipico della cultura sciita (shahada) con una prospettiva politico-rivoluzionaria finalizzandone l’impiego alla liberazione dall’oppressione.

Khomeini riprende Shariati

Le teorie di Shariati ibridarono le prospettive rivoluzionarie marxiste con le aspirazioni dei diseredati islamici sciiti, delle quali inizialmente si avvalse il partito Tudeh per raccogliere consensi tra giovani ed indigenti nelle proteste contro lo Scià. Il linguaggio rivoluzionario di Shariati fu comunque ripreso da Khomeini in chiave religiosa che ne fece l’ossatura dell’ideologia della sua rivoluzione islamica divenuta così nazionalista con influenze marxiste. Il celebre motto “neither East nor West but Islamic Republic” – agenda della sua politica estera – ne è l’attestazione con la quale ha sfidato, per un decennio, l’imperialismo delle Potenze straniere. Con tale retorica, il khomeinismo ha attirato il consenso della popolazione, principalmente delle classi meno abbienti o “diseredati”, alle quali si rivolgeva.

La visione anti-occidentale dell’ayatollah

La rivoluzione islamica iraniana, inoltre, pose subito al bando bevande alcoliche, gioco d’azzardo e prostituzione, omosessuali, stupro, ed adulterio e comunque comportamenti difformi dalla Sharia (le donne dovettero coprire braccia e gambe, non usare abiti succinti, coprire il capo con un velo per nascondere i capelli). L’azione rivoluzionaria trasformò lo sciismo in ideologia politica, caratterizzata da una dimensione onnicomprensiva che incorporava sia l’ambito pubblico sia quello privato. Nella visione di Khomeini, il “clero” combattente doveva rifiutare la concezione attendista dello sciismo ma aveva il dovere di assumere il potere fino all’avvento del Mahdi, per impedire che a governare fossero regimi empi e avversi della religione.

La velayat-e faqih alla base della nuova Costituzione iraniana

In mancanza del Mahdi, Khomeini riteneva che i sapienti e gli esperti della legge islamica avessero il dovere di esercitare il potere. Da qui il concetto di velayat-e faqih, la “tutela del giureconsulto”, che sarà alla base della nuova Costituzione della Repubblica Islamica. Siffatta concezione può essere considerata quale compito assegnato allo Stato iraniano – sotto la guida di un governo virtuoso – di diffondere nel mondo i valori della Rivoluzione iraniana. La stessa Costituzione islamica iraniana preparò il terreno affinché tale rivoluzione proseguisse sia all’interno che all’esterno del Paese. In particolare, si impegnava e si impegna tuttora nella diffusione delle idee rivoluzionarie – in termini di rapporti internazionali con altri movimenti islamici e popolari – mirata a rendere possibile l’attuazione di un’unica Ummah mondiale.

Lo “Stato Sociale” delle Fondazioni

Di conseguenza, accanto agli organi istituzionali iraniani fu data origine a varie organizzazioni rivoluzionarie che – tramite l’abbinamento di “componenti” ideologici con “fattori” economico-politici – avevano ufficialmente il fine di realizzare gli ideali di giustizia islamica e di redistribuzione delle ricchezze, quest’ultime obiettivo della rivoluzione. Numerose fondazioni (bonyad) sorsero all’indomani della rivoluzione – nel 1979 – fra cui la Fondazione dei diseredati e dei veterani di guerra (bonyad-e mostazafin va janbazan) e la Fondazione dei Martiri (Bonyad-e shahid). Entità che hanno dato vita a una particolare forma di “stato sociale” a sostegno dei meno abbienti, delle famiglie dei martiri e dei militari, offrendo posti di lavoro, alloggi popolari, assistenza sanitaria e borse di studio, non solo nell’ambito del territorio nazionale ma anche all’estero.

L’Iran esporta la rivoluzione islamica. In Iraq arriva lo SCIRI di Muhammad Baqir al-Hakim

Sulle Fondazioni si basava l’ideologia dell’“esportazione della rivoluzione”, peculiarità del decennio khomeinista (1979-89) che l’ayatollah Khomeini e il gruppo di suoi sostenitori religiosi radicali patrocinavano. Costoro elaborarono una strategia per replicare l’esperimento della rivoluzione e del governo islamico iraniano anche in altri Paesi della regione. Il primo venne realizzato in Iraq con la costituzione nel 1982 – durante la guerra Iran-Iraq – dello SCIRI (acronimo dell’espressione inglese “Supreme Council for the Islamic Revolution” in Iraq), ad opera dell’ayatollah Muhammad Baqir al-Hakim come gruppo di opposizione a Saddam Hussein. Lo SCIRI ha subìto nel tempo varie trasformazioni passando da partito “Organizzazione Badr per la Rivoluzione Islamica in Iraq”, a “Movimento Nazionale della Saggezza” quale è oggi.

Il modello della Repubblica islamica iraniana si è diffuso velocemente a tutta la popolazione musulmana del Medio Oriente e in particolare del Golfo Persico

Il modello dirompente della Repubblica islamica iraniana – con il suo “carico” di assistenza sociale e radicalismo, con i suoi appelli ai musulmani degli altri Paesi a ribellarsi a governi corrotti e ingiusti, con i suoi tentativi di esportazione della rivoluzione in altri Paesi della regione – rappresentava dunque un pericolo per l’ordine regionale. La posizione strategica a livello internazionale dell’Iran unitamente all’importanza del Golfo Persico nonché di tutta l’area medio orientale nello scacchiere mondiale hanno inizialmente favorito la diffusione della Rivoluzione islamica iraniana a tutta la popolazione musulmana di tale area, con un’influenza di portata internazionale, in quanto emblema della vittoria degli oppressi sugli oppressori.

Nel 1979 ci fu lo strappo tra Iran e Arabia Saudita, che vedeva minacciato il proprio modello statuale

Di fatto, la Rivoluzione iraniana faceva nascere il primo esperimento di governo islamico guidato direttamente da religiosi, con una palese e indubbia sfida agli altri governi della regione ed alla loro legittimità basata sulla religione islamica: prima fra tutti l’Arabia Saudita. Ed è proprio nel 1979 che ha avuto origine lo strappo tra i due Paesi, tradottosi poi in una rovinosa ed ininterrotta contesa. L’ideologia rivoluzionaria khomeinista era ed è percepita dai Saud con sospetto e timore ritenendo che quanto accaduto al di là del Golfo Persico fosse una potenziale minaccia al proprio modello statuale basato sulla stretta alleanza religiosa wahhabita e, soprattutto, sulla legittimità del proprio ruolo quale custode dei luoghi sacri dell’Islam, La Mecca e Medina.

La guerra Iran-Iraq acuì l’ostilità della quasi totalità dei Paesi della regione verso l’Iran, facendo nascere lo “stato di assedio” alla Nazione

La guerra Iran-Iraq (1980-1988), inoltre, acuì l’ostilità – della quasi totalità dei Paesi della regione – contro la neonata Repubblica Islamica che si palesò fin dal 1980. Da quell’esperienza nacque il senso di “totale solitudine” che ancora oggi determina l’azione strategica iraniana nella regione.  La percezione di un senso di assedio – cioè di accerchiamento da parte di tutti i Paesi vicini – contro la nuova realtà politica islamica, si è rafforzata nel corso degli anni con la progressiva ricerca iraniana di un proprio ruolo regionale: la derivata esportazione del khomeinismo è avvenuta in funzione della ricerca dell’accennato ruolo, facendo ricorso soprattutto alla dawa – predicazione e proselitismo islamico – denominazione conferita all’azione espansiva di propaganda e conversione.

Come si è evoluta nel tempo l’esportazione del modello rivoluzionario khomeinista

L’esportazione del modello rivoluzionario khomeinista è stata poi condizionata e “arginata” da vari fattori: in primis l’invasione sovietica dell’Afghanistan (dicembre 1979), seguita dalla guerra Iran-Iraq (1980), poi dalla Prima guerra del Golfo (1991), dall’attentato alle Torri Gemelle (2001), dalla Seconda guerra del Golfo (2003) ed infine dallo sviluppo delle «primavere arabe» (2011). L’attuale dirigenza iraniana, inoltre, ha percepito come eccessivamente costoso – sia in termini monetari sia di reputazione – l’esportazione della rivoluzione allo scopo di rovesciare governi e instaurare altre repubbliche islamiche. Di conseguenza la leadership sciita ha preferito mantenere un cordiale rapporto con gli altri Paesi della regione, sia come “difesa avanzata” sia come possibilità di intervento ovunque i suoi interessi vengano minacciati.

Gli Indomabili

Photo Credits: Google Map

Gli Autori

Luciano Piacentini – Brevettato incursore, è stato Comandante di Unità Incursori nel grado di Tenente e Capitano. Assegnato allo Stato Maggiore dell’Esercito, ha in seguito comandato il Nono Battaglione d’Assalto Paracadutisti “Col Moschin” e successivamente ricoperto l’incarico di Capo di Stato Maggiore della Brigata Paracadutisti “Folgore”. Ha prestato la sua opera negli Organismi di Informazione e Sicurezza con incarichi in diverse aree del continente asiatico. E’ laureato in Scienze Strategiche e Scienze Politiche.

Claudio Masci – Ufficiale dei Carabinieri proveniente dall’Accademia Militare di Modena, dopo aver assunto il comando di una compagnia territoriale impegnata prevalentemente nel contrasto al crimine organizzato, è transitato negli organismi di informazione e sicurezza nazionali. Laureato in scienze politiche. Tra i suoi contributi L’intelligence tra conflitti e mediazione, Caucci Editore, Bari 2010 e The future of intelligence, 15 aprile 20122, Longitude, rivista mensile del MAECI.

Pino Bianchi – Architetto, esperto in risk management, organizzazione, reingegnerizzazione dei processi e sistemi di gestione aziendali. Per oltre venti anni ha diretto attività di business, marketing, comunicazione e organizzazione in imprese multinazionali americane ed europee. Consulente di direzione in ICT, marketing, comunicazione, business planning e project financing.

ANTIOCO – Ha maturato varie esperienze lavorative in Italia e all’estero occupandosi di consulenza direzionale, sviluppo di mercati, cooperazione internazionale e gestione commerciale per rilevanti realtà industriali. Da sempre attento ai temi della security, ha ricoperto in realtà strategiche nazionali vari ruoli di responsabilità occupandosi di business continuity, security strategic planning, security communication, ricerca e analisi informativa e corporate intelligence.

Francesco Bussoletti

Claudio Masci e Luciano Piacentini sono gli autori di: “The future of intelligence”, articolo del 15 aprile 2012, pubblicato su Longitude, rivista mensile del MAECI, nonché dei libri: “L’intelligence tra conflitti e mediazione”, Caucci Editore, Bari 2010 (esaurito) e di “Humint… questa sconosciuta (Funzione intelligence evergreen)”, acquistabile da Amazon.

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