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Terrorismo, gli sviluppi di Isis e Al Qaeda. Quale minaccia ci aspetta?

Terrorismo, Gli Sviluppi Di Isis E Al Qaeda. Quale Minaccia Ci Aspetta?

Isis e Al Qaeda sono due facce della stessa medaglia, coniata in tempi diversi ma con un obiettivo comune: ricreare il Califfato abolito da Ataturk. Ciò rappresenta non solo un pericolo concreto per la sicurezza globale, ma rischia anche di scatenare una guerra di religione dagli esiti incerti

Il terrorismo di Isis e Al Qaeda e i suoi possibili sviluppi. È questo il titolo di uno studio, effettuato dagli Indomabili, che traccia la storia delle due formazioni e dei fenomeni che hanno portato alla loro ascesa e caduta, nonché alla rinascita dell’“araba fenice”. Una nuova formazione, che mette a frutto le peculiarità di ognuna delle due facce della stessa medaglia: leadership, capacità operative e logistiche, nonché tecnologia. Ciò allo scopo di ricreare con ogni mezzo, violento in primis, il Califfato abolito da Ataturk. L’analisi, divisa in capitoli, vuol essere uno strumento utile per capire la nuova forma terroristica e ricercare strumenti idonei per contenere e/o mediare le dirompenti dinamiche del jihadismo, le quali abbracciano varie aree geopolitiche e periodi storici. Sviluppi che rappresentano un pericolo concreto per la sicurezza globale, non solo in Occidente, e che rischiano – come accaduto recentemente in Nuova Zelanda e nelle Filippine – di scatenare una vera e propria guerra di religione dagli esiti incerti; reazioni a catena con il conseguente sviluppo di una spiralizzazione della violenza di incontrollabile portata e di difficile contenimento.

Prologo: La propaganda dei fatti

Il 27 gennaio 2019, è stato compiuto un attentato alla cattedrale cristiana di Jolo nelle Filippine – da due kamikaze che si sono fatti esplodere – il quale ha causato venti morti e oltre 110 feriti. L’azione è stata rivendicata da Isis che, già da qualche tempo, aveva trasferito in quelle isole transfughi dello Stato Islamico dall’area siro-irachena, unendosi ai resti del gruppo di Abu Sayaff (franchising di al Qaeda) per formare una nuova cellula terroristica nell’area. Il 13 maggio del 2018, in tre chiese (una cattolica, una pentecostale e una calvinista) di Surabaya la seconda città più popolosa dell’Indonesia, sono stati compiuti altrettanti attentati suicidi, che hanno causato 13 morti ed oltre 40 feriti. Sei i kamikaze fra cui una donna velata che si è fatta esplodere insieme ai suoi due figli di circa 10 anni, nonché due minori e un bambino appartenenti alla stessa famiglia. Gli attacchi sarebbero stati organizzati dal gruppo Jemaah Ansharut Daulah (Jad), che ha giurato fedeltà allo Stato Islamico.

Come è nato il terrorismo moderno

Trattasi degli ennesimi episodi di “propaganda dei fatti”, metodo indispensabile per il terrorismo internazionale per diffondere e far conoscere le sue strategie politico-ideologiche, attraendo proseliti. L’attuale sviluppo terroristico di cui Isis è il porta bandiera non può essere compreso nella sua vasta e diffusa potenzialità disgregante senza analizzarne i prodromi da cui origina e la strategia che lo sottende. Ciò in quanto l’analisi del fenomeno pone in risalto che tutte le forme terroristiche implicano una dottrina geopolitico-strategica che le inneschi, le alimenti e le diriga sugli obiettivi (strategici) da perseguire. A iniziare dal Regime del Terrore (luglio 1793-luglio 1794), attuato dal Comitato di Salute Pubblica parigino, preoccupato per una probabile invasione prussiana finalizzata alla restaurazione dell’Ancien Regime. I rivoluzionari francesi temevano i cosiddetti “realisti”, i quali furono le principali vittime del terrore: “… Bisogna che i nemici periscano… solo i morti non tornano indietro…”.

Il terrorismo è l’arma contro le democrazie per condizionare il consenso che lega i governanti con i governati 

Inoltre, i sentimenti di terrore suscitati negli avversari politici sono da sempre un “imprinting” della guerra e un metodo di lotta politica. L’attacco, nei regimi democratici, del diritto alla vita e alla sicurezza, sia singola sia collettiva, persegue un obiettivo strategico: l’imposizione di un nuovo assetto politico. La democrazia si fonda su rispetto delle regole e sul giusnaturalismo. Per la teoria giusnaturalista esiste una legge naturale precedente e superiore allo Stato che attribuisce diritti soggettivi, inalienabili e imprescrittibili agli individui singoli prima che si fosse costituita qualsiasi società. Lo Stato, che sorge per volontà degli stessi individui, non può violare questi diritti fondamentali, se li viola diventa dispotico. Il terrorismo, pertanto, è la tipica arma impiegata contro le democrazie per condizionare o interrompere quel consenso che lega i governanti ai governati. 

La “guerra surrogata” per sviluppare conflitti asimmetrici

Più un’organizzazione sociale è complessa, maggiormente estese sono le conseguenze della distruzione di uno dei suoi elementi produttivi e quindi maggiori sono le possibilità di provocare la reazione popolare o soluzioni dittatoriali sia monistiche sia proletarie. Il terrorismo, dunque, è una tipica arma contro la democrazia per: la sua assoluta dipendenza dagli organi di informazione, che divulgano le sue gesta tramite i moderni mass-media (propaganda dei fatti); l’interruzione del rapporto di fiducia fra “governanti” e “governati”. Infine, il terrorismo è sempre più spesso impiegato come “guerra surrogata”; cioè come strumento particolarmente idoneo per sviluppare conflitti asimmetrici. Ancorché preconizzato nel 1978 (cfr. Rassegna dell’Arma dei Carabinieri anno 1978, n.4), ha trovato la sua attuazione a livello strategico nel 2001, passando da quello tattico della “propaganda dei fatti” a “operazione paramilitare strategica” con acquisizioni informative, pianificazione e attuazione – secondo i canoni della guerra – con i due attentati contro leTorri Gemelle di New York, annichilendo l’avversario. Oggi si è trasformato in “guerra ibrida”, con la comparsa sullo scenario internazionale di ISIS. 

La infowarfare non segue regole e non rispetta convenzioni

La guerra ibrida, incentrata sulla infowarfare (guerra delle informazioni), non segue regole perché non ne esistono e non rispetta convenzioni in quanto gli attori sono quasi sempre non statuali e si nascondono dietro l’anonimato per cui non sono di facile individuazione. La nuova forma conflittuale combina sapientemente la guerra convenzionale, la guerriglia, il terrorismo e la infowarfare ormai assurta a cyberwarfare (guerra cibernetica), coinvolgendo: teatri operativi, apparati informativi, strutture economiche e sociali, ambiente psicologico e politico. Lo sviluppo del fenomeno necessita di due fattori fondamentali: gli sponsor (ovvero i registi occulti) ed i finanziamenti, fattori indispensabili per condurre – nel tempo – prolungate attività terroristiche. Il terrorismo islamista non si sottrae a questo paradigma, anzi vi aggiunge la partecipazione sia diretta sia mediata non solo dei soggetti attivi contendenti – organizzazione terroristica e Stato – ma anche attori terzi direttamente interessati al suo sviluppo operativo per il perseguimento di autonomi o concordati obiettivi strategici.

Isis è la diretta filiazione di Al Qaeda, le due formazioni sono le due facce di una stessa medaglia

Sulla base di queste premesse riteniamo che l’ISIS sia la diretta filiazione di al Qaeda, che le due formazioni rappresentino le due facce di una stessa medaglia, coniate in tempi diversi e per contrastare sviluppi geopolitici differenti. Sono affermazioni che appaiono categoriche, ma tracciando una sincronizzazione temporale degli eventi che hanno condotto alla costituzione dello Stato Islamico ed alla sua disfatta, nonché agli attuali conati di una rinascita come l’araba fenice, gli eventi delineati risultano altamente probabili.

L’esordio del terrorismo di matrice jihadista. L’Iran punta al Sudan e l’Arabia Saudita reagisce 

Nel 1979, tentativi di esportazione della rivoluzione islamica iraniana nel mondo – attuata dalla Suprema Assemblea Iraniana della Rivoluzione Islamica (SAIRI) – inizialmente si rivolsero verso l’Iraq, con la costituzione del Supremo Consiglio Islamico per la Rivoluzione in Iraq (SCIRI). Poi puntarono in direzione di diverse aree dell’Asia centrale, con particolare riferimento alle cinque repubbliche sovietiche musulmane. Tali tentativi si scontrarono con la realtà sunnita radicata in quelle aree – altresì sostenuta da Arabia Saudita e Pakistan – per cui gli iraniani rivolsero la loro politica di influenza verso altre zone dell’Africa centrosettentrionale, con priorità verso il Sudan. Queste mire non potevano lasciare indifferenti i leader sunniti, soprattutto l’Arabia Saudita, che non intendeva concedere campo libero alla diffusione delle ideologie teocratiche sciite. Sul proprio territorio ospitava da lungo tempo una nutrita colonia di sciiti, stabilitasi nell’area fin dai secoli immediatamente successivi alla nascita dell’Islam e fino ad allora tollerata, ancorché considerata eretica ed emarginata.

Lo scontro sciiti-sunniti passa da Afghanistan e Pakistan. Nasce il fondamentalismo islamista, grazie al sostegno della Jamaat-e Islami di Maududi

L’area maggiormente interessata dalle mire iraniane non era tanto quella africana, ma quella contigua dell’Afghanistan e del Pakistan. La difesa della controparte sunnita, da questi tentativi, era però già stata approntata nel medesimo periodo con la strategia del Concetto Coranico della Guerra, elaborata dal Generale di Brigata pakistano S. K. Malik. Inoltre, il Pakistan, fin dalla sua creazione nel 1947, fece del nazionalismo islamista l’ideologia unificante dello Stato, che trasfuse nella sua Costituzione del 1973 quando divenne Repubblica Islamica del Pakistan e l’Islam fu dichiarato religione di stato. Nel corso del tempo il fondamentalismo islamista pakistano si è rafforzato con la globale e profonda islamizzazione ad opera del generale Muhammad Zia ul-Haq, autore di un colpo di stato militare, che governò il Pakistan dal 1977 al 1988. Egli operò con il sostegno dei mullah della Jamaat-e Islami (società islamica) di Abul Ala Maududi (alias Mawdudi 1903-1979): teologo e politico, conosciuto anche come Mawlana (Maulana) o Shaykh Sayyid Abul A’la Mawdudi o Abul Ala Maududi, figura politica di primo piano del Paese.

Le teorie della Guerra Coranica di Malik

Secondo le teorie della “Guerra coranica” nel Corano sono presenti dottrine belliche differenti rispetto a quelle cui sono abituati i pensatori occidentali, perché non sono prodotte dall’uomo. Si tratta di principi e comandamenti di guerra rivelati da Dio, e quindi parte integrante della dottrina coranica. Dottrina in cui la ummah – la comunità islamica universale – rappresenta il principio spirituale e immanente d’integrazione dell’umanità, cioè sovra-nazionale, sovra-razziale, sovra-linguistico e sovra-territoriale. Le teorie di Malik indicano che la guerra, ovvero la jihad, va sviluppata tra musulmani e infedeli e non fra Stati che, per la dottrina coranica, non esistono. Conseguentemente, il concetto strategico di potenza, è rappresentato dalla jihad: totale sia nella condotta sia nella tecnica di sostegno. E’ lotta continua e infinita, intrapresa su tutti i fronti, inclusi quelli politico, economico, sociale, morale e spirituale per ottenere gli obiettivi che la strategia politica si prefigge. 

“Il terrore è la decisione che vogliamo imporre al nemico”. Lo scopo finale è raggiungere obiettivi politici attraverso la jihad

Secondo Malik, la potenza della jihad porta con sé la potenza di Dio e fa del concetto coranico di strategia una teoria divina. Il generale continua sostenendo che “quando Dio desidera imporre la sua volontà sui nemici, sceglie di farlo gettando il terrore nei loro cuori”. Identificando così il centro di gravità della guerra “nell’animo dell’uomo, nel suo spirito e nella sua fede”. Ne consegue che il terrore è concepito sia come mezzo sia come obiettivo principale della guerra: “Il terrore non è un mezzo per imporre una decisione sul nemico. E’ la decisione che vogliamo imporre. Il terrore può essere instillato soltanto se la Fede dell’avversario è distrutta”. La teoria della “guerra coranica” sottolinea infine che lo scopo finale o il bene principale delle operazioni belliche coraniche non è la salvaguardia della vita, ma raggiungere obiettivi politici attraverso la jihad. La morte per questa causa porta il mujaheddin direttamente alla ricompensa paradisiaca, per cui il sacrificio è sacro e la morte non deve essere temuta, ma auspicata.

La Guerra Coranica come strumento per contrastare l’invasione sovietica dell’Afghanistan

Il Concetto Coranico della Guerra fu approvato con una prefazione del dittatore islamista pakistano, il generale Zia Al Haq (“Fonte della verità”), il quale considerava l’Afghanistan e le repubbliche musulmane dell’Asia centrale il retroterra strategico pakistano in caso di conflitto con l’India. All’interno del testo si sottolineava l’importanza dell’elaborato come strumento di jihad, riservato non solo ai soldati ma declinato in forma bellica anche dall’intera collettività della ummah. Siffatta strategia sembra approntata appositamente per contrastare la quasi contestuale invasione dell’Afghanistan ad opera dell’Unione Sovietica (dicembre 1979) – favorita dal Partito Democratico Popolare Afghano (PDPA), di stampo marxista-leninista, che provocò la reazione della popolazione islamica e la formazione di vari gruppi guerriglieri di mujaheddin (combattenti della jihad). Da guerriglieri a milizia islamica.

La nascita di Peshawar 7, dei Reggimenti Islamici e della Maktab al-Khidamat (MAK)

L’invasione URSS in Afghanistan del 24 dicembre 1979 provocò reazioni a livello internazionale, in particolare in Arabia Saudita, Regno Unito e Usa. Le varie fazioni di guerriglieri, inizialmente autonomamente insorte, nel 1985 furono riunite sotto un comitato, denominato “Peshawar 7”, composto da altrettanti gruppi esclusivamente sunniti. A queste il Pakistan, con a capo il generale Zia-ul-Haq, per timore di un’ulteriore escalation sovietica in direzione dei confini del proprio Paese, affiancò unità organizzate, denominate “Reggimenti islamici”. Erano composte da giovani estremisti musulmani provenienti da quasi tutti i Paesi islamici – in particolar modo quelli dell’area nord africana – addestrati militarmente in campi pakistani. Per il controllo di “Peshawar 7” – e al fine di convogliare in Afghanistan denaro, armi e combattenti provenienti da tutto il mondo arabo – era stata costituita a Peshawar, nel 1984, sotto la direzione dell’ISI (Inter-Services Intelligence, il servizio segreto pakistano), la Maktab al-Khidamat, Ufficio Servizi (MAK).

La MAK, finanziata da Osama bin Laden, istituisce insieme all’ISI campi di addestramento in Pakistan. Vi si preparano i musulmani della “legione straniera islamica”, venuti a combattere gli atei russi. Si concretizzano le riflessioni di Malik nel Concetto Strategico della Guerra Coranica

La MAK fu gestita e guidata dall’attivista palestinese Abd Allah Yusuf Azzam, profugo palestinese proveniente da Jenin (Cisgiordania), già membro dei Fratelli Musulmani, con un dottorato in Sharia all’università Abdul Aziz di Jedda (dove ebbe come suo studente Osama Bin Laden), e finanziata dallo stesso Osama, miliardario saudita indicato – all’epoca – al servizio dell’apparato di sicurezza di quella monarchia. L’organizzazione raccolse i musulmani venuti a combattere gli atei russi, istituì campi d’addestramento – approntati in territorio pakistano – ed ebbe accesso ai fondi per la guerriglia, tramite l’ISI. Tutte le riflessioni esposte dal generale Malik, nel concetto strategico della guerra coranica, trovarono applicazione in tali campi d’addestramento ove la cosiddetta “legione straniera islamica” sviluppava la preparazione militare e spirituale dei vari mujaheddin accorsi a Peshawar per combattere.

Il Pakistan diviene il “santuario di guerriglieri jihadisti” in chiave anti-russa in Afghanistan. Vari paesi li finanziano, ma gli obiettivi non sempre sono convergenti

Il Pakistan divenne così il “santuario di guerriglieri jihadisti”, dove furono radunati volontari stranieri e rifornimenti per i mujaheddin sunniti, ponendoli fuori dall’area di operazione dei sovietici. I gruppi guerriglieri, per tutta la durata del conflitto, furono sostenuti – finanziariamente e logisticamente – da Arabia Saudita, Pakistan, Stati Uniti, Regno Unito e Cina per conseguire differenti obiettivi: 

  1. Arabia Saudita, Pakistan, Stati Uniti e Regno Unito accomunati dalla preoccupazione di un’ulteriore avanzata dell’URSS verso l’Oceano Indiano, direttrice strategica da sempre perseguita dalla Russia zarista ne “Il Grande Gioco” ed ulteriormente ambita dal comunismo internazionale.
  2. L’Arabia Saudita, principale finanziatore, impiegò anche il proprio servizio segreto nell’indottrinamento al wahhabismo di combattenti volontari, provenienti da tutto il mondo islamico, stimati intorno alle 20.000 unità.
  3. La Cina ricercò assicurazione per la cessazione di qualsiasi aiuto alla guerriglia jihadista degli uiguri dello Xinjiang (regione autonoma nel sud ovest della Repubblica Popolare Cinese), fornendo armi leggere, lanciarazzi e carri armati ai mujaheddin operanti nel nord-est.

L’ISI diventa il principale amministratore di fondi e armi per guerriglieri. Ma ne beneficiano solo le organizzazioni “fedeli” come quella di Hekmatyar e quella di Haqqani

Negli anni di guerriglia contro l’Unione Sovietica, l’ISI venne incaricato di amministrare e distribuire fondi ed armi ai citati gruppi guerriglieri. Fondi che però elargiva – in abbondanza e con particolari attenzioni intelligence – solo in favore di quei leader suoi più fedeli collaboratori, fra cui le organizzazioni di Gulbuddin Hekmatyar e Jalaluddin Haqqani, strumenti indispensabili per gestire le “linee guida” della politica strategica pakistana in Afghanistan.

 

Per il Pakistan il terrorismo afghano era strategico contro possibili escalation militari dell’India. Grazie a esso si diffuse l’estremismo islamista e nacque Al Qaeda

Il territorio afghano era ed è considerato, dalla dottrina strategica pakistana, retroterra indispensabile in funzione di possibili escalation militari dell’India, nonché per esercitare il controllo delle famigerate “aree tribali”, a cavallo della frontiera afghana-pakistana, irriducibili nemiche di ogni forma di amministrazione statuale. Queste iniziative contribuirono non poco a diffondere l’estremismo islamista e nel 1988 dalla Maktab nacque Al Qaeda.

 

Gli Indomabili

 

Gli Autori

Luciano Piacentini – Brevettato incursore, è stato Comandante di Unità Incursori nel grado di Tenente e Capitano. Assegnato allo Stato Maggiore dell’Esercito, ha in seguito comandato il Nono Battaglione d’Assalto Paracadutisti “Col Moschin” e successivamente ricoperto l’incarico di Capo di Stato Maggiore della Brigata Paracadutisti “Folgore”. Ha prestato la sua opera negli Organismi di Informazione e Sicurezza con incarichi in diverse aree del continente asiatico.

Claudio Masci – Ufficiale dei Carabinieri proveniente dall’Accademia Militare di Modena, dopo aver assunto il comando di una compagnia territoriale impegnata prevalentemente nel contrasto al crimine organizzato, è transitato negli organismi di informazione e sicurezza nazionali. Laureato in scienze politiche. Tra i suoi contributi L’intelligence tra conflitti e mediazione, Caucci Editore, Bari 2010 e The future of intelligence, 15 aprile 20122, Longitude, rivista mensile del MAECI.

Pino Bianchi – Architetto, esperto in risk management, organizzazione, reingegnerizzazione dei processi e sistemi di gestione aziendali. Per oltre venti anni ha diretto attività di business, marketing, comunicazione e organizzazione in imprese multinazionali americane ed europee. Consulente di direzione in ICT, marketing, comunicazione, business planning e project financing.
Claudio Masci e Luciano Piacentini sono gli autori di: “The future of intelligence”, articolo del 15 aprile 2012, pubblicato su Longitude, rivista mensile del MAECI, nonché dei libri: “L’intelligence tra conflitti e mediazione”, Caucci Editore, Bari 2010 (esaurito) e di “Humint… questa sconosciuta (Funzione intelligence evergreen)”, acquistabile da Amazon a questo link.
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