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Io sono te, un lettore che vuole sapere per sentirsi più al sicuro

Io Sono Te, Un Lettore Che Vuole Sapere Per Sentirsi Più Al Sicuro

Internet non dimentica e aiuta a ritrovare qualcosa che ritenevi perduto

Il bello di Internet è ritrovare qualcosa che ritenevi perduto. Qualcosa come questo articolo. L’ho scritto parecchio tempo fa, il 14 novembre del 2015. La sera prima c’erano stati gli attentati di Parigi. Avevo fatto nottata a seguire le notizie. Con la Tv, le agenzie, il telefono. Nel pomeriggio, il mio direttore d’allora mi chiese a bruciapelo un editoriale, un pezzo senza notizia, un commento, qualcosa da mettere a chiusura dello speciale. Mi erano passate davanti tante di quelle immagini, nelle ultime ore, che non riuscivo più nemmeno a pensare. Ero stanco. Di tutto, anche di scrivere. Di colpo mi tornò alla mente un tizio, il protagonista di una serie tv che avevo visto qualche mese prima. Si chiamava Everett Backstrom, un poliziotto grasso, mezzo alcoolizzato e con tendenze autolesioniste.

Non sempre si riesce a dire “Io sono te…”

Un personaggio sopra le righe, conteso tra due mondi, bene e male: per comprendere i ragionamenti e i movimenti di un criminale fingeva di parlarci. “Io sono te…” cominciava. Mi ricordo che quel pomeriggio, dopo aver scritto e letto e visto e sentito di tutto sugli attentati, provai a fare la stessa cosa: immaginai di avere uno degli attentatori di Parigi proprio davanti a me e di parlarci, per comprenderlo. “Io sono te…”, gli avrei dovuto dire per rispettare il copione che volevo impormi. Pensai che non ci sarei riuscito: troppo orrore, troppo difficile anche solo il desiderio di capire. Mi fermai a “io sono…”.

“Io sono…”

“Io sono una bottiglia di vino vuota bevuta di nascosto da un cameriere algerino mentre due presidenti discutono di niente a bocca asciutta due stanze più in là.
Io sono la pallottola di un Lebel sparata a Verdun nel 1916. Ho ucciso un uomo tedesco e ancora lo piango e mi dispiace per ciò che faranno miliardi di mie sorelle pallottole.
Io sono tutti i cadetti di Guascogna, occhio d’aquila, gamba di cicogna, denti di lupo, baffi di spinoso, che alla canaglia grattano la rogna.
Io sono Valeria Solesin, veneziana di 28 anni dispersa al Bataclan. Non so dove sono, non so se sono viva o morta, ma ho paura.
Io sono lo schizzo di sangue di re Luigi XVI finito sulla faccia di un rivoluzionario che ha preso la Bastiglia per essere libero e guarda negli occhi Robespierre.
Io sono una bambina di 10 anni imbottita di esplosivo da Boko Haram. Tanti anni fa ho ucciso 19 persone nel mercato di Maiduguri, capitale dello Stato di Borno.
Io sono la dottrina di Francois Mitterand e ti accetto per quello che sei, un rivoluzionario, un guerrigliero, un terrorista. Puoi vivere qui, basta che tu deponga le armi. Sarai libero, come gli altri.
Io sono te, un miliziano dell’Isis. Sono un ventenne con una cintura esplosiva e un fucile d’assalto. Tremo di foia. Sparo sulla folla di uno stadio, uccido e rido. Mi faccio esplodere per uccidere ancora, ma dopo non riesco più a ridere perchè denti mi sono saltati fuori dalla bocca nello scoppio.
Io sono te, criminale comune drogato di rabbia e desideroso di riscatto e vendetta nei confronti di un mondo ricco che non mi vuole. Servo Allah il Misericordioso senza usare misericordia. Muoio crivellato dalle pallottole di un agente di polizia gay, cristiano, e non andrò in Paradiso per questo”.

La memoria non è cronaca: deve durare più a lungo di una notizia

Pubblicai il pezzo e finì lì, perché anche l’eco della notizia di una strage non dura più di qualche giorno e poi viene dell’altro. Il mondo va avanti, e l’informazione con lui. É giusto così. La memoria, però, non é cronaca: deve durare più a lungo di una notizia, va rinfrescata ogni tanto e allora serve ripubblicare ciò che é stato, per rileggerlo col famoso senno di poi. Non è cambiato molto da quella notte: appena qualche centinaio di morti in piú, molte parole nuove nel glossario della paura e quel senso di panico latente quando cammini per strada a Parigi, a Londra, a New York, ovunque. Prima non c’era, adesso lo avverti quando vai al lavoro o torni a casa, in metropolitana mentre leggi notizie sul tuo smartphone, la domenica mattina al parco o in chiesa, per chi ci va.

Il “sapere” è l’antidoto alla paura

Dicono che sia la paura a tenerci vivi e che lo faccia fin da quando eravamo soltanto grosse scimmie, e che oggi questo sentimento sia solo più raffinato e complesso di prima. Non diverso, evoluto. Allora, il sottotitolo di questo spazio mi da conforto. Lo rileggo: “tutto quello che devi sapere”. Torniamo sempre lì: il sapere come antidoto alla paura. Qui cercherò allora di informarvi. Di farvi sapere quel che potrò e di aiutarvi a restare al sicuro. ‘Politiche’ é il titolo che ho scelto perché politica è tutto quello che fa l’uomo in relazione a se stesso e ai suoi simili. Ecco, qui parleremo di politica della difesa e della sicurezza e lo faremo alla vecchia maniera, magari usando parole più nuove o che prima non conoscevamo.
Gic
(Twitter: @gcaroli)
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