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Sicurezza, l’Italia deve diventare il ponte dell’UE nel Mediterraneo

La vittoriosa guerra-lampo dei talebani in Afghanistan e il nuovo asse AUKUS impongono la necessità di definire i nostri interessi vitali nazionali

La “guerra lampo” con cui i talebani hanno conquistato l’Afghanistan – giungendo a Kabul in poco più di 4 mesi – e l’evacuazione inaspettata e repentina alla quale siamo dovuti ricorrere per riportare in Patria i nostri militari colà operanti, ripropongono perentoriamente la necessità di definire i nostri interessi vitali nazionali. A ciò si aggiunga il recente trattato di alleanza fra USA, GB ed AUSTRALIA (AUKUS) per il rafforzamento dell’asse strategico nell’area del Pacifico in funzione di contenimento cinese, con il quale sono stati chiaramente estromessi dal trattato gli alleati europei. Tale esigenza ha quale paradigma un impiego oculato di forze e risorse per tutelare e accrescere la nostra sicurezza nonché il nostro benessere sociale ed economico, anziché andare a supporto di interessi nazionali altrui – senza trarne alcun beneficio – e senza neppure i ringraziamenti delle nostre Autorità politiche per i sacrifici sostenuti.

L’Italia concentra la sua attenzione sul Mediterraneo e in ambito UE

Nel tempo abbiamo più volte sostenuto che i nostri interessi vitali nazionali sono incentrati sul Mediterraneo e che possiamo ricercarli solo nel contesto dell’Unione Europea che dovrebbe farli propri coinvolgendo tutti gli Stati membri contestualmente estendendoli agli stessi. Il Mediterraneo è stato per secoli il modello geopolitico di un “mare interno” circondato da spiagge ininterrotte che affacciavano su di esso e da terre note oltre le quali si delineavano regioni ignote. «Mare interno» che delimitava lo spazio della “giusta MISURA”, dell’”invalicabile LIMITE”, del “duraturo equilibrio tra gli estremi ovvero della PROPORZIONE” e di una “manifesta ARMONIA”, valori su cui si fondava la civiltà greco-romana e si fonda oggi la cultura occidentale.

 L’importanza del Mediterraneo

Questo mare contrassegna la “Regione Mediterranea”, area delimitata dagli stretti di Gibilterra, dal Canale di Suez e dal Mar Nero. Regione su cui si affacciano numerosi Paesi eterogenei per organizzazione politica, lingua, religione ed etnie, ma non per cultura: Nazioni che per lungo tempo hanno condiviso la cultura greco-romana. In questa “Regione” hanno operato economicamente le Repubbliche marinare sorte dopo la distruzione dell’Impero Romano d’Occidente per opera delle orde barbariche. Il XVI secolo – che si avviò subito dopo la scoperta dell’America – segnò l’inizio dell’Era Moderna e del colonialismo mirato alla conquista ed allo sfruttamento di territori ricchi di risorse, ma evidenziò anche la perdita della centralità strategico-commerciale del Mediterraneo. Le rotte oceaniche, che circumnavigavano interi continenti, erano molto più redditizie di quelle mediterranee e favorirono la crescita delle regioni nord europee e della penisola iberica, a scapito di quelle mediterranee.

La regione è tornata d’interesse anche per Russia e Cina

Attualmente, nell’era della globalizzazione, la Regione è tornata di interesse strategico-economico per la Russia e per la Cina. Regione avvolta da una rete invisibile attraverso la quale s’irradia l’e-commerce moderno, finalizzato anch’esso a conseguire, in ultima analisi, benessere economico. Com’è evidente, trattasi di un’area assai frammentata sia a livello politico sia in ambito economico, ma da valutare in maniera olistica come spazio geo-politico e geo-economico comune, non solo per l’Italia ma anche per l’Unione Europea.

 Un Mediterraneo, pacifico e tranquillo non è un mito

Purtroppo, il mito di un Mediterraneo, pacifico e tranquillo è ancora relegato nella sfera dei sogni, ma non è proibito sognare. Einstein affermava che “non possiamo disperare nell’umanità, dal momento che noi stessi siamo esseri umani”. Invece, occorre spendere tutte le energie disponibili per realizzare il sogno tracciato nel Manifesto di Ventotene dal titolo “Per un’Europa libera e unita”, da Altiero Spinelli nel 1941. Il documento sosteneva la promozione dell’Unità Europea basata sull’ideologia europeista di una Federazione dotata di un Parlamento e di un Governo democratico con poteri reali in alcuni settori fondamentali. Il valore del Manifesto di Ventotene risiede nella chiara individuazione della linea di divisione che separa coloro che concepiscono quale campo centrale della lotta la conquista e le forme del potere politico nazionale, da coloro che auspicano la realizzazione di un solido stato internazionale. Valori recentemente richiamati, altresì, dal nostro Presidente Mattarella.

Gli eventi del passato che diedero speranza sul fatto che gli interessi nazionali italiani nel contesto europeo fossero raggiungibili

Già nel passato abbiamo provato a delineare gli interessi nazionali italiani nel contesto europeo, quando momenti di speranza ci diedero l’illusione che questo mito potesse essere realizzato. Fra i più significativi citiamo:

  • 1989: momento in cui la caduta dell’URSS diede il via a molte iniziative finalizzate ad introdurre strategie egemoni, poi esaurite per vari motivi. Riassumendo brevemente:
  • 1990: “Dialogo 5+5”, che si proponeva il dialogo fra Paesi rivieraschi con un approccio nuovo;
  • 1994, Dialogo Mediterraneo, sviluppato come un processo dinamico volto ad edificare un rapporto di fiducia fra i Paesi della sponda sud e l’Alleanza Atlantica;
  • 1995: l’Unione Europea definì la sua “dottrina mediterranea” la quale si proponeva di trasformare il Mediterraneo in un’area di dialogo, scambio e cooperazione;
  • 2004: gli USA dopo gli attacchi dell’11 settembre decisero di affiancare alla reazione militare in Afghanistan ed Iraq una risposta politica nell’area mediterranea allargata: il cui paradigma era la promozione di riforme democratiche ed economiche nei Paesi del Mediterraneo e del Medio Oriente. Il progetto trovò una ferma presa di posizione dell’ONU secondo la quale il progresso sociale e politico dei Paesi arabi doveva costituire un percorso di maturazione interno dei singoli contesti nazionali e non una soluzione imposta o guidata dall’esterno. L’accoglienza del progetto nel mondo arabo inoltre fu molto fredda, se non apertamente ostile. Ed il progetto interpretato come strategia di dominazione della regione araba;
  • 2004: l’ingresso nell’UE di nuovi membri ispirò la Politica Europea di Vicinato (PEV), allo scopo di rafforzare le relazioni politiche ed economiche con quei Paesi che sarebbero diventati i “nuovi vicini” dell’Unione. Peraltro tale politica fu accolta con scetticismo dai partner del Mediterraneo innescando l’attuale crisi dell’Ucraina, per la quale sono in corso affannose ricerche di ricomposizione;
  • 2011: il crollo improvviso di regimi autoritari sulla sponda sud ritenuti stabili e funzionali agli interessi dell’Europa, per il contenimento dei flussi migratori e dell’islamismo radicale sorprese tutti i governi europei. Nel merito, la fine del vecchio equilibrio mediterraneo all’ombra del quale i suddetti regimi autoritari avevano forse sperato di poter vivere indisturbati ha imposto all’UE un riesame critico della sua politica mediterranea. A tal fine l’Unione, nel marzo del 2011, ha avviato il “Partenariato per la democrazia e la prosperità condivisa nel Mediterraneo meridionale”, che ha ridisegnato le linee guida del nuovo approccio europeo verso la regione incentrato sull’assioma: “nessun paese è uguale, dobbiamo quindi reagire alla specificità di ciascuno di essi”. Tale iniziativa é fallita miseramente.

Le “Lessons Learned” per l’Italia

Simili fallimenti raffigurano “Lessons learned” da farci decidere che gli interessi dell’Italia e della UE vanno definiti all’interno dell’Unione, senza la partecipazione di attori estranei. Sarà difficile contenere le iniziative unilaterali dei due partner europei principali – Francia e Germania – ma occorre convincerli che è nell’interesse di tutti la Costituzione di un Parlamento federale e di un Governo democratico. Sperare, come fatto finora, in interventi risolutivi del nostro partner atlantico è utopico. Questi è alle prese con contenimenti strategici di più rilevante importanza e probabilmente auspica che la UE gli “guardi le spalle”.  Una volta definiti gli interessi vitali della UE, questi ultimi potranno essere poi negoziati con altri partner strategici, soprattutto del continente africano, spazio di naturale partenariato. A tal fine sarebbe opportuno ritirare fuori dal cassetto la Costituzione europea, formalmente (Trattato per una Costituzione per l’Europa) redatta nel 2003  e definitivamente abbandonata nel 2007, a seguito dello stop alle ratifiche imposto dalla Francia e dai Paesi Bassi.

Nella fase attuale in cui Medio Oriente e Asia centrale sono afflitti da convulsioni multidimensionali, il Mediterraneo rappresenta ancora una volta il cuore degli interessi nazionali ed europei

Nella fase attuale in cui le aree medio-orientale e centro-asiatica sono afflitte da convulsioni multidimensionali (contenziosi religiosi, costituzione di un emirato islamico estremista, aspirazioni nucleari iraniane, ecc.), il Mediterraneo rappresenta ancora una volta il cuore degli interessi nazionali ed europei. Il quadro strategico ripropone la centralità della nostra regione come di vitale importanza geopolitica. Il suo valore strategico resta essenziale, anche se sulle sue rive si affacciano mondi con culture e interessi spesso in conflitto. L’Italia ha sempre analizzato correttamente – come primo fattore delle sue scelte politiche – le evoluzioni culturali, antropologiche e sociali dell’area mediterranea, quali fattori essenziali in tutte le strategie. Inoltre, ha associato ad esse la conoscenza di storia, religione, usi, abitudini e tradizioni nonché le informazioni politiche, economiche e quelle concernenti le vie di comunicazione. Dalla loro disamina – che è sempre stata decisiva per il successo o il fallimento di tutte le strategie – deriva un uso della forza, lecito o illecito, razionale o illogico.

L’UE deve ridefinire la propria presenza regionale, delineando una strategia di sicurezza inclusiva

È giunto pertanto il momento che la UE ridefinisca la propria presenza regionale, delineando una strategia di sicurezza inclusiva di capitoli molto diversi tra loro. In questo nuovo processo l’UE non potrà prescindere dal confronto dialettico con le potenze esterne che hanno interessi nel Mediterraneo, Stati Uniti, Russia, Paesi del Golfo e Cina. Ma l’assunzione di questo ruolo cruciale non può prescindere da un preventivo consolidamento e una stabilizzazione del progetto europeo nel suo complesso e dalla definizione dei suoi interessi vitali. È vero che il Mediterraneo è un incrocio di civiltà e di nazioni diverse, però tutte centrate attorno all’Europa. Pertanto non è immaginabile gestire le crisi nell’area erigendo barriere o affidandole alle “prime donne”, che si occupano soltanto dei propri interessi nazionali. Per mantenere il dialogo nell’area e tutelare i nostri interessi – peraltro genericamente delineati nella Costituzione (vedi nota 1) – gli interventi di tipo neo-coloniale sono deleteri: occorre trovarne di più moderni e meno diretti.

L’Italia può giocare un ruolo centrale nella ridefinizione delle strategie UE in Mediterraneo

In tale prospettiva, il ruolo dell’Italia appare oggi ancor più decisivo sia perché il progetto nacque nel suo seno (vedi nota 2), sia perché svolge da sempre una funzione di primo piano nella dimensione mediterranea. La sua capacità di favorire l’incontro tra storie, culture e tradizioni diverse le ha consentito di padroneggiare:

  • una diversità di percezione che talora caratterizza le varie posizioni e le questioni di sicurezza cruciali per il futuro delle giovani generazioni;
  • una capacità di mediazione che ha prodotto sinergie tali da poter contribuire ad instaurare un clima di reciproca fiducia alla stregua di un ponte edificato tra le due sponde del Mediterraneo;
  • un intuito accorto, capace di affrontare la complessità che prevale sulle affinità di fanatismi locali alla ricerca di identità, di nazionalismi deviati, di valori aggrovigliati ed a volte incompatibili.

Il nostro Paese è il candidato ideale per fare da “ponte”

Solo partendo da un’osmosi culturale – che il nostro Paese è in grado di promuovere – sarà possibile innestare valori democratici sulle diverse sponde dell’area sud. Embrioni che le giovani generazioni di quella stessa area sapranno autonomamente curare e far crescere, per raggiungere valori democratici a fondamento di Stati nazionali stabili che sappiano favorire un rapporto meno diseguale con noi. Il nostro interesse è stabilire un approccio realistico con la poliedrica realtà mediterranea attraverso una politica che ridefinisca il ruolo, la presenza, e la capacità di intervento dell’Italia quale ponte per l’Unione Europea che sappia dialogare con la sponda sud.

Come farlo

L’Italia potrà “trasformarsi in ponte”, se saprà:

  • impiegare come piloni i principi fondanti della mediazione, necessari per ristabilire il dialogo fra gli attori, riorganizzando il processo delle relazioni e ristabilendo la loro attiva e responsabile capacità decisionale;
  • avvalersi per l’impalcato della psicologia etnica e dell’antropologia sociale per approfondire la conoscenza del retroterra culturale degli antagonisti, comprendere come, con quale atteggiamento, con quali fini, con quali valori e con quali aspettative le parti intendano riprendere il dialogo. Occorre ristabilire comprensione, eliminando concetti confusi ed evocazioni emozionali, per far riprendere fiducia nelle relazioni;
  • promuovere sostegni economici privilegiando l’economia reale in luogo di quella finanziaria, fornendo infrastrutture, servizi e addestramento, evitando perentoriamente aiuti monetari che finirebbero preda di “pescecani”, lestofanti e nulla facenti (contesto nazionale docet);
  • proporre come piano viabile, le questioni oggetto di lite isolatamente, sviluppando – con oculata mediazione – opzioni e valutando alternative che conducano ad un’intesa mutuamente accettabile e appagante dei bisogni antagonisti.

È questo il fattivo contributo che possiamo dare per rafforzare il “Progetto Europa” e renderlo una realtà geopolitica capace di interloquire a livello internazionale.

Gli Indomabili

Gli Autori

Luciano Piacentini – Brevettato incursore, è stato Comandante di Unità Incursori nel grado di Tenente e Capitano. Assegnato allo Stato Maggiore dell’Esercito, ha in seguito comandato il Nono Battaglione d’Assalto Paracadutisti “Col Moschin” e successivamente ricoperto l’incarico di Capo di Stato Maggiore della Brigata Paracadutisti “Folgore”. Ha prestato la sua opera negli Organismi di Informazione e Sicurezza con incarichi in diverse aree del continente asiatico. E’ laureato in Scienze Strategiche e Scienze Politiche.

Claudio Masci – Ufficiale dei Carabinieri proveniente dall’Accademia Militare di Modena, dopo aver assunto il comando di una compagnia territoriale impegnata prevalentemente nel contrasto al crimine organizzato, è transitato negli organismi di informazione e sicurezza nazionali. Laureato in scienze politiche. Tra i suoi contributi L’intelligence tra conflitti e mediazione, Caucci Editore, Bari 2010 e The future of intelligence, 15 aprile 20122, Longitude, rivista mensile del MAECI.

Pino Bianchi – Architetto, esperto in risk management, organizzazione, reingegnerizzazione dei processi e sistemi di gestione aziendali. Per oltre venti anni ha diretto attività di business, marketing, comunicazione e organizzazione in imprese multinazionali americane ed europee. Consulente di direzione in ICT, marketing, comunicazione, business planning e project financing.

ANTIOCO – Ha maturato varie esperienze lavorative in Italia e all’estero occupandosi di consulenza direzionale, sviluppo di mercati, cooperazione internazionale e gestione commerciale per rilevanti realtà industriali. Da sempre attento ai temi della security, ha ricoperto in realtà strategiche nazionali vari ruoli di responsabilità occupandosi di business continuity, security strategic planning, security communication, ricerca e analisi informativa e corporate intelligence.

Francesco Bussoletti

Claudio Masci e Luciano Piacentini sono gli autori di: “The future of intelligence”, articolo del 15 aprile 2012, pubblicato su Longitude, rivista mensile del MAECI, nonché dei libri: “L’intelligence tra conflitti e mediazione”, Caucci Editore, Bari 2010 (esaurito) e di “Humint… questa sconosciuta (Funzione intelligence evergreen)”, acquistabile da Amazon.

NOTE

Nota 1: Secondo il nostro parere, gli interessi nazionali possono essere ricompresi in valori non negoziabili che possiamo circoscrivere nei quattro principi fondanti di uno Stato moderno: Sovranità, Territorio, Popolo e Ordinamento giuridico. Gli stessi possono essere tradotti in: indipendenza, integrità territoriale, sicurezza dei cittadini, benessere economico, cui aggiungiamo infrastrutture cruciali frutto della modernità.  Tali valori, altresì, li troviamo anche delineati nella nostra Costituzione:

  • 1: L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione;
  • 5: La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali…;
  • 13 – 28 Rapporti Civili e Art. 29 – 34 Rapporti Etico-Sociali: delineano la quotidianità di una convivenza civile che la sicurezza è tenuta a garantire ai cittadini;
  • 35 – 47: Rapporti Economici, insieme delle condizioni che permettono, ad ogni cittadino, di soddisfare i sempre crescenti bisogni elementari e quelli secondari per raggiungere un’adeguata prosperità, anch’essa affidata alle cure della sicurezza nazionale.

Il che, tradotto in termini succinti e prioritari si traduce in:

  • Approvvigionamento energetico diversificato per evitare pericolosi “collidi bottiglia” o strozzature;
  • Benessere economico, privilegiando l’economia reale in luogo di quella virtuale, al fine di fornire quel sostegno economico necessario per far vivere e sopravvivere le nostre PMI, strutture portanti del nostro sistema economico.

Nota 2: Il Manifesto di Ventotene fu originariamente redatto da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi nel 1941 che erano stati internati sull’isola omonima dal regime fascista. Il documento propugnava ideali di unificazione dell’Europa in senso federale, fondandosi sui concetti di pace e libertà e sulla teoria istituzionale del federalismo, incentrato sull’istituzione di una banca nazionale e la creazione di un unico sistema monetario.

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