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Il “regalo di natale” del 2016 è la nascita della cybereconomy

Il “regalo Di Natale” Del 2016 è La Nascita Della Cybereconomy

Nel settore della sicurezza informatica c’è gran fermento. Chi sta operando trarrà grandi benefici. Gli altri dovranno rincorrere il mercato.

Il 2016 è l’anno in cui ufficialmente è nata la cybereconomy. Si sta affiancando all’economia tradizionale e in futuro potrebbe superarla. Sia per valori sia per importanza. Nel settore della cybersecurity, infatti, c’è gran fermento, segno che stanno mutando i tempi. La conferma viene dalle numerose acquisizioni, alleanze e fusioni che stanno avvenendo nelle aziende del settore a livello globale. I “big” e le medie realtà acquisiscono a tempi di record piccole società, in particolar modo se specializzate. L’obiettivo per tutti è fornire la più ampia gamma di servizi possibile e restare “al passo” con l’evoluzione delle minacce e dei pericoli. A differenza di quanto avviene nel mondo imprenditoriale tradizionale, però, non c’è una concorrenza feroce per accaparrarsi anche il più piccolo appalto, togliendolo ai competitor. Qui si preferisce fare alleanze. Magari cedendo parti dei contratti ad altre realtà, che saranno in grado di soddisfarli meglio. In questo caso, si mantiene l’autorevolezza e il servizio viene offerto al meglio.

Il mercato della cybersecurity è cresciuto di 35 volte in 13 anni e aumenterà ancora

Il mercato della cybersecurity, d’altronde è ricco. E negli anni a venire lo sarà ancora di più. Lo sostengono tutti gli analisti. Cybersecurity Ventures, per esempio, predice che nel 2021 il cybercrime costerà all’economia globale 6 trilioni di dollari ogni anno. Ciò tra dati distrutti o danneggiati, soldi rubati, perdita di produttività, furto di proprietà intellettuale o di dati personali finanziari, frodi, ecc…Senza contare i danni all’immagine delle aziende prodotti anche solo da uno di questi fattori. Parallelamente, il mercato della sicurezza informatica nel 2004 era valutato attorno ai 3,5 miliardi. Nel 2017, invece, sarà pari a 120 miliardi. In 13 anni è cresciuto 35 volte. Non solo. Per ridurre i rischi, si spenderà a livello globale 1 triliardo di dollari nei prossimi 5 anni (2017-2021). Questi processi hanno fatto nascere la cybereconomy.

Il settore è a “zero” tasso di disoccupazione. La domanda supererà ancora per molto l’offerta

La cybersecurity, infatti, è il settore con più alti livelli di crescita. Non solo aziendali o economici, ma anche in termini occupazionali. Oggi e nei prossimi anni, il tasso di disoccupazione sarà “zero”. Nel 2016 il settore ha richiesto un milione di professioni e nel 2019 ci saranno 1,5 milioni di posizioni vacanti, circa 6 milioni di posti di lavoro in tutto il mondo. Inoltre, mentre le aziende tradizionali sono costrette a dover discutere su quanti posti di lavoro tagliare, nel settore IT c’è il problema inverso: cosa fare per tenere in azienda gli specialisti. Il problema è vissuto soprattutto dalle istituzioni, che non riescono a competere con il privato per stipendi e benefit. Di conseguenza, si sta assistendo a fuoriuscite in massa di esperti, che i governi non riescono ad arrestare.

Alcuni paesi hanno sostenuto lo sviluppo della cybereconomy

A sostenere lo sviluppo della cybereconomy, comunque, sono alcuni governi “illuminati”, che hanno capito le sue potenzialità a vantaggio del paese. Il primato spetta a Israele con oltre 300 aziende e con un export di settore nel 2015 pari a 3,5 miliardi di dollari (il 5 per cento del mercato a livello mondiale). Inoltre, la nazione sta siglando una serie di accordi strategici, come quello con l’India di questi giorni. Ha contribuito anche la scelta, fatta circa due anni fa, di far diventare la città di Beersheva capitale della cyber mondiale. A seguire ci sono gli Stati Uniti, con la maggior parte delle aziende nella top 500 mondiale, e la Gran Bretagna. Il Regno Unito è il primo paese in Europa per il comparto sicurezza informatica. Non solo con colossi come BAE Aerosystems, ma anche con numerose piccole e medie realtà, come la Sophos (16esima in classifica globale).

Altre nazioni stanno entrando oggi, capendo le sue potenzialità

Ci sono anche altre nazioni che hanno capito il potenziale della cybereconomy e sono intenzionate a sfruttarlo. Ognuno a suo modo. L’Australia per esempio ha appena costituito il Cybersecurity Growth Centre. L’obiettivo, infatti, è dare impulso all’industria del settore e renderla competitiva a livello globale. L’iniziativa fa parte del pacchetto di investimenti di 1,1 miliardi di dollari, che Canberra ha destinato alla National Innovation and Science Agenda e all’Australia’s Cyber Security Strategy. Il ministro dell’Industria, innovazione e scienza, Greg Hunt, è convinto che questa sia un’opportunità. “Metterà insieme le industrie, i ricercatori e i governi – ha spiegato -. L’obiettivo è creare un’‘impresa nazionale’ che sarà la base per lo sviluppo di prodotti e servizi di nuova generazione”.

Chi non interverrà rapidamente, rischia in futuro di doverlo fare con investimenti da capogiro e con minori chances di successo

Altre nazioni, invece, non si stanno muovendo in questa direzione. O almeno non lo stanno facendo con la stessa velocità di altri. Questo “gap”, che oggi è limitato, in futuro però aumenterà parallelamente all’evoluzione del mercato. Il rischio è di essere tagliati fuori dalla competizione, in quanto “non competitivi”. A quel punto cercare di prendere i vantaggi della cybereconomy diventerà molto più difficile e complesso. Bisognerà, infatti, “rincorrere” il mercato con investimenti economici e di risorse, che in pochi si possono permettere a livello mondiale già oggi. E, peraltro, senza la garanzia che gli sforzi abbiano successo.

 

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