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Siria, tutti i rischi dell’offensiva della Turchia a nord-est

Siria, Tutti I Rischi Dell’offensiva Della Turchia A Nord-est

L’annuncio Turchia-Usa dell’imminente operazione di Ankara nel nord-est della Siria desta grande timore, anche a livello internazionale. In teoria le manovre dovrebbero solo creare un cuscinetto di sicurezza vicino al confine, ma si rischia un genocidio dei curdi

C’è grande timore in Siria e non solo per l’imminente inizio dell’offensiva turca nel nord est del paese. Si preannuncia un conflitto violentissimo e un possibile genocidio dei curdi. Ciò, nonostante le manovre di Ankara dovrebbero riguardare solo l’area lungo i confini. A quanto sembra, potrebbero essere una fotocopia di quelle avvenute a Idlib e Afrin. E cioè tese a creare una zona-cuscinetto contro possibili infiltrazioni del PKK o di Isis. Di fatto, però, prendono di mira gli abitanti locali. Non a caso le SDF stanno inviando numerosi rinforzi da Raqqa e Deir Ezzor, dicendosi pronti alla guerra totale. Soprattutto a seguito del fatto che gli Stati Uniti si sono chiamati fuori dalla partita. La Casa Bianca ha fatto sapere che gli Usa non saranno coinvolti nell’operazione e che i loro militari lasceranno preventivamente il quadrante. Di conseguenza, le manovre dovrebbero cominciare una volta che questi saranno andati via.

Gli Stati Uniti annunciano che lasceranno preventivamente l’area. Non si parla, però, di un abbandono totale della Siria. Perciò potrebbero intervenire a sostegno delle SDF se l’offensiva di Ankara dovesse degenerare

Qualche sorpresa potrebbe, però, riservarla il disimpegno Usa. Washington, infatti, ha reso noto che i militari americani lasceranno l’area in cui si dovrebbe svolgere l’operazione della Turchia. Non che usciranno dalla Siria. Ciò vuol dire che con buona probabilità si schiereranno in altri basi nell’Est del paese mediorientale. Quindi, sarebbero pronte a intervenire se l’offensiva di Ankara dovesse degenerare e scendere più a sud di quanto previsto. Di contro c’è, però, che i curdi non si fidano più degli Stati Uniti e sono rimasti scioccati da quanto accaduto. Il portavoce delle SDF, Mustefa Bali, ha infatti definito la posizione come “una coltellata alle spalle”. Inoltre, Jazeera Storm denuncia che le manovre di Ankara invertiranno il successo ottenuto nella lotta a Isis, rendendo vano il sacrificio di 11mila martiri.

Ci sono forti rischi di un ritorno in massa di Isis. Durante il conflitto, infatti, le prigioni dove sono rinchiusi 12 mila miliziani dello Stato Islamico e 70 membri delle loro famiglie saranno sguarnite

Il timore è che i miliziani dello Stato Islamico approfittino del conflitto tra Turchia e SDF per ritornare in forze nell’Est della Siria. Nelle prigioni di Jazeera Storm, infatti, sono detenuti circa 12mila jihadisti Daesh locali e foreign fighters, nonché 70 mila membri delle loro famiglie (soprattutto nel campo di Al-Hol ad Hasaka). E’ un vero e proprio esercito, che se liberato potrebbe diventare una minaccia molto seria alla sicurezza. Non solo nel paese, ma anche a livello internazionale. Segnali in questo senso, peraltro, ci sono già stati con la recente accelerazione della radicalizzazione all’interno dei campi, soprattutto tra le donne, e con crescenti episodi di violenza. Questi sono tenuti sotto controllo, ma già oggi con difficoltà. Perciò, se le forze arabo-curde dovessero essere inviate altrove, le strutture sarebbero fortemente esposte agli attacchi IS. Sia dall’esterno sia dall’interno.

Damasco interverrà a difesa della sua integrità territoriale o rimarrà a guardare? Ad Assad la crisi conviene, in quanto può inviare il SAA a est dell’Eufrate con la scusa della protezione della popolazione e avvicinarsi ai pozzi petroliferi e ai giacimenti di gas

Rimane, infine, ambigua anche la posizione di Damasco. Teoricamente il governo siriano dovrebbe intervenire per proteggere la sua sovranità nazionale e territoriale. Ma ci sono buone possibilità che si limiti a proclami, come quando la Turchia conquistò Afrin, Azaz e Al-Rai con le operazioni Olive Branch ed Euphrates Shield. Ciò essenzialmente per un motivo. Bashar Assad vuole riprendere l’Est del paese, ricco di petrolio e giacimenti di gas. Un territorio abitato dai curdi per solo un terzo. Di conseguenza, non è escluso che Damasco invii nella regione contingenti dell’Esercito (SAA). Formalmente per la protezione della popolazione o in funzione anti-Isis, essendo le SDF impegnate a nord. In realtà, al fine di avvicinarsi ai pozzi e ai giacimenti, assumendone gradualmente il controllo in modo “soft” o con una resistenza limitata. I militari curdi, infatti, non sono in grado di sostenere un attacco su due fronti. 

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