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L’analisi di Gianandrea Gaiani sull’imminente missione italiana in Niger

L’analisi Di Gianandrea Gaiani Sull’imminente Missione Italiana In Niger

La missione in Niger sarò la prima anti-insurrezionale UE o una versione multinazionale di Barkhane?

L’imminente missione italiana in Niger, in cui dovrebbe essere schierato – almeno all’inizio – un contingente della brigata paracadutisti Folgore – presenta diverse incognite. Gianandrea Gaiani, analista militare, giornalista, e direttore della webmagazine AnalisiDifesa, ne ha sviscerate alcune importanti. Soprattutto sul versante dell’opportunità di partecipare o meno all’iniziativa. Innanzitutto bisogna capire se sarà la prima operazione anti-insurrezionale condotta dalla Ue o se invece costituirà solo una versione “multinazionale” (dove ogni Stato europeo assumerà caveat e regole d’ingaggio indipendenti) dell’operazione Barkhane che già da anni i francesi conducono contro i jihadisti in quella regione.

Il contesto della missione in Niger

Il contesto di riferimento per la missione italiana in Niger, infatti, è stato caratterizzato da una serie di intese raggiunte la scorsa settimana a Parigi. Queste fanno riferimento a un’organizzazione “effettiva e reale” per sostenere sul campo le forze militari dei Paesi del G5 Sahel (Mali, Burkina Faso, Mauritania, Niger e Ciad) con contingenti francesi, tedeschi, italiani e probabilmente anche belgi e spagnoli. “Una Alleanza per il Sahel – scrive Gaiani -, tesa a combattere le milizie islamiste (al-Qaeda nel Maghreb Islamico e diverse altre sigle della galassia jihadista) e organizzazioni criminali in una regione in cui i traffici illeciti finanziano il jihad e le milizie sono composte da guerriglieri attivi al tempo stesso come banditi dediti ai traffici di esseri umani, armi, droga e ai rapimenti”.

Quali sono le criticità e le problematiche da affrontare?

La nuova operazione in Niger si svolgerà in un territorio lontano dal mare. Perciò sarà richiesto un grande sforzo logistico per un’Europa quasi priva di trasporti aerei strategici. Tanto che l’UE è stata costretta finora a noleggiare in Russia i giganteschi cargo Antonov An-124 o a chiedere il supporto dei C-17 statunitensi e britannici anche per spostare truppe e mezzi in Afghanistan. Inoltre, schierare truppe sul terreno aumenterà i bersagli a disposizione dei jihadisti per effettuare imboscate, attentati o seminare ordigni improvvisati lungo le piste desertiche battute dalle pattuglie. A fronte di ciò, Gaiani ricorda che non è ancora chiaro quali e quanti Stati europei autorizzeranno l’impiego dei propri militari in azioni di combattimento mentre in Italia si sottolinea (come sempre) il ruolo dei nostri militari per addestrare le forze nigerine.

Alcune considerazioni sulla missione in Niger

Se da un lato l’operazione nel Sahel rappresenterà un test per le capacità della tanto sbandierata difesa europea, dall’altro vedrà inevitabilmente confrontarsi interessi ed egemonie. I francesi ”giocano in casa” non solo perché il G-5 Sahel è composto da ex colonie di Parigi ma perché dall’intervento contro i jihadisti in Mali nel 2012 la Francia ha mantenuto una consistente presenza militare nella regione combattendo non senza perdite i gruppi jihadisti. L’esperienza acquisita e la presenza di basi in tutte le aree strategiche, inclusa quella prioritaria per l’Italia nel deserto tra Niger e Libia, rendono quasi certo che l’operazione con quartier generale a Sévaré (Mali) e comandi tattici in Niger e Mauritania sarà guidata dai francesi. Grazie ai contingenti europei, Parigi potrà ridurre l’attuale esposizione nell’operazione Barkhane (4mila militari con 30 velivoli e 500 veicoli) sostenuta in questi anni anche grazie al supporto finanziario e logistico statunitense.

Gli Usa e la strategia “small footprint” in Sahel

Gli Usa conducono già da tempo nel Sahel missioni in gran parte segrete impiegando aerei spia, droni, forze speciali e contractors basati in Burkina Faso e Niger con basi a Ouagadougou, Niamey e Agadez. Washington in questo contesto ha adottato la strategia “small footprint”. Questa prevede la predilezione di operazioni e partnership con le forze dei paesi coinvolti. Ciò anche grazie all’impiego di strutture per l’addestramento chiamate Cooperative Security Locations o “Lily pads”. L’obiettivo è non far percepire alle popolazioni le forze americane come invasori, ma come una risorsa e degli amici su cui fare affidamento. L’America, peraltro, opera insieme alla Francia già dal 2013. Quando un’offensiva dei jihadisti e dei nazionalisti Tuareg portò il caos nel Mali e Parigi fu obbligata a intervenire. Lo fece con un considerevole supporto logistico da parte dei militari statunitensi.

La missione Usa in Sahel è scollegata da quella UE in Niger, anche se Washington finanzia quest’ultima

Queste missioni sono un punto di forza nella lotta ai jihadisti. Ma anche un elemento di criticità poiché gli Usa non integreranno le forze nel dispositivo euro-africano. E, come hanno sempre fatto, continueranno anche nel Sahel a combattere la “loro guerra” contro il jihad. Con il rischio che le operazioni statunitensi abbiano un impatto diretto sulla missione europea, non per forza positivo. A proposito, Washington si è limitata a finanziare la forza del G5 con 60 milioni di euro, su richiesta francese. Senza però mai parlare, almeno ufficialmente, di collegamenti diretti tra le rispettive missioni. Gli altri finanziatori della missione, invece, sono UE (50 milioni), i paesi africani (5) e la Francia (8). Cifre, ha sottolineato Gaiani, insufficienti per ora a raggiungere i 423 milioni di euro previsti per un anno di operazioni. Anche contando i 100 milioni promessi dall’Arabia Saudita e 30 dagli Emirati Arabi Uniti (UAE).

I finanziamenti e i contributi internazionali alla missione in Niger

Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, peraltro, sostengono la penetrazione in un Sahel quasi totalmente islamico con un obiettivo ben preciso. Contrastare un’insurrezione jihadista che è stata sostenuta dal rivale Qatar, le cui organizzazioni umanitarie erano già state indicate dall’intelligence francese come gli sponsor dei gruppi attivi in Mali. La Germania, invece, ha già donato un centinaio di veicoli alle forze del Niger (le cui risorse minerarie oggi sfruttate per lo più da francesi e cinesi, potrebbero far gola a Berlino) e potrebbe assegnare alla nuova alleanza il contingente attualmente presente in Mali sotto la bandiera Onu. Oppure nuove truppe, considerato che Berlino ha una propria base logistica all’aeroporto di Niamey (dove sono presenti anche una base americana e una francese.

Il ruolo dell’Italia in Niger

Il ruolo dell’Italia, più volte chiesto dal Niger negli anni scorsi come Analisi Difesa raccontò nel reportage Roccaforte Niger, dipenderà dalla determinazione di questo e del prossimo governo a inviare un contingente significativo nel paese, ha spiegato l’analista militare. Ma soprattutto ad autorizzarne l’impiego in combattimento, oltre che per addestrare le forze nigerine. Attività quest’ultima che comincerà tra poche settimane come ha detto il premier Paolo Gentiloni che ha collegato la missione al ritiro di forze oggi in Iraq. A Baghdad resteranno presto solo 4/500 istruttori mentre un migliaio di militari tra forze aeree, elicotteri e fanteria potranno rientrare in Italia. Fanti ed elicotteri (una decina tra Mangusta da attacco e NH-90 multiruolo) più un robusto reparto logistico, del genio e team di istruttori potrebbero costituire il contingente ideale che l’Italia potrebbe schierare in Niger.

I costi della missione in Niger saranno compensati dalla riduzione delle forze italiane in Iraq?

I costi della missione italiana (che venne smentita dalla Difesa nel maggio scorso) sono ancora da quantificare. Ma verrebbero compensati dalla sensibile riduzione delle forze in Iraq (missione costata quest’anno 301 milioni, 237 nel 2016 e 200 l’anno precedente) e da quella più limitata delle truppe in Afghanistan (con stanziamenti di 174,4 milioni quest’anno e 179 nel 2016) cui ha fatto riferimento recentemente il ministro della Difesa Roberta Pinotti. In Niger poco meno di 500 militari con 150 veicoli verrebbero schierati nella base francese di Madama (che dovrà essere ampliata e si trova in una regione ampiamente minata) per controllare le piste dirette in Libia e attraversate dai traffici migratori illegali il cui blocco resta prioritario per Roma.

La base militare di Madama

La base di Madama, realizzata intorno ai resti di un forte della Legione Straniera realizzato nel 1931 per controllare il confine con la colonia italiana, ospita circa 250 militari francesi e un centinaio di truppe nigerine. Le forze di Parigi vi hanno realizzato nel 2014 una base avanzata, costruendo anche una pista d’atterraggio lunga 1.800 metri che ha ridotto i tempi di trasferimento dalla struttura di N’Djamena (Ciad) a 3 ore di volo contro le 10 per via stradale. Madama si trova a 700 chilometri da Agadez e a meno di 100 dal confine libico, in posizione ideale per tenere sotto controllo le piste utilizzate dai trafficanti di immigranti illegali che attraversano i 600 chilometri di frontiera desertica tra i due Stati.

Il generale Maggi: Il nostro obiettivo è stabilizzare un’area fondamentale per il flusso sempre maggiore di esseri umani e nella lotta al terrorismo

Il generale Antonio Maggi, (già comandante dell’ European Union Training Mission, EUTM, in Somalia e attualmente alla testa del Joint Force Headquarters al Comando Operativo di Vertice Interforze) in questi giorni guida a Niamey il team di ricognizione che sta preparando la nuova missione nel paese africano. L’alto ufficiale ha precisato – ricorda Gaiani – che “il nostro obiettivo è stabilizzare un’area fondamentale per il flusso sempre maggiore di esseri umani e nella lotta al terrorismo”. Per supportare le operazioni del battaglione di fanteria basato a Madama in modo adeguato (in termini di scorta, attacco, aeromobilità ed evacuazioni sanitarie) sarebbe necessario schierare sulla pista di quella base un reparto elicotteri simile per consistenza a quelli presenti attualmente a Erbil (Iraq) e Herat (Afghanistan).

La componente aerea del contingente italiano in Niger

Perciò a Madama l’Italia dovrebbe inviare elicotteri NH-90 e A-129D Mangusta con un plotone di fanteria aeromobile del 66esimo reggimento Trieste (tutti appartenenti alla Brigata Aeromobile Friuli). Ciò tenendo conto delle forti difficoltà di manutenzione legate alle condizioni ambientali (sabbia e caldo) in Niger, analoghe a quelle incontrate in Mali dal contingente dell’esercito tedesco che a Gao ha schierato elicotteri multiruolo NH-90 e da attacco Tigre. A completare le dotazioni del contingente (oltre alle componenti specialistiche tra cui Genio e forze speciali), sull’aeroporto di Agadez già impiegato dai velivoli teleguidati Reaper statunitensi potrebbe venire dislocato un reparto dell’Aeronautica Militare con Predator o Reaper del 32esimo Stormo di Amendola e aerei cargo C-130J o C-27J della 46esima Aerobrigata di Pisa. Garantendo così la sorveglianza dell’area operativa e del confine libico oltre alla copertura delle esigenze di trasporto.

I possibili costi della missione italiana in Niger

Escludere gli assetti aerei ed elicotteristici dalla missione italiana in Niger – ha avvertito Gaiani – consentirebbe di ridurre i costi dell’operazione. Ma renderebbe i militari dipendenti interamente dal supporto francese. Sottolineando in questo modo la subalternità nazionale nei confronti di Parigi. Nel complesso quindi un contingente bilanciato nel paese africano rasenterebbe il migliaio di unità con costi stimabili in almeno 150 milioni annui.

Il dispiegamento italiano in Niger ha senso?

In termini strategici vale poi la pena chiedersi se un simile dispiegamento in Niger abbia attualmente un senso. Soprattutto se effettuato in condizioni di subalternità rispetto ai francesi, che continuano ad essere (dal 2011) i più importanti competitor dell’Italia rispetto alla situazione in Libia. La missione in Niger rischia infatti di rivelarsi utile a ridurre l’impegno e i costi di Parigi nell’operazione Barkhane senza però scalfirne la leadership di Parigi nel Sahel. Mentre circa il contrasto ai flussi migratori illegali non va dimenticato che i trafficanti potrebbero optare per rotte alternative, aggirando il dispositivo militare italiano grazie alle le piste desertiche che attraversano il confine algerino per poi sconfinare in Libia a sud di Ghat, area in cui da alcuni mesi è stata registrata la presenza di miliziani dello Stato Islamico.

Gaiani: L’arma più efficace per bloccare i flussi migratori sono i respingimenti sulle coste libiche

Secondo Gaiani per bloccare i flussi migratori illegali l’arma più efficace (e la meno costosa) in mano all’Italia è rappresentata dai respingimenti sulle coste libiche dei migranti soccorsi in mare, in cooperazione con la Guardia costiera di Tripoli. Si tratta dell’unica azione che scoraggerebbe le partenze da tutta l’Africa garantendo che nessun immigrato illegale potrà mai raggiungere i porti italiani. In altre parole non ha alcun senso inviare truppe e mezzi per bloccare il confine tra Libia e Niger se poi le navi militari italiane ed europee continueranno a sbarcare in Italia i clandestini riusciti a salpare dalle coste libiche.

L’analisi integrale di Gaiani su AnalisiDifesa

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