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Le criticità dei Big Data: Intelligenza umana vs. Intelligenza Artificiale (AI)

Le Criticità Dei Big Data: Intelligenza Umana Vs. Intelligenza Artificiale (AI)

L’idea di raccogliere i Big Data e di investire su di essi si è sviluppata inizialmente negli Usa e nelle sue Agenzie

Sfogliando Internet ci siamo imbattuti in un articolo dal titolo: “Vi spiego perché i Big Data cambieranno il futuro dell’Intelligence, che ha suscitato non poche perplessità e qualche riflessione. L’articolo indica che l’idea iniziale di avviare la raccolta dei Big Data e investire su di essi si è sviluppata inizialmente negli Usa e nelle sue Agenzie. Investimento suggerito per evitare gli errori più gravi della HUMINT (Human Intelligence), commessi soprattutto in Libano nel 1983 (23-10-1983 attentato al contingente americano a Beirut) e in Iraq durante la prima guerra del Golfo nel 1991. Secondo l’autore, il 29 settembre 1999 la CIA (Central Intelligence Agency) provvide alla costituzione dell'”incubatore” di nuove imprese (startup) denominato In-Q-Tel. Questo – una società privata asseritamene no profit – analizza i progetti tecnologicamente più avanzati, o almeno quelli in cui si intravede una certa rilevanza per l’Intelligence, per poi investire su di essi sviluppandoli successivamente in funzione dell’impiego in attività di Intelligence e di counter-Intelligence.

L’incubatore In-Q-Tel e i suoi vantaggi per la CIA

Lo sviluppo sopra descritto non è completamente automatizzato. Ma occorre affiancare fasi di analisi dei dati grezzi, progettazione e gestione di database in cui far confluire i dati analizzati, nonché pre-elaborazione dei dati stessi ed infine considerazioni su modelli e inferenze da porre a base dell’auto apprendimento della Artificial Intelligence (AI). “Noi (la CIA) abbiamo deciso di utilizzare i nostri dollari limitati per sfruttare la tecnologia sviluppata altrove spiegò l’ex direttore della CIA, George Tenet -. Nel 1999 abbiamo noleggiato…In-Q-Tel…. Mentre paghiamo le bollette, In-Q-Tel è indipendente dalla CIA. La CIA identifica i problemi urgenti e In-Q-Tel fornisce la tecnologia per affrontarli. L’alleanza In-Q-Tel ha rimesso l’Agenzia all’avanguardia della tecnologia. Questa collaborazione ci ha consentito di sfruttare la tecnologia che Las Vegas impiega per identificare i giocatori di carte corrotti e applicarla a analisi di link per terroristi (cfr.lo sforzo parallelo di data mining) da parte dell’operazione SOCOMDIA Able Danger (Nota 1) e adattare quella che i rivenditori online utilizzano per convertire e scandagliare milioni di pagine di documenti alla ricerca di risultati inaspettati”.

I dubbi sui Big Data

Un ulteriore dato di perplessità, rinvenuto nell’articolo, è dato dagli algoritmi impiegati per creare modelli di raccolta dati per i computer, tali da insegnare continuamente agli stessi a perfezionare la loro ricerca. Non ci convincono, inoltre, i concetti secondo cui le distorsioni della disinformazione sono superabili con le analisi statistiche e di tendenza. Infine, altri elementi di scetticismo scaturiscono dal teorema secondo cui i Big Data

  • costituiranno il bilanciamento dei fattori di potenza – cioè saranno “eguagliatori di potenza strategica” – in quanto non ci sono più “piccoli o grandi Paesi” né comunità non-statuali, rispetto agli Stati tradizionali, che non possano ingaggiare uno scontro con le potenze maggiori;
  • introdurranno una sorta di “artigianalizzazione” dell’analisi svolta dai Servizi, che ingloberà più dati dal terreno d’azione e sarà sempre meno controllabile ex-ante da una qualche autorità politica centrale. Le scelte – sia analitiche siaoperative – saranno demandate alle unità locali, che vedranno una integrazione sempre più spinta tra operatori e analisti;
  • modificheranno la corretta percezione (non sempre facile) dell’Interesse Nazionale o delle stabili alleanze internazionali, con una logica ben differente da quella oggi attuata dagli Stati-Nazione. Quindi sarà necessario immaginare una nuova Intelligence, nella determinazione delle “catene del valore” internazionali.

Con la corsa globale ai Big Data, questi sono diventati un fattore di potenza e non più una risorsa

Le nostre prime perplessità derivano dal fatto che – dopo l’avvio iniziale della raccolta dei big data -gli USA sono stati seguiti a ruota, nella medesima attività, dalla Russia e dalla Cina, con l’instaurazione di un nuovo processo di “guerra fredda” in cui gli attori non sono più due ma tre, almeno finora. I Big Data sono così diventati un “fattore di potenza” e quindi una potenziale minaccia e non una risorsa. Altraconsiderazione, che nasce spontanea, ha origine dalla presunta eguaglianza fra Paesi piccoli e grandi. È solo un’utopia in quanto:

  • lo sviluppo di tecnologie informatiche di avanguardia richiede potenza di hardware e software, nonché notevoli capitali che certamente non sono alla portata di piccole e/o medie potenze, specie se con disastrate economie o elevato debito pubblico;
  • lo sviluppo dei vari software di IA – che processano le interazioni umane per trasformarle in algoritmi – è comunquesvolto da una mente umana che estrapola ed interpreta i big data che la sua soggettività culturale ritiene di interesse. Analisi del cluster,record insoliti, rilevamento di anomalie, dipendenze, regole di associazione, assonanze, ecc., sono scelti in base all’etnocentrismo di tale mente umana. E poi la stessa – quale analista – impostai modelli tecnologici da impiegare nell’attività di machine learning (auto apprendimento dei computer).

Tutta la fase di costruzione di sistemi di estrazione e di analisi dei Big Data è condizionata dal relativismo culturale. Il caso Huawei è emblematico

Quindi tutta la fase di costruzione di sistemi di estrazione e di analisi dei big data è condizionata dal relativismo culturale, cioè dall’identità sociale della mente dell’operatore. Essa si estrinseca in sentimenti fortemente influenzati dalla consapevolezza di appartenere ad un determinato popolo o ad un gruppo etnico, di essere imbevuto di una determinata cultura e quindi di avere un proprio modo di credere, pensare e conseguentemente di agire. Condizionamento che già ora viene trasferito nell’elaborazione dei vari software commerciali. Tant’è che la Cina ha vietato il loro acquisto e gli Stati Uniti hanno vietato l’acquisto di prodotti Huawei nella propria pubblica amministrazione. È quindi inevitabile che il relativismo culturale venga poi trasferito – sia nella fase progettuale sia in quella esecutiva – nei software della IA che, basati su modelli di auto apprendimento automatico, tendono a condurre alla omogeneizzazione culturale, annullando le singole diversità intellettuali.

Photo Credits:  U.S. Army photo by Spc. Edward Bates

Intelligence high-tech vs. ETHINT e CULINT

Il generale statunitense David Howell Petraeus ha già constatato con mano i danni fatti da questo tipo di Intelligence estremamente tecnologica in Afghanistan e in Iraq, tanto da proporre l’adozione di altre due forme di intelligence l’ETHINT (Ethnic Intelligence) e la CULINT (Cultural Intelligence). Le stesse – assemblate nel HTS (Human Terrain System = “Sistema di terreno umano”) – hanno fatto dimenticare l’esistenza della HUMINT. Quest’ultima, in sintesi, agisce a favore della Sicurezza Nazionale ed il fattore informativo umano costituisce la conditio sine qua nonper conoscere le reali intenzioni dell’avversario e, quindi, del successo. Senza la Humint è difficile, se non impossibile, conseguire vantaggi sugli avversari, come l’esperienza ci ha finora insegnato. Infatti Petraeus sosteneva che il maggior responsabile degli attentati subiti dai militari USA, nelle suddette aree di crisi, era riconducibile alla mancanza di “conoscenza del terreno culturale che è altrettanto importante – e in alcuni casi molto più importante – della conoscenza del terreno geografico ……..Le persone sono, sotto molti punti di vista, il “terreno” decisivo che dobbiamo studiare nello stesso modo in cui abbiamo sempre studiato il terreno geografico”.

I giganti della tecnologia esercitano la loro influenza culturale attraverso le proprie applicazioni di apprendimento automatico e di intelligenza artificiale, con l’obiettivo di sostituire nel futuro il pensiero umano

Il tentativo di omogeneizzazione culturale è stato già avviato nel 2004 quando gli USA – dopo gli attacchi dell’11 settembre – decisero di affiancare alla reazione militare in Afghanistan ed Iraq, una risposta politica. Finalizzata a superare l’arretratezza sociale, politica ed economica della regione mediorientale, considerata come il “brodo di coltura” del terrorismo. Da allora ad oggi i giganti della tecnologia hanno continuato ad esercitare la loro influenza culturale attraverso le proprie applicazioni di apprendimento automatico e di intelligenza artificiale. Talché i loro algoritmi sono diventati dominanti con l’obiettivo di riprodurre, trascendere e poi sostituire il pensiero umano. L’influenza, dei suddetti giganti, si sta già esercitando su:

La monopolizzazione dei Big Data e delle relative interazioni sociali non è condotta per sostenere lo sviluppo umano e contribuire a risolvere problemi complessi, ma unicamente per accumulare ricchezza ed esercitare influenza

La diffusione di tale incultura ci fa assistere a pestaggi di adolescenti handicappati, o ad accoltellamento di coetanei per gelosia e/o dissensi di vedute. La loro diffusione è finalizzata a sostituire il nostro tradizionale “tot capita, tot sententiae” con opinioni artificiali. Infatti, la monopolizzazione dei Big Data e delle relative interazioni sociali non è condotta per sostenere lo sviluppo umano e contribuire a risolvere problemi complessi – come l’impiego della mediazione nei conflitti asimmetrici, o produzione di beni e servizi, ovvero la ricollocazione della forza lavoro disoccupata, ecc. – ma unicamente per accumulare ricchezza ed esercitare influenza. Esercizio di influenza – il cui fine ultimo è la sostituzione dell’essere umano e non il suo sostegno – in modo che non ci sia più alcuna distinzione fra l’uomo e la macchina. E coloro che non riusciranno a stare al passo con il progresso tecnologico – non tutti siamo Einstein – soccomberanno miseramente.

Il potenziamento automatico dell’Intelligenza Artificiale (AI) condurrà a un nuovo Medio Evo. Con tanto d’imperatore, vassalli, valvassori, valvassini e servi della gleba

Atteso che il potenziamento automatico dell’AI si sta risolvendo in una disintegrazione della democrazia, che condurrà ad un nuovo Medio Evo,con un nuovo Sacro Romano Impero, il futuro Imperatoresarà contornato da: vassalli: soggetti ed imprese, esperti e padroni di informatica di avanguardia; valvassori: programmatori, blogger, costruttori di architetture informatiche e di app., utili come specchietti per le allodole che attirano e irretiscono nelle loro spire l’ignara popolazione; valvassini: cioè i venditori delle cosiddette app., talvolta distribuite anche gratuitamente – come fanno gli spacciatori di droga – per creare dipendenza dallo strumento elettronico; servi della gleba: vale a dire la gran massa degli individui i quali – pur se capiscono poco o niente di informatica – ne sono i più numerosi ed importanti fruitori. I suddetti – acquistando edimpiegando le nuove tecnologie – forniscono i mezzi per l’arricchimento dell’imperatore e dei suoi satrapi, ma non si avvedono di subirne costantemente il controllo tramite il sentiment analysis. Cioè l’analisi delle loro reazioni sui social media in funzione di un particolare evento, una posizione socio-economica, una proposta di legge, una competizione elettorale o una guerra commerciale.

La posta in gioco della nuova “guerra fredda” non è più la conquista territoriale né la supremazia economica. Bensì quella globale del modello di società, con l’imposizione di nuove forme di governo diverse dalla democrazia. I giganti digitali saranno protagonisti delle nuove Psy-Ops

Non sono elucubrazioni di mente distorta, ma realtà molto vicine a noi se le notizie riguardanti la costituzione di un tribunale globale delle corporationnon sono fake newsLa posta in gioco di questa nuova “guerra fredda” non è più la conquista territoriale né la supremazia economica, bensì la conquista globale del modello di società con l’imposizione di nuove forme di governo diverse dalla democrazia. Le previsioni si incentrano su una inevitabile compromissione delle indipendenti capacità di espressione e delle autonome facoltà decisionali dell’uomo. La manipolazione delle interazioni sociali – una volta definita “guerra psicologica” (Psy-Ops) – non sarà più appannaggio dei governi e della politica statuale, ma dei giganti digitaliche l’hanno derubricata a “marketing politico” e già la impiegano per modificare le scelte dell’elettorato. In tale quadro previsionale anche i politici rientrano nel novero delle vittime perché saranno colpiti da quelle scelte informatiche che essi stessi avranno ritenuto funzionali al proprio progetto politico.

I modelli della “pesca a strascico” dei Big Data e gli algoritmi peril decision making sono condizionati dall’etnocentrismo. Le forme conflittuali sono sviluppate mediante la information warfare. Le fake news sono l’esempio più eclatante

Infatti, i modelli con cui si opera la “pesca a strascico” dei big data – da impiegare soprattutto per definire scenari strategici più probabili o per sviluppare ipotesi di lavoro specifico e operativo nell’Intelligence, ovvero analizzare i trend della pubblica opinione nonché l’orientamento del dibattito nelle classi dirigenti partitiche e parlamentari – sono condizionati dall’etnocentrismo ed altrettanto dicasi degli algoritmi prodotti per l’impiegonel decision making. Oggi le forme conflittuali – ivi compresa la nuova guerra fredda – sono sviluppate mediante l’informationwarfare. Cioè un conflitto invisibile che impiega come armi l’informazione e ha come bersaglio l’individuazione delle informazioni strategiche dell’avversario. Gli attacchi ai sistemi informatici – che abbiamo registrato recentemente anche in Italia, in danno delle alte Istituzioni statuali – non sono le uniche espressioni di questa guerra invisibile perché anche le banali fake news rappresentano veri e propri episodi dell’azione bellica in atto.

Perché le grandi potenze raccolgono e analizzano in Big Data

Tramite la raccolta di big data, gli analisti delle potenze mondiali sono convinti di poter controllare da remoto tutto quello che avviene nel pianeta al fine di: conoscere i comportamenti dei cittadini stranieri e poterli influenzare, per anticipare in tal modo le tendenze politiche e sfruttare le reazioni emotive per innescare sommosse. Probabilmente questo utopistico obiettivo non tiene affatto conto delle differenze culturali che ancora resistono all’omogeneizzazione culturale della globalizzazione. E che un hacker – o meglio un “ethical-hacker”, nel senso di “cattivo ma buono” – è in grado di testare un sistema per trovare una breccia e le successive falle fino ad accedere alle procedure ed ai dati, compromettendo l’intero sistema. A tutto ciò occorre aggiungere che la gran mole di big data  non è analizzata per l’80% e che quel 20% che viene sfruttato non è certo esente da inquinamenti con operazioni avverse che, ai tempi della guerra fredda, si chiamavano “misure attive”. Fra le quali primeggiava la “disinformazione” (Nota 2).

La dezinformatsiya opera online anche con i big data e colpisce la massa gli utenti di Web e social network. Obiettivo: modificare le loro conoscenze e comprensioni, orientamento politico. Bloccando ogni reazione e originando per ciascuno di loro una nuova immagine. Ciò in funzione della “Guerra Ibrida”

Attualmente, la dezinformatsiya opera online anche con i big data e colpisce la massa degli utenti – sia della Rete sia dei social network – per modificare le loro conoscenze, le loro comprensioni, il loro orientamento politico nonché per bloccarne ogni reazione e originare per ciascuno di loro una nuova immagine. La massa degli utenti delle nuove tecnologie tanto più è sommersa da dati, tanto più dimentica la propria vera identità (omogeneizzazione culturale). Ed è su questo assioma che si fonda il potenziamento e lo sviluppo dell’AI per dar luogo alla cosiddetta “guerra ibrida”, cioè un misto di “guerra tradizionale, guerra asimmetrica e guerra psicologica di massa” automatizzata e senza regole. L’elaborato conclude affermando che l’impiego dell’intelligenza artificiale, come fattore di potenza “….presuppone una trasformazione delle classi politiche e, quindi, una profonda modifica della loro selezione”. E da qui una considerazione finale: ma chi e come effettuerà la trasformazione della classe politica? E chi e come ne opererà la selezione?

La risposta di Edgar Morin al dilemma sull’Intelligenza Artificiale

Affidiamo la risposta al pensiero del filosofo Edgar Morin che nei suoi studi epistemologici affronta il problema delle intelligenze artificiali ponendosi la domanda se, al di là degli impatti straordinari sul piano economico e sociale, esse possano influire anche su quello speculativo. Morin ritiene che sarà improbabile che da una intelligenza artificiale possa scaturire una visione del mondo. Esse sono – come le macchine di cui parla Aristotele – delle intelligenze pragmatiche, in quanto la ricerca tecnologica non è ricerca teoretica. L’AI sconvolgerà il nostro modo di vivere e di essere, ma non apporterà alcuna visione filosofica e speculativa sull’essenza del mondo. Il filosofo sostiene che “la cultura, ormai, è divisa in due blocchi”: quella umanistica – “che affronta la riflessione sui fondamentali problemi umani, stimola la riflessione sul sapere e favorisce l’integrazione personale delle conoscenze” – e quella scientifica, che “separa i campi della conoscenza, suscita straordinarie scoperte, geniali teorie, ma non una riflessione sul destino umano e sul divenire della scienza stessa”.

Il filosofo: L’informazione è una materia prima che la conoscenza deve padroneggiare e integrare

Secondo il pensiero di Morin “l’informazione è una materia prima che la conoscenza deve padroneggiare e integrare”, per giungere a una conoscenza “costantemente rivisitata e riveduta dal pensiero”, che nell’attuale contesto sociale è “il capitale più prezioso per l’individuo e la società”. Il frazionamento culturale – e la sua netta separazione – porta a indebolire il senso della responsabilità, in quanto ognuno tende a circoscrivere la propria responsabilità solo nell’ambito della propria specialistica mansione. Comportamento che induce l’indebolimento della solidarietà, poiché ciascuno percepisce solo il legame con la propria comunità, magari ristretta a quella familiare. La conoscenza tecnica è ormai appannaggio degli esperti – che però hanno perso la capacità di concepire il globale e il fondamentale – mentre il cittadino comune ha perso il diritto alla conoscenza in quanto non riesce più a conoscere ed assimilare le innovazioni evolutive del progresso tecnologico.

Il disfacimento culturale al quale stiamo andando incontro può essere fermato mediante una riforma dell’istruzione e del pensiero

Inoltre, secondo Morin, il disfacimento culturale al quale stiamo andando incontro può essere fermato mediante una riforma dell’istruzione e del pensiero. Una riforma dell’istruzione non programmatica ma paradigmatica che consenta di mettere fine alla separazione tra le due culture e di rispondere alle formidabili sfide della globalizzazione, della complessità nella vita quotidiana, sociale e politica. Una riforma del pensiero con il pieno impiego dell’intelligenza umana per affrontare le nuove complesse realtà e ristabilire quel legame fra le due disgiunte culture ripristinando la nostra attitudine a organizzare la conoscenza. Questo concetto è spiegato da Morin con un aforisma: “È meglio una testa ben fatta che una testa ben piena”. Cioè una “testa ben fatta, che comporta un’attitudine generale a porre e a trattare i problemi, con principi organizzatori che permettano di collegare i saperi e di dare loro senso”, invece che “una testa ben piena nella quale il sapere è accumulato e non dispone di un principio di selezione e di organizzazione che gli dia senso”.

Serve una riforma impostata su una politica della civiltà. Che rincorra il “meglio” e la crescita qualitativa

Infine, il filosofo ritiene che la civiltà occidentale è oramai globalizzata sulla base di una cultura tecnologica che ha portato più effetti negativi che positivi. Per cui ha bisogno di una riforma impostata su una politica della civiltà. Una politica che deve ristabilire solidarietà e responsabilità, mirando a una simbiosi tra le diverse civiltà, che deve abbandonare la rincorsa al “di più” in favore del “meglio” e l’idea della crescita quantitativa per adottare quella qualitativa.

Per contrastare le minacce date dallo sviluppo delle AI non bastano le Intelligence. Serve che ognuno di noi sappia difendersi dal “gigante digitale” che è dentro noi stessi

Noi concludiamo che, per contrastare le minacce insite nello sviluppo delle intelligenze artificiali, non bastano più gli Apparati Intelligence, né l’impiego delle stesse AI da parte dei medesimi Apparati. Occorre che ognuno di noi sappia difendersi dal gigante digitale che è dentro noi stessi – cioè consumismo e superficialità, con assenza di riflessione – aggiornandoci soprattutto sull’evoluzione scientifico-culturale per conoscere i pro ed i contro delle innovazioni tecnologiche. Tra l’altro non ci stiamo rendendo conto che lo sviluppo tecnologico sta assorbendo quantità enormi di energia che oltre ad incidere sull’incremento della CO2 e sul progressivo incremento dell’effetto serra, sta anche riducendo le superfici agricole coltivabili che vengono occupate da estensive e megagalattiche costruzioni. Si sta verificando così un conseguente impoverimento della produzione agro alimentare, che ha già fatto registrare sintomi di disordini sociali e di accaparramento di derrate alimentari nelle grandi megalopoli.

Il vero nemico da combattere è innanzitutto la “cyber ignoranza” degli utenti

Abbiamo già visto gli effetti dell’industrializzazione selvaggia ove la classe operaia – che “andava in paradiso” a scapito di quella contadina – sarebbe stata costretta a mangiarsi i bulloni, se non avesse ricevuto derrate alimentari dall’estero. Ora ci prepariamo ad assistere alla classe dei cybernauti che saranno costretti a sfamarsi con diodi e transistor o con pillole sintetichequando saranno terminate le aree coltivabili. Rientrando nel trend del breve periodo, possiamo supportare la competitività del nostro sistema Paese, ancora in fieri, con la diffusione – a tutti i livelli – della cultura della sicurezza cibernetica per debellare quell’ignoranza diffusa che cerca di far credere di conoscere ciò che invece è ignoto o sconosciuto se non addirittura di travisare le situazioni reali. È questo il vero nemico da abbattere, soprattutto fra i giovani che usano tablet e smartphone come innocui giocattoli, ignorando che gli stessi sono impiegati per registrare ogni loro azione sia tramite il GPS (Global Positioning System) sia tramite la partecipazione ai social network.

I Big Data possono trovare una infinità di combinazioni e raggiungere il massimo livello di auto-apprendimento. Ma riusciranno mai a mettere in discussione l’incerto, a fugare dubbi, a indicarci le reali problematiche delle situazioni di crisi o conflittuali?

Questa “contaminazione di sicurezza” deve raggiungere dapprima la scuola e il management pubblico e privato, per poi estendersi all’intera popolazione. Metodologia indispensabile per giungere ad una solida costituzione del nostro sistema Paese. D’altronde è inutile acquistare sofisticate tecnologie, se poi non si è adeguatamente preparati a saperle usare. Ed è altresì inutile pensare che le macchine possano sostituire gli esseri umani, se sventatezze o adescamenti di agenti avversari – anche appartenenti a un paese amico – sono in grado di vanificare i più sofisticati dispositivi elettronici di ultima generazione. In conclusione, gli algoritmi estrapolati attraverso l’interpretazione dei Big Data possono trovareuna infinità di combinazioni e raggiungere il massimo livello di auto-apprendimento. Ma riuscirannomai a mettere in discussione l’incerto, a fugare dubbi, a indicarci le reali problematiche delle situazioni di crisi o conflittuali?

La fantascienza non si coniuga con la fantasia. Solo la HUMINT è in grado di raccogliere, interpretare e canalizzare in favore dell’intera collettività nazionale i bisogni e le aspirazioni del popolo, oggetto del desiderio delle reali intenzionidi competitor e avversari che intendono manipolarle secondo i propri interessi

La politica dovrebbe comprendere che la fantascienza non si coniuga con la fantasia, nonostante l’assonanza dei termini, per cui l’impiego degli algoritmi non è il modo migliore per comprendere e influenzare i propri concittadini. Nei miliardi delle loro interazioni sociali – raccolte e processate con gli algoritmi – non ci sono le reali intenzionidei corrispettivi sudditi, ma solo esteriorità comunicative per “apparire piuttosto che essere”. Solo il rapporto umano – cioè la HUMINT – è in grado di raccogliere, interpretare e canalizzare in favore dell’intera collettività nazionale i bisogni e le aspirazioni del popolo, oggetto del desiderio delle reali intenzionidi competitor e avversari che intendono manipolarle secondo i propri interessi. L’applicazione tout court degli algoritmiannienta il fattore umano, mentre invece occorre conoscerlo e interpretarlo secondo le categorie geopolitiche che coniugano lo spazio geografico con la piramide di Maslow – bisogni derivanti da storia,cultura, tradizioni, aspirazioni e sopravvivenza – per poter governare assennatamente.

Per tutelare l’interesse e la Sicurezza Nazionale bisogna imparare a sviluppare in completa autonomia le tecnologie chiave – peculiari per la cyber security. Altrimenti si diventa appendice di altri, che esercitano la politica delle backdoor

Occorre cogliere nelle interazioni elementi utili per sostenere appropriatamente decisioni politiche per il conseguimento dell’Interesse Nazionale che non si tutela impiegando prodotti outsourcing nella cyber security, bensì software di sicurezza elaborati autonomamentedal comparto della Sicurezza Nazionale. È indispensabile imparare a fare da soli perché la logica delle nuove invenzioni tecnologiche è strettamente correlata con la Sicurezza Nazionale. Solo sviluppando in completa autonomia le tecnologie chiave – peculiari per la sicurezza cyber – si tutelano gli Interessi Vitali Nazionali (sovranità, sicurezza dei cittadini, benessere economico, nonché protezione delle Istituzioni e delle infrastrutture cruciali). Diversamente si diventa appendice tecnologica di altri Stati che esercitano la politica delle backdoor per superare ogni possibile difesa dei sistemi informatici.

Nota 1Able Danger era un progetto operativo militare classificato del Comando delle operazioni speciali USA – SOCOM – e della Defense Intelligence Agency – DIA – avviato all’inizio dell’ottobre 1999 per sviluppare campagne di operazioni di informazione contro il terrorismo transnazionale. Il progetto non sembra aver riscosso molto successo, generando per contro varie critiche. Il data mining è un sotto-campo interdisciplinare dell’informatica in cui vengono applicati metodi intelligenti per estrarre informazioni da un over flow di “data” (notizie e dati tecnici) e trasformarle in analisi, conoscenze, statistiche e sistemi di database utili per un ulteriore impiego, specie nella Intelligenza Artificiale (IA). In pratica tramite il data mining si costruiscono modelli di software di apprendimento automatico dei computer impiegati nel supporto decisionale ad ogni livello.

Nota 2: Fare disinformazione significa mirare ad un determinato settore del competitor per saturarlo con false notizie al fine di indurlo ad assumere una decisione sbagliata, o ad un ritardo/arresto decisionale, oppure alla decisione che l’avversario vuole che sia assunta.

Gli Indomabili

Gli Autori

Luciano Piacentini – Brevettato incursore, è stato Comandante di Unità Incursori nel grado di Tenente e Capitano. Assegnato allo Stato Maggiore dell’Esercito, ha in seguito comandato il Nono Battaglione d’Assalto Paracadutisti “Col Moschin” e successivamente ricoperto l’incarico di Capo di Stato Maggiore della Brigata Paracadutisti “Folgore”. Ha prestato la sua opera negli Organismi di Informazione e Sicurezza con incarichi in diverse aree del continente asiatico.

Claudio Masci – Ufficiale dei Carabinieri proveniente dall’Accademia Militare di Modena, dopo aver assunto il comando di una compagnia territoriale impegnata prevalentemente nel contrasto al crimine organizzato, è transitato negli organismi di informazione e sicurezza nazionali. Laureato in scienze politiche. Tra i suoi contributi L’intelligence tra conflitti e mediazione, Caucci Editore, Bari 2010 e The future of intelligence, 15 aprile 20122, Longitude, rivista mensile del MAECI.

Pino Bianchi – Architetto, esperto in risk management, organizzazione, reingegnerizzazione dei processi e sistemi di gestione aziendali. Per oltre venti anni ha diretto attività di business, marketing, comunicazione e organizzazione in imprese multinazionali americane ed europee. Consulente di direzione in ICT, marketing, comunicazione, business planning e project financing.
Claudio Masci e Luciano Piacentini sono gli autori di: “The future of intelligence”, articolo del 15 aprile 2012, pubblicato su Longitude, rivista mensile del MAECI, nonché dei libri: “L’intelligence tra conflitti e mediazione”, Caucci Editore, Bari 2010 (esaurito) e di “Humint… questa sconosciuta (Funzione intelligence evergreen)”, acquistabile da Amazon a questo link.
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