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Sicurezza, la cyber-intelligence è il futuro o una panacea?

Nasce l’agenzia nazionale per la cybersecurity. Sarà in grado di neutralizzare la penetrazione cinese già largamente attuata nelle nostre imprese private e pubbliche?

La stampa italiana ha dato risalto alla costituzione di un nuovo apparato intelligence nazionale: l’Agenzia per la cybersecurity nazionale guidata da Roberto Baldoni, che avrà sede a Largo Santa Susanna entro il 2027. Sarà questa la soluzione appropriata per la tutela dei nostri interessi vitali nazionali che abbiamo auspicato fossero collocati – da parte dei nostri Decisori politici – al centro delle priorità intelligence per la tutela della Sicurezza Nazionale del nostro Paese?. L’Agenzia sarà munita delle indispensabili capacità operative mirate a neutralizzare la penetrazione cinese, già largamente attuata nelle nostre imprese private e pubbliche con penetrazioni in strutture critiche e strategiche?Cina che considera l’Italia autostrada strategica per conquistare l’Europa e sostituire il “protettorato” americano. Oppure darà vita ad un altro “Organismo elefantiaco, lento e pletorico” – magari eterodiretto – ove assumere circa 800 persone, talora non dotate o poco dotate della ineludibile “Cultura Intelligence” necessaria per svolgere oggi la peculiare e delicata funzione Intelligence?

I principi fondamentali dell’intelligence: la “Cultura Intelligence” e la “Forma Mentis”

Non sono domande retoriche ma amletici dubbi dai quali è emersa l’impressione si stiano “attenuando” – ancorché a rilento – i Principi fondamentali dell’Intelligence fra cui la “Cultura Intelligence”, di cui rivendichiamo la “paternità” in quanto asserzione già “deputata” nel lontano 2014 nella premessa del libro dal titolo “la HUMINT…QUESTA SCONOSCIUTA, Funzione Intelligence evergreen” (Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 2014). “Cultura Intelligence”, intesa quale forma mentis di Operatori Intelligence plasmata da conoscenza di: metodologie operative, processi storici, unitamente a geografia, religione, tradizioni, etica, caratteristiche etniche, cultura ed ordinamenti giuridici prioritariamente del proprio Paese. Poi di quei Paesi ove detti Operatori Intelligence verranno impiegati sia quali ricercatori sia quali analisti. Altro principio fondamentale è la “Forma Mentis” che si ottiene “portando lo zaino” & “boots on the ground” – non acquisibile nelle aule universitarie né frequentando master di alta specializzazione. In sintesi, impieghi pragmatici contestualmente volti ad afferrare ed assimilare l’indispensabile “linguaggio culturale” per comprendere e relazionarsi con realtà autoctone straniere.

Dalla HUMINT alla Cyber Intelligence

Simili caratteristiche – che sono alla base dell’attività HUMINT – costituiscono la insostituibile premessa mirata a:

  • percepire le “reali intenzioni di avversario e/o competitor”;
  • adottare – qualora necessario e tempestivamente – le appropriate contromisure, soprattutto qualora seduti dietro un computer: in altre parole, sviluppare la HUMINT “in modalità contrasto” alla minaccia cibernetica. Diversamente, si correrebbe il rischio di prendere “lucciole per lanterne”.

Attualmente la Cyber Intelligence – nuova disciplina intelligence alla quale le maggiori Potenze sono particolarmente dedicate – è incentrata sull’analisi dei big data. Analisi vincolata da notevoli risorse energetiche e finanziarie, non disponibili da parte di tutti i Paesi. Di conseguenza lo screening automatico dei dati – tramite “parole-chiave” e “machine learning” – non sempre ottiene i risultati desiderati perché ne occorre la peculiare interpretazione culturale, in relazione alle aree di provenienza e/o acquisizione. Inoltre, le suddette risorse finanziarie esigono anche il ricorso a tempestive ed opportune contromisure di Intelligence Economica e Finanziaria volte ad impedire attacchi cibernetici tali da provocare sconvolgimenti nel sistema economico.

La “Centralità dell’intelligence”

Un ulteriore elemento che riteniamo strategico è la “Centralità dell’Intelligence”. Ciò, nella considerazione che sono già operanti due Agenzie in Italia alle quali se ne aggiunge una terza che vanificherà il più importate dei principi dell’Intelligence: il “Controllo Centralizzato”. Tale Principio esige un unico responsabile nei confronti del Decisore Ultimo (la politica) dell’attività informativa, sia come collazione – fase dell’elaborazione in cui si raggruppano e si raffinano le acquisizioni informative (Glossario Intelligence) – sia come analisi olistica, con condivisione di tutte le acquisizioni informative (a 360°) valutate “pertinenti e significative”. Nel corso della elaborazione tecnologica dei big data – ove si trovano ripetizioni, coincidenze, discordanze, indeterminatezze, ecc. – torna ad essere oltremodo fondamentale l’intervento dell’analista: solo un esperto professionista, profondo conoscitore della materia, può discernere i dati “pertinenti e significativi” tra la vastità dei contenuti in ambito virtuale. L’Intelligence – in sintesi – è un prodotto informativo con capacità previsionali, destinato esclusivamente al Decisore Ultimo. Di conseguenza, quest’ultimo necessita di un unico prodotto intelligence e non di tre che poi avrà l’’esigenza di “fondere” da solo.

La “Sicurezza delle informazioni”, la INFOSEC

Non è da sottovalutare la “Sicurezza delle Informazioni” (INFOSEC), che rifugge dall’impiego dell’outsourcing in attività Intelligence: già da tempo Russia e Cina producono in proprio i software necessari per la loro attività di Intelligence. Le citate Potenze hanno ripudiato l’adozione di software di sicurezza di Paesi terzi sia elaborandoli in proprio con i tecnici dei rispettivi Apparati Informativi sia subordinandoli a vincoli di segretezza. Gli stessi paesi:

  • hanno rifuggito dall’acquisto di programmi prodotti da Servizi amici e/o alleati nella considerazione che nell’Intelligence “non tutti i Servizi alleati sono amici e non tutti i Servizi amici sono alleati”. Aforisma che ben conosciamo per averlo sperimentato in molteplici occasioni, specie in circostanze di ammodernamenti tecnologici;
  • sembrano essere orientate a ricercare intese strategiche finalizzate a neutralizzare gli apparati difensivi della NATO.

Gli “Interessi Vitali Nazionali”

Per quanto concerne gli “Interessi Vitali Nazionali”, avevamo auspicato fossero delineati per poter fornire prioritari e specifici indirizzi di ricerca all’Intelligence. Avevamo sperato che fossero inseriti e gestiti in ambito europeo ma ora ci sembrano definitivamente abdicati in favore di accordi bilaterali con le “Prime donne” della UE. Cioè a coloro che finora non solo non si sono degnati di prenderli in considerazione ma li hanno addirittura “disattivati” per favorire le proprie mire ed i propri interessi privati e nazionali. Forse sarebbe stato meglio costituire l’embrione di un triangolo federativo – sempre ancorato al Patto Atlantico – cui conferire gli interessi dei tre Paesi per impedire i tentativi cinesi di disgregarli e “fagocitarli”.

I rischi per l’Italia della proliferazione delle strutture d’intelligence

Infine, non meno importante, è la proliferazione di strutture Intelligence in Italia. Da anni altre strutture militari aspirano a divenire agenzie di Intelligence, in quanto ritengono di essere più attente e preparate di altre a contrastare l’analoga minaccia avversaria. Ciò, però, non è funzionale per tutelare efficacemente i nostri interessi nazionali. Sia per i motivi sopracitati sia perché si rischiano ridondanze nei ruoli e ulteriori diluizioni delle informazioni, che potrebbero mettere in difficoltà chi è chiamato a raccoglierle e analizzarle. Ciò determinerebbe la possibilità che “per strada” si perdessero “pezzi” importanti a delineare la fotografia di una minaccia.

L’importanza strategica dei Fusion Center

Per contrastare simili vulnerabilità è necessario rafforzare il concetto di Sistema-Paese che si avvale soprattutto dei cosiddetti “Centri di fusione” (Fusion Center). Sono architetture progettate per promuovere la condivisione di informazioni fra Agenzie informative, Forze di Polizia, esponenti del sistema economico/finanziario e rappresentanti di tutte le categorie produttive. L’esigenza è dettata dall’incremento esponenziale della minaccia globale che ha reso necessaria la disponibilità di molteplici e differenziate fonti di informazione, che gli Apparati Informativi da soli non potrebbero acquisire né gestire. Inoltre, le analisi di tali Apparati, ancorché accurate e robuste, necessitano di ulteriori integrazioni e validazioni prima di essere affidate – quale prodotto Intelligence – al Decisore Politico (il Presidente del Consiglio in Italia) il quale riceve informazioni anche da altri apparati statuali, non integrati nella produzione informativa del comparto Intelligence.

La techno-cognitive confrontation

A ciò si aggiunga che gli attuali conflitti – definiti come “guerra ibrida”, cioè quale confronto tra avversari che si misurano attraverso i rispettivi sistemi informativi e processi cognitivi – si sviluppano in un “confronto tecno-cognitivo”. In tale contesto – ove il confine tra conflitti e pace è sempre meno evidente – sussiste la compresenza strategica di sistemi tecnologici capaci di gestire rilevanti quantità di informazioni e istantanei processi cognitivi decisionali. Ne consegue una prospettiva di confronto tecnico-cognitivo (“techno-cognitive confrontation”), che sottolinea la centralità della comunicazione, ormai arma autonoma rispetto alle altre armi. L’enorme complessità della comunicazione, dovuta all’aumento dell’informazione, è convalidata dalla definizione di “techno-cognitive confrontation” che impone la conoscenza e l’interpretazione del processo informativo. In tale prospettiva di asset tecnologici ed umani, la centralità dell’Intelligence è pertanto inevitabile anche per l’interpretazione e la tempestiva comunicazione di informazioni funzionali all’assunzione di rapide, efficienti ed efficaci decisioni, che configurano la stessa l’Intelligence come nuova Arma, non solo come Servizio all’Apparato difensivo. L’obiettivo, dunque, è quello di integrare le informazioni acquisite da ogni Agenzia con quelle raccolte:

  • da altri apparati statuali (militari, diplomatici, economici, finanziari, ecc.);
  • dai loro partner del settore privato onde prevenire e/o colmare lacune di sicurezza originate dalla mancanza/carenza di comunicazione.

I Fusion Center sono il Sistema-Paese dell’intelligence

Siffatta integrazione può avvenire solo in un Centro di Fusione Intelligence – architettura statuale – ove confluiscono i rappresentanti delle succitate Agenzie e organizzazioni, ciascuno dei quali apporta il contributo informativo dell’Ente di appartenenza per contribuire all’analisi collettiva di fenomeni e situazioni di interesse nazionale. Allo stesso modo, ciascun rappresentante riporta i prodotti analitici e le informazioni – relativi alla minaccia – al proprio Organismo di origine, acquisiti nel corso della suddetta partecipazione. Si riafferma, così, la Centralità dello Stato e si realizza anche il tanto osannato ed auspicato Sistema-Paese per competere a livello internazionale, peraltro senza delegare a settori privati la non delegabile attività di Intelligence che gruppi di pressione stanno già sponsorizzando.

Una proposta per l’Italia

Per una piccola/media potenza come l’Italia – che non dispone di budget di notevole rilevanza da dedicare all’Intelligence – sarebbe auspicabile una sapiente combinazione tra il fattore umano/culturale e quello tecnologico, al fine di dotare il nostro Sistema-Paese di un’architettura solida, con almeno un arco di vita trentennale, in grado di affrontare e sostenere la competizione in ambito internazionale, tramite la riacquisizione della “dominance” statuale dettata da:

  1. tempestiva restituzione della dovuta ed inderogabile Centralità alla insostituibile HUMINT, rafforzata da conoscenze etnico culturali – irrinunciabili per comprendere il modo di pensare e di agire di avversari e competitor – mirata a fornire l’indispensabile supporto di analisi alle componenti intelligence tecnologicamente sofisticate. Ciò al fine di interpretare correttamente le risultanze ottenute tecnicamente, in particolare sotto l’aspetto etnico/culturale delle aree di origine e/o di acquisizione;
  2. costituzione di “Fusion Center Intelligence”, a livello Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (DIS), atteso che la sicurezza è ormai globalizzata ed investe tutti i settori vitali dello Stato.

Gli Indomabili

Gli Autori

Claudio Masci – Ufficiale dei Carabinieri proveniente dall’Accademia Militare di Modena, dopo aver assunto il comando di una compagnia territoriale impegnata prevalentemente nel contrasto al crimine organizzato, è transitato negli organismi di informazione e sicurezza nazionali. Laureato in scienze politiche. Tra i suoi contributi L’intelligence tra conflitti e mediazione, Caucci Editore, Bari 2010 e The future of intelligence, 15 aprile 20122, Longitude, rivista mensile del MAECI.

Pino Bianchi – Architetto, esperto in risk management, organizzazione, reingegnerizzazione dei processi e sistemi di gestione aziendali. Per oltre venti anni ha diretto attività di business, marketing, comunicazione e organizzazione in imprese multinazionali americane ed europee. Consulente di direzione in ICT, marketing, comunicazione, business planning e project financing.

ANTIOCO – Ha maturato varie esperienze lavorative in Italia e all’estero occupandosi di consulenza direzionale, sviluppo di mercati, cooperazione internazionale e gestione commerciale per rilevanti realtà industriali. Da sempre attento ai temi della security, ha ricoperto in realtà strategiche nazionali vari ruoli di responsabilità occupandosi di business continuity, security strategic planning, security communication, ricerca e analisi informativa e corporate intelligence.

Francesco Bussoletti

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