Libia, bomba a orologeria per la sicurezza. La popolazione non si tiene più

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Il Libia cresce rapidamente il malcontento della popolazione, che si trasforma in proteste e manifestazioni. Prima c’è stata l’irruzione nella sede del PC/GNA a Tripoli e ora il blocco dell’aeroporto Mitiga. La sicurezza è sempre più fragile

In Libia sta crescendo rapidamente il malcontento da parte della popolazione per le condizioni di vita. Lo confermano una serie di episodi recenti, che fanno temere un peggioramento della sicurezza nel paese africano. Prima alcuni manifestanti hanno fatto irruzione nel quartier generale del PC/GNA a Tripoli, mentre il premier Fayez Sarraj è in visita in Giordania. Poi, improvvisamente, i membri dell’Autorità dell’Aviazione Civile della nazione ha deciso di incrociare le braccia. Di conseguenza, la struttura si è praticamente bloccata. Inoltre, piloti, passeggeri e velivoli sono rimasti a terra. Ciò potrebbe mandare in tilt il traffico aereo presso l’aeroporto internazionale di Mitiga. Per tutti la richiesta è univoca: i dimostranti vogliono ottenere dalle istituzioni benefici considerati “dovuti”, che ad altri sono stati concessi. Soldi, cure mediche e stabilizzazione dei contratti. Per averli, come dimostra l’accaduto a Tripoli, sono disposti a tutto.

C’è il rischio di un effetto domino, che le istituzioni difficilmente sarebbero in grado di gestire. Inoltre, dalle manifestazioni pacifiche ai fatti il passo è breve. Si temono nuovi disordini, questa volta non alimentati dalla partita tra Sarraj e Haftar o da qualche milizia. Bensì dalla stessa popolazione

Le nuove proteste in Libia più o meno violente rischiano di causare un effetto domino con effetti dirompenti sulla sicurezza. Altri gruppi sociali nel paese nord africano, vedendo “l’esempio” dei dimostranti a Tripoli e Mitiga, potrebbero decidere di agire. Ciò porterebbe al moltiplicarsi di iniziative come queste, che difficilmente il GNA sarebbe in grado di gestire. Inoltre, dalle manifestazioni e gli scioperi pacifici, c’è la possibilità che si passi alle vie di fatto. Come è avvenuto a Tripoli, dove il problema peraltro non è stato risolto, ma solo rimandato di una settimana. E in questo contesto le istituzioni non riescono a dare, almeno per il momento, risposte nei modi e nei tempi che contribuiscano a placare gli animi. C’è la concreta eventualità, quindi, che presto possano scoppiare nuovi disordini. Questa volta non alimentati dalla partita tra Sarraj e Khalifa Haftar o da qualche milizia locale. Bensì dalla stessa popolazione libica.