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Terrorismo, le possibili evoluzioni del jihadismo globale e i rischi connessi

Il Generale Santomartino: Il “terrorismo” è solo una, eclatante ma forse non necessariamente   la più devastante, delle minacce derivanti dal jihadismo globale

Il jihadismo globale è un fenomeno con cui, secondo varie autorevoli fonti, dovremo confrontarci ancora per “decenni”. Lo ribadisce il Generale Giuseppe Santomartino, tra le altre cose già Addetto per la Difesa presso le Ambasciate in Giordania e in Iraq, nonché Capo Delegazione Italiana presso lo US Central Command (CENTCOM) a Tampa. L’alto ufficiale è autore del libro “Conoscere e contrastare il jihadismo – Le chiavi interpretative, le ideologie, le dottrine, le strategie, i pensatori”, pubblicato da Panda Edizioni e che affronta proprio questa tematica. Parlando con Difesa e Sicurezza, ha spiegato che “il Jihadismo va assumendo sempre più una connotazione, forse non ancora ben compresa, di minaccia complessa e globale in cui il profilo ‘terrorismo’, seppure eclatante e di drammatica rilevanza, è solo uno e forse neanche il più devastante”.

Le cinque possibili evoluzioni del jihadismo globale

Santomartino nel suo libro, sulla base anche di analisi dei più autorevoli analisti e think-tanks internazionali, ha individuato 5 possibili prospettive evolutive del jihadismo globale:

  • Persistenza della minaccia terroristica con varie e diverse espressioni operative (es. possibile nascita di altri soggetti o movimenti oltre a quelli già visti di al-Qaeda, ISIS, Boko Haram, non escludendo joint venture finora ritenute “improbabili”, visto che la finalità comune rimane quella di formare uno Stato Islamico con prospettiva possibilmente “Universale”);
  • Ricerca di nuovi ruoli in particolare quale “World Altering Revolution”, in grado quindi di catalizzare e cavalcare le forti criticità socio-economiche ed ambientali diffuse specie in Asia ed Africa;
  • Evoluzioni verso modelli socio-politici basati su ideologie islamico-radicali ma non necessariamente in chiave jihadista (es. modello della Repubblica Islamica dell’Iran o Fratelli Musulmani o del partito Hizb at-Tahrir, già presente in vari stati anche occidentali);
  • Ricerca di nuovi filoni ideologici islamico-radicali, in ciò continuando un processo avviato già dalla fine del 19° secolo e che ha già presentato evoluzioni impreviste e discontinue e purtroppo spesso drammatiche;
  • Crescita ideologica e tecnico-operativa nell’impiego degli strumenti informatici ed in particolare dei social, il Jihadismo ha già evidenziato elevatissime capacità al riguardo, una sinergia di tali attitudini con capacità cyber- attacks sarebbe devastante.

Per il Generale è sottointeso, peraltro, che tali prospettive potrebbero manifestarsi in sinergia e con reciproco supporto, integrando al massimo la connotazione globale di Hybrid Threath. Una cosa è certa, ha sottolineato: “continuare a misurare, valutare l’andamento del fenomeno Jihadismo solo con approccio ragionieristico sulle statistiche, seppure drammatiche, degli attentati e delle vittime sarebbe un errore fatale e segno di colpevole ed imperdonabile miopia analitica”.

La Counter-Ideology, arma per contrastare in modo efficace e alla base il fenomeno

“La rilevanza di una possibile strategia di Counter-ideology (che, va detto subito, è qualcosa di molto più vasto e complesso delle iniziative di contro-radicalizzazione intraprese sinora in Occidente specie nelle carceri e che non sembrano aver sortito risultati molto elevati), nasce da una semplice constatazione – ha spiegato l’alto ufficiale -: la principale arma/forza del Jihadismo non risiede nella disponibilità di armi, finanziamenti, militanti o controllo di aree più o meno vaste (tutti elementi ovviamente utili ma non costituenti la principale risorsa del Jihadismo), ma risiede nell’ enorme potere identitario, mobilitante ed eversivo dell’ ideologia; contrastare tale ideologia (cosa non facile ma non impossibile con adeguate preparazioni specialistiche specie sul piano islamologico) significa demolire alla base ogni credibilità al Jihadismo. Purtroppo questo è un concetto difficile da capire in Occidente. Significativo è che i principali studi al riguardo vengono proprio da studiosi e ricercatori musulmani contrari al jihadismo”.

Finché non si contrasterà l’ideologia, vero ‘motore primo’ del Jihadismo, ogni altra forma di lotta al jihadismo/ terrorismo di matrice islamica sortirà successi limitati e temporanei, ma sarà fatalmente inutile sul piano politico-strategico e nel lungo periodo

“L’importanza di contrastare l’ideologia – ha ricordato Santomartino – era stata peraltro sottolineata anche dalle conclusioni del ‘September 11 Report’ degli USA sin dal 2004 ove, nel ricordare che ‘il nemico non è l’Islam’, venivano raccomandate anche iniziative ‘other than war’. La risposta con 19 anni di Global War On Terrorism è stata invece appiattita prevalentemente sullo strumento militare, purtroppo necessario ma che non potrà mai, da solo, sconfiggere il Jihadismo. Nel libro cito varie autorevoli analisi che sostengono il principio secondo cui finché non si contrasterà l’ideologia, vero ‘motore primo’ del Jihadismo, ogni altra forma di lotta al jihadismo/ terrorismo di matrice islamica potrà sortire limitati, temporanei e spesso illusori successi tattici, ma sarà fatalmente inutile sul piano politico-strategico e nel lungo periodo.

Le criticità nell’affrontare il fenomeno del jihadismo

In aggiunta a quelli sopra citati, l’esperto aggiunge che “esistono varie criticità epistemologiche, di conoscenza e di analisi, verso non solo il Jihadismo ma l’intero Mondo Islamico ed in particolare l’Islam Radicale. Nel libro dedico ampio spazio a tali criticità, finora decisamente under-researched in Occidente, che vanno dal linguaggio (i vari termini che utilizziamo , dallo stesso termine Jihadismo, a fondamentalismo, radicalizzazione, presentano tutti forti criticità definitorie ed ambigue polisemie risultando quindi inadeguati sul piano analitico), le scarse conoscenze linguistiche (molti nomi, slogan, proclami del jihadismo si capiscono appieno solo in arabo e non nelle versioni in lingue occidentali) ed islamologiche, connessa a  ciò  la pretesa, molto diffusa purtroppo negli analisti occidentali , di analizzare il Mondo Islamico con griglie analitiche ed interpretative assolutamente occidentocentriche e quindi inadeguate e/o misleading”.

Il bilancio dopo di  19 anni di Global War on Terrorism dopo l’11 settembre

“Il discorso sarebbe lungo e complesso, oltre a quanto ho già detto sopra, potrei parafrasare una valutazione del Brooking Institute: ‘lungo e frustrante futuro di vittorie tattiche accompagnate da sconfitte strategiche’ ha aggiunto il Generale. Un esempio: la maggiore organizzazione Jihadista, cioè IS- Stato Islamico (ex ISIS fino al 2014), data forse frettolosamente quale ‘defeated’ un paio di anni fa, è pur vero che ha subito forti sconfitte tattiche e territoriali in Medio Oriente, ma mai una vera debellatio, tanto che varie fonti la definiscono ancora attiva e pericolosa in quel Teatro. Non solo, ed è la cosa più preoccupante, IS ha parallelamente visto moltiplicarsi le proprie Wilayat (province affiliate) dal Sahel all’ Asia Centrale alle Filippine. Esiste un rapporto al Congresso del 2018 in cui si conferma che non vi è alcuna correlazione fra sconfitte tattiche e territoriali dell’ex ISIS e il livello di minaccia da questi espresso. Sul piano dell’attività terroristica di matrice islamica poi dagli ultimi rapporti si evidenzia globalmente un calo di attentati, ma il cui livello rimane comunque elevatissimo (nel 2020 oltre 2000 attacchi con circa 10.000 morti, la stragrande maggioranza in Asia ed Africa e quindi poco trattati dai media occidentali).

Si va sempre più consolidando una vastissima area di crisi ed instabilità che copre quasi per intero il Mondo Islamico

“Il Jihadismo ha avuto poi una preoccupante espansione in Africa e in particolare nel Sahel diventato il nuovo epicentro del Global Jihad con una rilevante crescita del Terrorism Index regionale – ha concluso il Generale Santomartino -. Ma, al di là del Jihadismo e della triste contabilità sul terrorismo islamico, ciò che oggi dovrebbe preoccupare è che si va sempre più consolidando una vastissima area di crisi ed instabilità che copre quasi per intero il Mondo Islamico. Dalle coste atlantiche dell’Africa al Mozambico al Caucaso all’Afghanistan alle Filippine sono ormai veramente rare le aree non interessate a guerre, jihadismo, conflitti, crisi attive ed in cui i Non-State Actors, ed in primis i gruppi jihadisti, giocano purtroppo un ruolo spesso da protagonisti o co-protagonisti. In queste aree troviamo anche i più alti numeri di rifugiati, le peggiori crisi umanitarie (es. Yemen e Siria), i peggiori indicatori mondiali di vivibilità, di corruzione e di democrazia. Non vanno poi sottovalutati le possibili ‘saldature’ con elementi radicalizzati e gruppi estremisti in Europa come ha evidenziato il fenomeno dei Foreign Fighters e le recenti denunce di Macron di un possibile ‘Separatismo Islamico’. Col mio libro spero di aver dato un contributo almeno per addivenire a sempre migliori conoscenze del fenomeno, poiché è ovvio che non si può curare né alleviare una malattia che non si conosce”.

Chi è il Generale Giuseppe Santomartino

Il Gen. D. (ris) Giuseppe Santomartino è nato in Ercolano  nel 1954, ha frequentato l’ Accademia  Militare e numerosi altri corsi militari. Ha ricoperto vari incarichi di comando fino a Comandante di Brigata, di Staff (fra cui Capo Sezione SIOS  e Capo Ufficio Sicurezza dello SME) ed internazionali (NATO, Addetto per la Difesa presso le Ambasciate in Giordania ed Iraq, Capo della Delegazione Italiana presso lo US Central Command in Tampa- USA, Capo Dipartimento presso lo European  Union Military Staff in Bruxelles). E’ laureato in Scienze Strategiche ed in Scienze Politiche ad indirizzo Islamico presso l’ Istituto Universitario Orientale di Napoli. Ha tenuto lezioni sul Jihadismo presso l’Università della Tuscia e l’Ecole Universitarie Internationale in Roma.

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