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Siria, la guerra contro Isis si combatte anche nelle prigioni curde

Siria, La Guerra Contro Isis Si Combatte Anche Nelle Prigioni Curde

La guerra contro Isis in Siria si combatte anche nelle prigioni curde, come Al-Hol, dove sono rinchiuse le mogli irriducibili dei miliziani dello Stato Islamico. Queste si sono organizzate per radicalizzare i bambini e portare avanti la jihad, punendo – anche con la morte – chi le ostacola

La guerra contro Isis nell’est della Siria si combatte anche nelle prigioni curde dove sono rinchiuse le mogli e i figli dei miliziani dello Stato Islamico. In primis quella di Al-Hol (Hasaka). Le donne Daesh, infatti, si sono organizzate all’interno dei campi, ricreando una sorta di città nella città. All’interno sono stati istituiti tribunali della Sharia, gruppi della Hisba (la polizia religiosa islamica) e corsi di radicalizzazione per i bambini. Chi cerca di fuggire, si oppone o prova a contrastare la propaganda, viene “arrestato” e giudicato da queste corti; anche con pene corporali o con quella capitale. Lo confermano i numerosi corpi senza vita ritrovati ultimamente presso le strutture. Questi, peraltro, sono aumentati nel momento in cui i jihadisti hanno cominciato a rialzare la testa dopo l’offensiva turca.

Molte delle donne detenute nei campi, non sono “Isis brides”. Hanno sposato miliziani Daesh, ma solo perché obbligate e vogliono tornare a casa. Le pene per chi viola le “regole” delle irriducibili, però, sono molto severe

Le donne ad Al-Hol e nelle altre prigioni curde nell’est della Siria, comunque, non sono tutte “Isis brides” ortodosse. Molte sono state costrette dai jihadisti a sposarli e vogliono solo tornare a casa. Il trasferimento nei campi sembrava che avesse determinato la fine di un incubo. In realtà, così non è stato. Appena le mogli irriducibili dei jihadisti dello Stato Islamico si sono organizzate, hanno cominciato a emettere divieti: da quello di ascoltare musica a quello di indossare vesti colorate. Le violazioni sono punite con pene dure che vanno dal bruciare la tenda della “colpevole” al flagellarla pubblicamente, fino all’ucciderla. Inoltre, hanno obbligato tutte ad “arruolare” i figli nella scuole di radicalizzazione Daesh all’interno delle strutture.

Le SDF hanno reagito al fenomeno in due modi: da una parte rafforzando la vigilanza presso i campi, anche grazie al ritorno dei soldati Usa, in modo da bloccare tentativi di evasione o attacchi per liberare le jihadiste. Dall’altra hanno intensificato i colloqui con i capi tribù per velocizzare i rilasci delle innocenti

Le SDF e i vertici politici curdi sono corsi ai ripari, a seguito del fatto che i rimpatri dei foreign fighters Isis e delle loro famiglie nei paesi d’origine procede molto a rilento. Da una parte hanno rafforzato la vigilanza ad Al-Hol e presso tutte le altre prigioni dove sono rinchiusi membri dello Stato Islamico. Ciò, anche grazie al ritorno in Siria dei soldati Usa, che si sono schierati in località strategiche e che sono pronti a intervenire per bloccare ogni tentativo di fuga o attacco per liberare le prigioniere Daesh. Dall’altra, hanno intensificato i colloqui con i capi tribali locali per velocizzare la possibilità che le donne innocenti possano tornare a casa. A oggi, infatti, sono state rilasciate già centinaia di ex prigioniere, accolte nei loro villaggi nella regione. Da Raqqa a Deir Ezzor, passando per Hasaka.

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