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La tutela degli Interessi Nazionali dell’Italia. Perché funziona poco?

La Tutela Degli Interessi Nazionali Dell’Italia. Perché Funziona Poco?

L’intelligence in Italia tutela gli Interessi Nazionali sotto la direzione dell’esecutivo, non è autoreferenziale ed è subordinata a peculiari direttive politiche

L’Intelligence in Italia, come ebbe a sottolineare il Presidente Mattarella nel 1999 opera sotto la direzione dell’esecutivo in carica, non è autoreferenziale ed è subordinata a peculiari direttive politiche. Queste ultime, finalizzate a tutelare gli Interessi Nazionali che finora – nonostante gli sforzi compiuti sia dalle Istituzioni sia da autorevoli think tank nazionali – non sono stati ancora univocamente definiti. Secondo autorevoli commentatori, gli interessi nazionali possono essere raggruppati in due grandi categorie che investono gli aspetti interni ed esterni dello Stato. Essi rientrano in quei valori fondamentali e vitali – e in quanto tali non negoziabili – di cui necessita una comunità politica. Il mantenimento della propria identità culturale, della propria integrità territoriale e ordinamentale, nonché del proprio benessere economico-sociale. Si potrebbe dire, con le parole di Mario Arpino che “l’Interesse Nazionale è l’insieme degli obiettivi e delle ambizioni dello Stato in campo politico, economico, militare, culturale e di sicurezza”.

Il complesso dei valori fondamentali e vitali, necessario a tutelare gli Interessi Nazionali in Italia, deve essere disciplinato o no?

Il complesso di tali valori in Italia, secondo i medesimi commentatori, non può essere disciplinato per un duplice ordine di fattori: la loro sicurezza è subordinata alla natura delle minacce che possono aggredirli e che seguono, senza dubbio, il divenire sia delle relazioni internazionali sia del progresso tecnologico; il concetto di interesse nazionale va valutato sia oggettivamente – in base alla collocazione del Paese nello spazio fisico, alla sua storia, alla sua cultura ed alle sue risorse – sia nella dimensione soggettiva e mutevole delle evoluzioni della politica internazionale e delle maggioranze politiche interne. Pur condividendo il relativismo della natura delle minacce, la mutevolezza delle politiche interne ed il cambiamento di compromessi nella politica internazionale, abbiamo qualche difficoltà a condividere pienamente queste autorevoli teorie che ci sembrano in contrasto con la premessa da cui partono.

Gli Interessi Nazionali italiani non possono essere condizionati dalla mutevolezza delle relazioni internazionali. Devono essere definiti chiaramente in modo che l’intelligence possa tutelarli al meglio

Nella considerazione che gli interessi nazionali italiani sono rappresentati da valori fondamentali e vitali, non negoziabili, non bisogna andare alla ricerca della natura delle minacce che li possono aggredire, né condizionarli alla mutevolezza delle relazioni internazionali. Occorre – per contro – individuarli e definirli in maniera specifica tali da essere chiaramente indicati all’Apparato Intelligence che provvederà a tutelarli appropriatamente ed efficacemente, dato che è un peculiare compito ad essa attribuito. Sarà poi cura dell’Intelligence analizzare, valutare e rapportare tutti quei fattori soggettivi ed oggettivi che incidono sulla natura delle minacce e sullo sviluppo delle relazioni internazionali – da integrare in un prodotto informativo, con capacità previsionali, quale è l’Intelligence – delineando al Decisore Politico i parametri migliori per tutelare gli interessi nazionali indicati per la tutela.

Gli Usa hanno un modello preciso di ciò che sono gli Interessi Nazionali e di quali strumenti adottare per realizzarli

In questo potremmo prendere esempio dai nostri alleati statunitensi che non fanno confusione e tracciano una linea ben precisa fra interessi nazionali e strumenti per realizzarli. Infatti anche loro indicano come interessi nazionali – immutabili – la difesa del proprio territorio, la protezione dei concittadini in patria e all’estero, la tutela dei propri valori costituzionali, la salvaguardia dell’economia e dello standard di vita, affidandone la tutela a strumento militare; sistema di alleanze; politica estera; intelligence, in grado di individuarne le possibili minacce.

Gli Interessi Nazionali sono costanti nel tempo. Sono valori non negoziabili. Cambiano i mezzi e i metodi con cui tutelarli

Conseguentemente, la mutevolezza e l’indefinibilità non va attribuita agli interessi nazionali – che rimangono costanti nel tempo – ma ai mezzi e metodi attraverso i quali tutelarli, che sono variabili a seconda delle situazioni. È il contesto delle relazioni internazionali e della connessa politica estera che sono mutevoli ed è quindi la politica estera che necessita di continuo adattamento alle situazioni contingenti per tutelare al meglio l’interesse nazionale. In definitiva i nostri interessi nazionali, possono essere ricompresi in valori non negoziabili che possiamo circoscrivere ai quattro principi fondanti di uno Stato moderno: Sovranità, Territorio, Popolo e Ordinamento giuridico. Gli stessi possono essere tradotti in: indipendenza, integrità territoriale, sicurezza dei cittadini, benessere economico, cui aggiungiamo infrastrutture cruciali frutto della modernità.

I valori non negoziabili sono delineati nella Costituzione Italiana

Tali valori, altresì, li troviamo anche delineati nella nostra Costituzione:

Art. 1: L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione;

Art. 5: La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; ……

Art. 13 – 28 Rapporti Civili e Art. 29 – 34 Rapporti Etico-Sociali che delineano la quotidianità di una convivenza civile che la sicurezza è tenuta a garantire ai cittadini;

Art. 35 – 47 Rapporti Economici, insieme delle condizioni che permettono, ad ogni cittadino, di soddisfare i sempre crescenti bisogni elementari e quelli secondari per raggiungere un’adeguata prosperità, anch’essa affidata alle cure della sicurezza nazionale.

La definizione di siffatti valori – che non può certamente essere velleitaria – procede necessariamente sulla base della collocazione geopolitica del Paese, della sua storia, della sua cultura e delle sue risorse.

Gli Interessi Nazionali si basano sulla ineludibile condivisione fra maggioranza e opposizione e sul loro inserimento in una coerente e lungimirante politica estera

Occorre aggiungere, inoltre, che la definizione degli Interessi Nazionali non può prescindere da due parametri fondamentali: il primo è la ineludibile condivisione fra maggioranza e opposizione, anche al fine di far crescere il nostro sistema-Paese e contestualmente impedire che tali interessi siano facile preda, come finora avvenuto, di rapaci partner che si definiscono amici, ma che tali non sono come ad esempio: intervento militare in Libia; gendarmeria francese in presidio a Bardonecchia; militari italiani da inviare in Niger in favore del sostegno di interessi Francesi; caso Telecom – Vivendi. Il secondo, il loro inserimento in una coerente e lungimirante politica estera- che è lo strumento principe per la loro difesa – che sappia far valere l’unico nostro reale fattore di potenza: la cultura, che si pone come ponte fra l’Europa ed il Mediterraneo.

Gli Interessi Vitali dell’Italia si inquadrano nel triangolo mediterraneo. La nostra area geopolitica è delimitata da 3 vertici: Nord Europa, Marocco e Medio Oriente

Abbiamo già avuto modo di porre all’attenzione come gli interessi vitali nazionali dell’Italia si inquadrino – senza velleità né aspirazioni da grande potenza – nel triangolo mediterraneo che vede la nostra area geopolitica delimitata da tre vertici: Nord Europa, Marocco e Medio Oriente. La costruzione di un sistema-Paese – per non andare a rimorchio di influenze strategiche, che perseguono solo i rispettivi interessi nazionali senza dedicare un minimo di spazio e/o di attenzione a quelli degli alleati/amici – presuppone senso di appartenenza e coesione sociale. Il senso di appartenenza si raggiunge con la coesione sociale, cioè con comportamenti e legami di solidarietà tra individui, finalizzati ad attenuare disparità derivanti da situazioni sociali, economiche, culturali, etniche, ecc. Infatti, il termine coesione deriva dal latino cohaesus, ovvero essere strettamente uniti.

Nonostante l’esempio di D’Azeglio, s’è fatta l’Italia ma non si fanno gl’Italiani

In sintesi, come diceva D’Azeglio “Il primo bisogno d’Italia è che si formino Italiani dotati d’alti e forti caratteri. E pure troppo si va ogni giorno più verso il polo opposto: pur troppo s’è fatta l’Italia, ma non si fanno gl’Italiani” (“I miei ricordi” – 1867). Il nostro sistema di valori – edificato attraverso la metabolizzazione di quelli trasferiti da popoli diversi che per secoli ci hanno asservito – è stato fondato con l’impiego dei princìpi che la civiltà romana ha diffuso nell’area euro-mediterranea: il rispetto delle leggi o regole – sostituendolo alle barbariche ordalie – e la “tolleranza culturale” per coloro che non intendevano diventare “civis romanus”; scomposto in staterelli, ducati, signorie, individualità e interessi personali, nel periodo medievale e rinascimentale; ricompattato e consacrato dai “padri redattori” nella nostra Costituzione; relativizzato dagli esiti della contestazione del 1968, che ha favorito l’inoculazione di “feticci”, tuttora osannati, incentrati sull’edonismo e sul facile guadagno, per cui non è mai stato completamente assorbito e praticato dal popolo che ha subito vicende storiche che non hanno certo contribuito alla formazione di una coesa collettività.

I valori rappresentano le basi interiori della nostra vita e il metro di paragone rimane “non fare ad altri ciò che non vuoi sia fatto a te”

I valori, costituiti da convinzioni profonde o da credenze molto forti e vincolanti, rappresentano le basi interiori della nostra vita, condizionano i nostri comportamenti, le nostre azioni e le relazioni con gli altri. Costituiscono riferimenti e regole morali secondo i quali in Italia vorremmo vivere, che consentono di interagire correttamente con gli altri, delineando i confini fra il bene ed il male. Pur essendo fattori estremamente soggettivi, che differenziano i comportamenti giusti da quelli ingiusti, a fronte di regole giuridiche e morali predeterminate, hanno tuttavia – come metro di paragone – un unico, insostituibile ed oggettivo comune denominatore: non fare ad altri ciò che non vuoi sia fatto a te. Esclusivo ed irripetibile parametro universale per costruire o ricostruire i valori dispersi nelle brume della disonestà, dell’ingordigia e dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

In Italia dagli anni’70 siamo abituati a vivere la quotidianità bombardati da innumerevoli messaggi di ogni tipo

Dagli anni ’70 ad oggi, in Italia siamo stati abituati a vivere la quotidianità bombardati da innumerevoli messaggi: “I messaggi pubblicitari commerciali dicono: compra. L’industria musicale dice: ascolta. Il mondo dei media dice: guarda. E ancora da altri lidi: guadagna, viaggia, vota. Da nessuna parte, salvo qualche voce isolata, proviene l’invito: pensa!. Il fare (l’invito al fare) sta occupando tutto il nostro tempo e riduce lo spazio riservato al pensare, creando però disagio. Non solo: il momento del fare concentra, annullandola, la distinzione interiore, psicologica e culturale, tra passato e futuro, che è la polarità specifica dell’essere umano che produce cultura, vale a dire riflessione sulla realtà” (A. Corneli: Geopolitica È. 2006 Fondazione Achille e Giulia Boroli). Pertanto un popolo e la sua classe politica che non conoscono e riflettono sul proprio passato, non potranno mai costruire un proprio futuro, come soleva sostenere Indro Montanelli.

Occorre ricostruire le strutture portanti della nostra cultura, cioè rivitalizzarne i valori

È ciò che si sta verificando e per evitarlo occorre ricostruire le strutture portanti della nostra cultura, cioè rivitalizzarne i valori. La politica degli statisti della Prima Repubblica in Italia è stata sostituita da quella dei “qualunquisti” e dei “mestieranti” della seconda. Questi ultimi, non trovando soddisfacenti e remunerative occupazioni, si sono dedicati alla politica impiegando il pubblico denaro come patrimonio personale e arrogandosi privilegi (vitalizi) che neppure il neo-populismo politico della terza – che si vorrebbe edificare – è riuscito a scardinare. I valori per le società o le strutture complesse sono fondamentali per l’aggregazione della quotidianità, ancora prima della storia, e la loro mancanza ci dimostra che gli “insiemi di persone” – senza una scala di valori comuni – si disgrega o degrada verso derive anarchiche o assolutiste e tiranniche.

La politica ha il ruolo di mediatore nella determinazione dei valori, ma la sua assenza ci ha condotto a una profonda crisi nella nostra società

È pur vero che la determinazione dei valori può dischiudere la via al conflitto in quanto è inevitabile che il mio “assoluto”, il mio valore, sia diverso e possa collidere o limitare quello degli altri. Ma è proprio per questo motivo che è stato affidato alla politica il ruolo di mediarli, nella considerazione che l’assenza della politica ci ha condotto oggi alla crisi di valori, in altre parole non ci sono più valori condivisi nella nostra società. Quelli di un tempo, percepiti come troppo restrittivi, – integrità, coerenza, onestà, affidabilità, ecc. – sono stati sostituiti dall’edonismo, obiettivo di ogni attività sistematica umana con cui soddisfare le esigenze personali. Cioè impiegare il minimo delle risorse, per raggiungere il massimo dei risultati a prescindere da ogni valenza etica: ricercare, ad esempio, l’avanzamento rapido nella carriera con le raccomandazioni, ovvero la ricchezza praticando attività illecite, che sono diventati i nuovi valori.

Oggi l’unica regola in Italia è non avere regole

Il risultato odierno è quello di una generazione caratterizzata da corrotti, disillusi, sbandati che vanno di qua e di là come banderuole, avendo come unica regola quella di non avere regole. Tuttavia, vogliono comunque acquisire indipendenza finanziaria senza essere disposti a lavorare, cercando soluzioni facili e rapide, spesso disoneste. A tutto ciò occorre aggiungere che i valori derivano anche dalle esperienze di vita e dall’esempio che ci danno i genitori, i docenti, le Istituzioni e la classe politica, che con il loro comportamento introducono condizionamenti che possono essere da guida, se eticamente vincolati, ma devianti qualora sprovvisti di valenza morale.

Il rapido sviluppo dell’ICT sta aggravando il fenomeno, anche per colpa nostra. Inconsapevolmente, forniamo “armi” potentissime ai creatori degli strumenti elettronici

Ma ciò che oggi ci sta condizionando profondamente, anche in Italia, è il rapido sviluppo dell’ITC (Information Communication Technology), che apparentemente sembra finalizzato a renderci più agevole la vita. Ma, se osservato alla luce dell’aforisma che nessuno fa niente per niente, ci conduce verso altre valutazioni. Infatti non ci stiamo accorgendo che chi ha progettato e realizzato lo strumento elettronico non lo ha fatto per il bene dell’umanità ma per il proprio tornaconto personale. Non stiamo comprendendo che inserendo dati personali e comunicazioni – dalle più importanti alle più banali – forniamo al progettista/programmatore un’infinità di informazioni dalle quali si possono dedurre fattori utili per influenzarci, condizionarci ed infine renderci obiettivo appetibile.

Come è mutata la conflittualità nel tempo. Dalle capabilites nella Seconda Guerra Mondiale al confronto psicologico nei giorni nostri

La conflittualità si è modificata nel tempo e non abbiamo ancora realizzato come sono avvenute tali modifiche. Fino alla Seconda Guerra Mondiale il confronto conflittuale si è sviluppato tramite le capability (intese come capacità militari). Poi, fino al 1991 (caduta dell’URSS come seconda potenza) il confronto si è svolto attraverso il soft power a livello di ideologie: capitalismo e comunismo. Da 1991 ad oggi, con lo sviluppo della globalizzazione e dell’informatica il confronto si è trasferito a livello psicologico per influenzare e condizionare non solo i leader ma anche l’intera popolazione da essi governata, attraverso lo strumento informatico.

Il confronto psicologico si sviluppa tra 2 dottrine strategiche: quella occidentale, che si rifà Clausewitz, e quella orientale (Sun Tzu). Questa, grazie all’ICT, alimenta la cyber warfare

Questo confronto psicologico si sta sviluppando fra dottrine strategiche: quella occidentale, che si rifà Clausewitz, coerente con la realtà di un contesto internazionale caratterizzato da Stati sovrani con confini politici – risultante di precedenti conflitti – che si combattono per conquiste territoriali e di mercato; quella orientale – in particolare, cinese – originata dall’antichissimo insegnamento di Sun Tzu, secondo cui la forza non può essere usata quando il nemico è invisibile, come nel contesto della cyber warfare, ove la valenza predominante è costituita dall’impiego dell’Intelligence e dell’inganno. Qui lo sviluppo dell’ITC – che sembra finalizzato a realizzare un “villaggio globale” in cui vivere con maggiori comfort, facili comunicazioni e annullamento delle distanze – in realtà ha lo scopo ben preciso di acquisire enormi quantità di informazioni (big data). Queste vengono impiegate per avere la prevalenza nelle nuove forme conflittuali della cyber warfare, che ognuno di noi concorre inconsapevolmente ad incrementare.

Per difendere gli Interessi Nazionali dell’Italia occorre innanzi tutto definirli, condividerli e renderli noti a terzi, siano essi amici, alleati o competitor

Il quadro generale delineato suggerisce che per poter difendere gli Interessi Nazionali dell’Italia occorre innanzi tutto definirli, condividerli e renderli noti a terzi, siano essi amici, alleati o competitor. Qualora non venga definito il concetto di interesse nazionale, esso rimane affidato all’indirizzo politico reso manifesto dal Governo del momento, non sempre lungimirante. Tant’è che fino ad oggi è stato espresso in termini generali mentre, nel lungo periodo, di fatto identificato coerentemente nell’europeismo e nell’atlantismo. È stato ed è comodo non pensare, non assumere responsabilità, andare ad esclusivo rimorchio delle scelte altrui senza rendersi conto che prima o poi ci saranno ricadute negative. Infatti siamo stati e siamo tuttora considerati un feudo dal quale pretendere partecipazione per le scelte internazionali più rischiose e nel quale “rapinare” quelle poche strutture economiche portanti (componenti industriali, energetiche, metallurgiche, meccaniche, tecnologiche ed alimentari) che sostenevano l’economia reale del Paese.

L’Italia deve definire i suoi Interessi Nazionali vitali e inserirli in una visione strategica di politica estera lungimirante, consapevole e fortificata dal soft power culturale

L’Italia deve definire i suoi Interessi Nazionali vitali e inserirli in una visione strategica di politica estera lungimirante, consapevole dei propri limiti e fortificata dal soft power culturale che ci contraddistingue. Ciò per poter uscire da uno stato di eccessiva sudditanza e riassumere quella delega di sovranità che l’Unione Europea non è stata in grado di gestire correttamente. Come? Puntando su 5 elementi-chiave da sviluppare. Ciò, però, partendo dal concetto che solo attraverso una maggiore coesione politico-sociale potremo far valere quel minimo comune denominatore di interesse nazionale italiano che la condizione di “sovranità limitata” ci consente ancora di gestire.

I 5 elementi-chiave in base ai quali l’Italia può definire i suoi Interessi Nazionali Vitali

Il primo è sostegno dell’economia reale – senza la quale non può essere esercitata alcuna funzione politica – proteggendo le nostre PMI (Piccole e Medie Imprese) con il ripristino della separazione fra banche commerciali e banche finanziarie. Il secondo è emancipazione delle aree depresse in Italia, favorendone la crescita infrastrutturale (trasporti, sanità, ecc.) e non l’assistenzialismo finanziario che rimpingua soltanto le tasche dei “pescecani” e della criminalità organizzata. Il terzo è composizione e riduzione dei frammentati interessi interni, aggregandoli in ridotti schieramenti politici – per scremare personalismi, clientelismi e condizionamenti della criminalità organizzata – al fine di conquistare un minimo comune denominatore di coesione sociale. Il quarto è osservanza, rispetto ed applicazione delle regole giuridiche, fondamento della democrazia, disboscando almeno quelle introdotte ad usum delfini. Al quinto posto, infine, c’ è applicazione severa della responsabilità amministrativa e penale (certezza della pena) per eliminare il tasso di ingovernabile corruzione che abbiamo raggiunto.

 

by gli Indomabili

 

Gli Autori

Luciano Piacentini – Brevettato incursore, è stato Comandante di Unità Incursori nel grado di Tenente e Capitano. Assegnato allo Stato Maggiore dell’Esercito, ha in seguito comandato il Nono Battaglione d’Assalto Paracadutisti “Col Moschin” e successivamente ricoperto l’incarico di Capo di Stato Maggiore della Brigata Paracadutisti “Folgore”. Ha prestato la sua opera negli Organismi di Informazione e Sicurezza con incarichi in diverse aree del continente asiatico.

Claudio Masci – Ufficiale dei Carabinieri proveniente dall’Accademia Militare di Modena, dopo aver assunto il comando di una compagnia territoriale impegnata prevalentemente nel contrasto al crimine organizzato, è transitato negli organismi di informazione e sicurezza nazionali. Laureato in scienze politiche. Tra i suoi contributi L’intelligence tra conflitti e mediazione, Caucci Editore, Bari 2010 e The future of intelligence, 15 aprile 20122, Longitude, rivista mensile del MAECI.

Pino Bianchi – Architetto, esperto in risk management, organizzazione, reingegnerizzazione dei processi e sistemi di gestione aziendali. Per oltre venti anni ha diretto attività di business, marketing, comunicazione e organizzazione in imprese multinazionali americane ed europee. Consulente di direzione in ICT, marketing, comunicazione, business planning e project financing.
Claudio Masci e Luciano Piacentini sono gli autori di: “The future of intelligence”, articolo del 15 aprile 2012, pubblicato su Longitude, rivista mensile del MAECI, nonché dei libri: “L’intelligence tra conflitti e mediazione”, Caucci Editore, Bari 2010 (esaurito) e di “Humint… questa sconosciuta (Funzione intelligence evergreen)”, acquistabile da Amazon a questo link.
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