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Terrorismo, gli sviluppi di Isis e Al Qaeda passano da Sudan e Iran

Terrorismo, Gli Sviluppi Di Isis E Al Qaeda Passano Da Sudan E Iran

Isis e Al Qaeda sono due facce della stessa medaglia, coniata in tempi diversi ma con un obiettivo comune: ricreare il Califfato abolito da Ataturk. Ciò rappresenta non solo un pericolo concreto per la sicurezza globale, ma rischia anche di scatenare una guerra di religione dagli esiti incerti

Il terrorismo di Isis e Al Qaeda e i suoi possibili sviluppi. È questo il titolo di uno studio effettuato dagli Indomabili, giunto alla sua seconda parte, che traccia la storia delle due formazioni e dei fenomeni che hanno portato alla loro ascesa e caduta, nonché alla rinascita dell’“araba fenice”. Una nuova formazione, che mette a frutto le peculiarità di ognuna delle due facce della stessa medaglia: leadership, capacità operative e logistiche, nonché tecnologia. Ciò allo scopo di ricreare con ogni mezzo, violento in primis, il Califfato abolito da Ataturk. L’analisi, divisa in capitoli, vuol essere uno strumento utile per capire la nuova forma terroristica e ricercare strumenti idonei per contenere e/o mediare le dirompenti dinamiche del jihadismo, le quali abbracciano varie aree geopolitiche e periodi storici. Sviluppi che rappresentano un pericolo concreto per la sicurezza globale, non solo in Occidente, e che rischiano – come accaduto recentemente in Nuova Zelanda e nelle Filippine – di scatenare una vera e propria guerra di religione dagli esiti incerti; reazioni a catena con il conseguente sviluppo di una spiralizzazione della violenza di incontrollabile portata e di difficile contenimento.

Il MAK pachistano si trasforma in Al Qaeda, il cui vincolo ideologico sono wahhabismo (bin Laden) e Fratelli Musulmani (Ayman al-Zawahiri e di Abd Allah Yusuf Azzam). Obiettivo: ricreare il Califfato universale, in base al “Concetto Coranico della Guerra” di Malik

Al Qaeda (la Base) nasce ad opera di Osama bin Laden, che aveva stretto rapporti con Hamid Gul, generale dell’esercito pakistano e capo dell’ISI, trasformando il MAK in una struttura paramilitare, islamista sunnita. Questa era manovrata dagli apparati intelligence di Pakistan e Arabia Saudita, nella quale l’amalgama delle ideologie politiche riconducibili all’estremismo jihadista – ispirate da wahhabismo (bin Laden) e Fratelli Musulmani (Ayman al-Zawahiri e di Abd Allah Yusuf Azzam) – costituì il vincolo ideologico. Abd Allah Azzam, ideologo dell’organizzazione, esortava e indottrinava gli islamisti reclutati a combattere per realizzare il Califfato globale, vecchio cavallo di battaglia dell’ISI e dell’apparato militare pakistano. Infatti, la costituzione di Al Qaeda fu finalizzata a realizzare questo obiettivo. Secondo Azzam, il Califfato universale doveva essere costituito attraverso “la jihad terroristica” – strategia indicata nel “Concetto Coranico della Guerra” di Malik – iniziando con la realizzazione di wilayat (province) regionali, che dovevano costituire poli di attrazione per i paesi confinanti.

La fine dell’invasione sovietica in Afghanistan segna l’avvio di una turbolenta fase di gestione governativa nel paese, che innesca una guerra civile tra fazioni di mujaheddin

La cacciata dei Sovietici dall’Afghanistan, nel mese di febbraio del 1989, segnò l’avvio di una turbolenta fase di gestione governativa del paese, che innescò una guerra civile per la lotta di potere. In definitiva tutta la guerriglia contro i russi – condotta a livello locale dai “signori della guerra”, con un sofisticato supporto esterno capeggiato da Pakistan ed Arabia Saudita – proseguì con una lotta fratricida fra le varie fazioni di mujaheddin che controllavano l’80% del paese e tutelavano i rispettivi interessi clanici. Inoltre, determinò il ritorno dei vari “legionari islamisti” di Al Qaeda nei rispettivi paesi di provenienza. La cosiddetta “prima generazione di qaedisti” – cioè coloro che avevano combattuto in Afghanistan contro i Russi – rientrata in patria iniziò a vagheggiare la costituzione delle wilayat califfali teorizzate da Azzam.

La prima generazione di qaedisti torna a casa e cominciano a nascere una serie di gruppi jihadisti nella fascia tropicale, dal Marocco alle Filippine

A partire dal 1990, si assistette alla formazione di numerosi gruppi jihadisti nella fascia tropicale, dal Marocco alle Filippine, fra cui: 

  1. il Gruppo islamico combattente marocchino; il Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento (GSPC) algerino che diede vita al Gruppo Islamico Armato (GIA) e Movimento Islamico Armato (MIA);
  2. il Movimento della Tendenza Islamica in Tunisia, infiltrato dai reduci afghani e disciolto nel 1991; la al-Jamaa al-Islamiyya, in Egitto che negli anni ’90 si “prodigò” in un’estesa campagna di violenze ed attentati a turisti e stranieri; 
  3. la Repubblica Cecena di Ichkeria, nel 1991, entità statuale non riconosciuta;
  4. il gruppo Abu Sayyaf, costituito da Abdurajak Janjalani, filippino che aveva combattuto in Afghanistan.

Bin Laden torna in Arabia Saudita, ma l’idillio con la Corona dura poco, a causa dell’invasione irachena del Kuwait

Lo stesso Osama bin Laden tornò in Arabia Saudita, nel 1989, ove fu accolto come un eroe – saggio, indurito dalle esperienze guerrigliere, anche se attestato su opinioni politiche e sociali più radicali – per aver liberato un paese islamico dagli atei Sovietici. Qui riprese ad esercitare l’attività di costruttore e la corona saudita, per riconoscenza, concesse numerosi appalti pubblici e privati alle sue aziende. L’idillio con la corona saudita, però, durò ben poco. L’invasione irachena del Kuwait, nell’agosto 1990, mise in agitazione la componente politica di Riad, esposta ad un’ulteriore offensiva irachena. La situazione di crisi spinse Bin Laden a proporsi alla famiglia reale per prestare la propria opera sia con l’impiego di mezzi pesanti delle proprie aziende sia con il richiamo della “legione araba” – ex combattenti sauditi in Afghanistan contro i Sovietici – da impiegare anche con una “Jihad” in Kuwait, senza ricorrere all’aiuto degli Stati Uniti.

Bin Laden diviene il nemico numero Uno dei Saud, che lo esiliano in Sudan insieme alla famiglia 

L’offerta venne respinta e il dispiegamento delle forze statunitensi sul territorio saudita spinse Bin Laden a denunciare pubblicamente la completa dipendenza militare dei Saud dagli “infedeli”. Da quel momento in poi, Osama criticò duramente la leadership saudita per la presenza di truppe straniere sui “luoghi santi dell’Islam”, evento che esautorava il Regno dal legittimo diritto di custodire i luoghi santi, additandolo come regime traditore dei musulmani. Tanto che, nel 1991 l’organizzazione di sicurezza saudita lo sottopose a stretto controllo, per impedirgli di unirsi al movimento eversivo anti-regime, costituitosi a seguito della presenza americana in Arabia. Ma bin Laden continuava nelle sue invettive sovversive e Riad lo costrinse all’esilio in Sudan insieme alla sua famiglia (4 mogli, altrettanti figli e una figlia). 

Nascono le Al-Damazin Farms, che saranno dirette da membri dei Fratelli Musulmani

Bin Laden trascorse cinque anni in Sudan – tra il 1991 e il 1996 – dove acquistò una casa a tre piani in mattoni, stuccata di rosa e beige su Al-Mashtal Street, nell’affollato quartiere Al-Riyadh di Khartoum. Durante la sua permanenza nel paese, con il denaro dei lavori pubblici acquistò un vasto appezzamento di terreno a Soba, nella provincia di Gezira. Un terreno vicino al Nilo Azzurro, a 18 km da Khartoum – vicino al confine con l’Etiopia – di centinaia di migliaia di ettari, ove costituì l’azienda agricola Al-Damazin Farms, che comprendeva varie fattorie, oltre ad una casa di fango ad un solo piano, che si affacciava sulla riva occidentale del Nilo Azzurro ed era definita il suo “ritiro spirituale”. Vi lavoravano circa 4.000 persone, che disponevano di bestiame e cavalli, coltivavano mais bianco, sorgo, gomma arabica, sesamo, girasoli e noccioline. A dirigerla, nel febbraio 1992, chiamò Mohamed Zeki Mahjoub, membro dei Fratelli Musulmani.

L’azienda agricola diventa la base operativa della nuova Al Qaeda. Obiettivo: creare e ampliare una rete di gruppi terroristici islamisti in tutto il mondo

Le Al-Damazin Farms nel 1992 divennero la base operativa della nuova Al Qaeda. Secondo un ex socio in affari, i dipendenti di bin Laden erano composti da un gruppo misto di mujaheddin, che operavano come manager dell’azienda. Dalle testimonianze di un ex membro della formazione, il 38 enne sudanese Jamal Ahmed Fadl, tutta l’attività economica posta in essere da bin Laden era mirata alla costituzione ed ampliamento di una rete di gruppi terroristici islamisti in tutto il mondo. Questa era diretta da Al Qaeda che distribuiva armi, denaro e obiettivi dal suo centro nel paese africano. Inoltre, la nuova formazione, forniva l’assistenza agli islamisti in Arabia Saudita, Algeria, Siria, Cecenia, Turchia, Eritrea, Tagikistan, Filippine e Libano. Qui, ha riferito Fadl, nel corso di uno degli incontri settimanali di Al Qaeda a Soba, nel 1992 – “Abu Hajer al Iraqi”; (alias di Mamdouh Mahmud Salim) emise una fatwah (sentenza in materia giuridico-religiosa emessa da un muftì, esperto nella legge coranica) – su richiesta della leadership contro gli Stati Uniti “per aver dissacrato le città sante della Mecca e Medina”. Tale fatwah era incentrata su una precedente sentenza religiosa realizzata da Ibn Taymiyyah (alias Ibn al Tamiyeh), influente e illustre teologo sunnita della scuola Hanbalita (XIII-XIV secolo), le cui dottrine furono poste alla base del movimento wahhabita nella prima metà del XVIII secolo.

L’interrogatorio di Fadl sulla fatwah di Taymiyyah contro i “Tartari” e i loro sostenitori

Stralcio interrogatorio di Fadl:

“D: Puoi dirci cosa ha detto Abu Hajer al Iraqi su Ibn al Tamiyeh?”

“R: Ha detto che il nostro tempo era simile a quello di allora e, secondo Ibn al Tamiyeh, quando i tartari entrarono in guerra con gli arabi, alcuni musulmani dei paesi arabi quella volta li aiutarono. Ibn al Tamiyeh, proclamò una fatwah dicendo che chiunque avvicinava un tartaro, comprava qualcosa da loro o vendeva loro qualcosa, doveva essere ucciso. E se attaccando il tartaro, uccidi qualcun altro intorno a lui, anche se non è militare, non devi preoccuparti di questo. Se l’altro ucciso è una brava persona, andrà in paradiso e se è cattivo andrà all’inferno”.

Taymiyyah, infatti, è ritenuto il principale ispiratore degli odierni movimenti salafiti perché ha giustificato l’uccisione di musulmani, sostenitori di “Tartari” (mongoli), i quali minacciavano di invadere il Sultanato mamelucco in Egitto e pertanto ha dato via libera anche ai jihadisti per sacrificare, alla loro causa, anche la vita di altri musulmani.

 

Il Sudan accetta i Fratelli Musulmani, grazie ad Ḥasan al-Turabi

Il Sudan era, all’epoca, un regime islamico ispirato dai Fratelli Musulmani, che Ḥasan al-Turabi contribuì ideologicamente a rafforzare con l’ascesa al potere di Omar Ḥasan Aḥmad al-Bashir. Al Turabi era stato studente presso l’Università Al Azhar del Cairo ove aveva seguito studi coranici e nel 1951 divenne membro clandestino dei Fratelli Musulmani egiziani. Verso la metà degli anni ’70 tornò nel paese e si dedicò alla politica fondamentalista, divenendo membro dell’Islamic Charter Front (Fronte della Carta Islamica-FCI), diramazione minore della branca sudanese dei Fratelli Musulmani. Negli anni ’80 si dedicò alla ricerca di una via di conciliazione fra la sharia e le esigenze giuridiche di uno stato moderno, auspicando un accordo di pace tra sunniti e sciiti.

Con Bashir e Turabi, il paese nord africano diventa la base operativa e logistica per i movimenti integralisti del mondo islamico

Salito al potere, il generale Bashir invitò Turabi a dare il suo apporto per islamizzare il Sudan. L’invito lo spinse a comunicare al direttivo della Fratellanza Musulmana Internazionale (FMI, organismo nato negli anni ’80 all’interno del Movimento Fondamentalista Islamico), l’intenzione del dittatore. Nell’agosto 1989 Bashir incontrò a Londra i capi della FMI che decisero di trasformare la nazione in una base operativa e logistica per i movimenti integralisti del mondo islamico, ospitando africani e asiatici. Ciò in cambio di una cospicua assistenza finanziaria. Per lo sviluppo del progetto fu insediato a Khartoum un comitato di 19 membri della FMI presieduto da Turabi, nominato responsabile per l’Africa del Congresso Mondiale Islamico.

Il primo Congresso Mondiale Islamico critica duramente il “sionismo” e auspica la restaurazione del Califfato

Il primo Congresso Mondiale Islamico fu indetto a Gerusalemme il 7 dicembre 1931, in contrapposizione al sionismo – sostenuto dal 1917 in poi da Theodor Herzl – e alla dichiarazione di Balfour del 2 novembre 1917, documento ufficiale della politica del governo britannico in cui si affermava di guardare con favore alla creazione di un “focolare ebraico” in Palestina. Il Congresso considerava il sionismo “un’aggressione a detrimento del benessere islamico, che direttamente o indirettamente spossessava i musulmani del controllo del territorio islamico e dei Luoghi Santi musulmani”, auspicando la restaurazione del Califfato. Nel corso degli anni successivi, tale congresso è stato tenuto con riunioni periodiche in altri paesi. 

Entra in gioco l’Iran di Khomeini, che si accorda con Turabi per lo sviluppo di una rivoluzione islamica senza distinzione fra sciiti e sunniti

L’Iran khomeinista rimase favorevolmente impressionato da questa iniziativa ed a partire dalla primavera del 1992 si instaurò un’intesa fra Turabi e Khomeini per lo sviluppo di una rivoluzione islamica senza distinzione fra sciiti e sunniti. Khomeini offrì il suo aiuto per diffondere la rivoluzione islamica nell’area africana attraverso il reclutamento, l’addestramento ed il coordinamento di nuove leve per le varie organizzazioni dedicate alla Jihad – sotto la guida, il controllo e la gestione di Turabi – diventato esponente di rilievo della Fratellanza Musulmana Internazionale. Nonostante le divergenze teologiche fra sciiti e sunniti, l’ayatollah fornì il suo sostegno al progetto, coniando la teoria secondo la quale lo Stato nazionale è un’entità estranea all’Islam e pertanto non è uno strumento idoneo e valido per la sua diffusione. Di conseguenza le Autorità islamiche legittime hanno il diritto di sostenere ogni rivoluzione islamica in qualsiasi parte del mondo essa divampi nel nome della solidarietà islamica.

Il Sudan diviene l’area di raccolta e di addestramento del Movimento Islamico Armato (AIM), meglio noto come Legione Internazionale dell’Islam, di cui fa parte anche bin Laden. Le Al-Damazin Farms sono la base addestrativa per la nuova multinazionale terroristica

Turabi a sua volta sosteneva – sulla base della dottrina dei Fratelli Musulmani – che i regimi fantocci, instaurati da USA e i suoi alleati nell’area medio-orientale, erano i veri nemici contro cui combattere la Jihad. Con il sostegno di tali teorie, il Sudan divenne l’area di raccolta e di addestramento del Movimento Islamico Armato (AIM), meglio noto come Legione Internazionale dell’Islam. La struttura ebbe – in Sudan, Pakistan e Afghanistan – basi dove i nuovi adepti ricevevano – da esperti – addestramento per condurre operazioni sovversive, terroristiche, clandestine (di guerriglia) e militari. Fra di essi Turabi inserì anche Osama bin Laden – che eccelleva per la sua preparazione pratica – cosicché la sua fattoria nei pressi di Soba divenne la base addestrativa per la nuova multinazionale terroristica.

Chiude la Bank of Credit and Commerce International (BCCI), principale hub di finanziamento ai gruppi del terrorismo. Khartoum chiede a bin Laden di risolvere il problema

Il fallimento nel 1991 della Bank of Credit and Commerce International (BCCI) che fungeva da hub per l’alimentazione finanziaria di gruppi criminali e terroristi, tolse la struttura di copertura all’organizzazione appena costituita da Turabi. Khartoum, per alimentare la sua attività rivoluzionaria, dovette ricercare altri metodi di finanziamento. Benché la Fratellanza Musulmana Internazionale avesse sotto la sua influenza diversi istituti di credito – la Islamic Holding Company, la Jordanian Islamic Bank, la Faysal Islamic Bank, la Shamal Islamic Bank in Sudan e la Taqwa Bank in Algeria, Svizzera e Bahamas – occorreva un sistema molto più complesso per alimentare la AIM onde evitare di criminalizzare i suddetti istituti di credito.

La soluzione di bin Laden per finanziare il terrorismo islamista

Turabi incaricò bin Laden di risolvere il problema e questi si mosse su più fronti, impiegando:

  1. la sua holding, Wadi al-Aqiq, attraverso la quale aprì una serie di conti in varie banche, adoperando il suo patrimonio personale e quello di Turabi per spese lecite (es. nel 1993 emise un assegno di 2 milioni di dollari da un conto della Faysal Islamic Bank per pagare viveri e medicinali per i suoi veterani afghani);
  2. la Al Shamal Islamic Bank in Sudan, di cui era co-fondatore in quanto vi aveva investito 50 milioni di dollari, attraverso la quale Al Qaeda dal 1993 al 2000 distribuì denaro a vari gruppi e cellule costituiti sia in paesi musulmani sia occidentali, utilizzato anche per la preparazione di attacchi terroristici;
  3. il “Gruppo Fratellanza” – incentrato su circa 130 ricchi arabi degli Stati del Golfo – con il quale costituì un sistema finanziario complesso (Hawala), basato sui parenti dei suoi ex combattenti afghani, per sovvenzionare le varie reti terroristiche che il suo amico Aiman Al Zawahiri (medico egiziano e Fratello Musulmano) andava costituendo nei vari paesi.

A capo di questo sistema finanziario bin Laden pose un suo fidato combattente sudanese in Afghanistan, tale Abu Al Hasan e altri 17 uomini che avevano combattuto con lui nel paese asiatico. Sempre bin Laden, inoltre, richiamò dal Pakistan altri 300/400 ex mujaheddin ponendoli in posizioni direttive.

Nell’AIM entrano anche organizzazioni di estremisti del Pakistan, Afghanistan e Kashmir: da Jamaat e Islami pakistana a Hezb e Islami afghana di Gulbuddin Hekmatyar, passando per Jamiat I Islami afghana a Hizb ul Mujahiddin pakistana

I contatti di Turabi con il Pakistan – tra il 1991 ed il 1993 – permisero l’inserimento nell’AIM anche di organizzazioni pakistane quali Jamaat e Islami, Hezb e Islami, Jamiat I Islami dell’Afghanistan e Hizb ul Mujahiddin del Kashmir. La prima è un partito politico socialmente conservatore, nazionalista e islamista basato, sul pensiero di Maulana Syed Abul Aala Maududi. Il suo obiettivo è la trasformazione del Pakistan in uno stato islamico, governato dalla sharia, attraverso un graduale processo legale e politico. Durante i primi anni del regime del generale Muhammad Zia-ul- Haq, servì come braccio ideologico e politico del regime. Dai primi anni ’80 ha anche sviluppato stretti legami con Jamaat-e-Islami Kashmir. La seconda è un partito politico afghano fondato nel 1975 da Gulbuddin Hekmatyar, mentre la terza (Associazione Islamica), creata da Burhanuddin Rabbani e Ahmed Shah Massud, è uno dei gruppi di “Peshawar 7”.

Hizb-ul-Mujahideen

Hizb-ul-Mujahideen “Partito dei Santi Guerrieri” o “Partito dei Mujaheddin”, infine, è un’organizzazione militante separatista del Kashmir fondata da Muhammad Ahsan Dar nel settembre 1989 con il supporto dell’ISI (Servizio segreto pachistano) ed è considerato uno dei più importanti attori del conflitto nel Kashmir.

L’AIM si rafforza grazie ai nuovi finanziamenti dal Pakistan e dal Sudan. Intanto, l’Iran lascia a Turabi campo libero per la guida dei gruppi sunniti. Su quelli sciiti, invece, mantiene un rigoroso controllo

Dal 1991 al 1994, con le sovvenzioni procacciate da bin Laden sia a Peshawar in Pakistan (sotto il controllo dell’ISI) sia a Soba, in Sudan, vennero addestrate nuove reclute per l’AIM anche ad opera dei reduci afghani di Al Qaeda. Impegnato personalmente a diffondere l’islam nel continente africano, Turabi in sostanza faceva propri e traduceva in pratica i progetti strategici khomeinisti per l’esportazione della Rivoluzione Islamica iraniana. Tuttavia Teheran – mentre gli lasciava campo libero per la guida dei gruppi sunniti – manteneva ed esercitava uno stretto e rigoroso controllo su quelli sciiti.

Il primo capitolo dello studio – Dalla nascita del terrorismo moderno a Osama bin Laden

 

Gli Indomabili

 

Gli Autori

Luciano Piacentini – Brevettato incursore, è stato Comandante di Unità Incursori nel grado di Tenente e Capitano. Assegnato allo Stato Maggiore dell’Esercito, ha in seguito comandato il Nono Battaglione d’Assalto Paracadutisti “Col Moschin” e successivamente ricoperto l’incarico di Capo di Stato Maggiore della Brigata Paracadutisti “Folgore”. Ha prestato la sua opera negli Organismi di Informazione e Sicurezza con incarichi in diverse aree del continente asiatico.

Claudio Masci – Ufficiale dei Carabinieri proveniente dall’Accademia Militare di Modena, dopo aver assunto il comando di una compagnia territoriale impegnata prevalentemente nel contrasto al crimine organizzato, è transitato negli organismi di informazione e sicurezza nazionali. Laureato in scienze politiche. Tra i suoi contributi L’intelligence tra conflitti e mediazione, Caucci Editore, Bari 2010 e The future of intelligence, 15 aprile 20122, Longitude, rivista mensile del MAECI.

Pino Bianchi – Architetto, esperto in risk management, organizzazione, reingegnerizzazione dei processi e sistemi di gestione aziendali. Per oltre venti anni ha diretto attività di business, marketing, comunicazione e organizzazione in imprese multinazionali americane ed europee. Consulente di direzione in ICT, marketing, comunicazione, business planning e project financing.
Claudio Masci e Luciano Piacentini sono gli autori di: “The future of intelligence”, articolo del 15 aprile 2012, pubblicato su Longitude, rivista mensile del MAECI, nonché dei libri: “L’intelligence tra conflitti e mediazione”, Caucci Editore, Bari 2010 (esaurito) e di “Humint… questa sconosciuta (Funzione intelligence evergreen)”, acquistabile da Amazon a questo link.
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