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La crisi in Libia, come nasce e cosa fare per ottenere risultati concreti

La Crisi In Libia, Come Nasce E Cosa Fare Per Ottenere Risultati Concreti

La rivoluzione in Libia dopo le primavere arabe

L’attuale situazione di crisi libica nasce da lontano, allorquando furono improvvidamente innescate le cosiddette “primavere arabe”. La Libia avviò la sua “rivoluzione” – che non fu né democratica né spontanea – nel 2011 non per strane coincidenze ma come progettualità per la realizzazione di due opposte strategie:

  1. la ricomposizione del disfatto Impero Ottomano – secondo il progetto del grande califfato sognato da Osama bin Laden – ad opera dell’ala estremista dei Fratelli Mussulmani, unitamente alle confessioni ad essa collegate;
  2. la costituzione del “Grande Medio Oriente” già tentata dalla NATO (soprattutto USA e GB) nel 2004 e respinta sdegnosamente dai Paesi arabo-islamici e disapprovata dall’ONU.

La “guerra civile” in atto non è altro che la materializzazione sul terreno dello scontro di queste opposte progettualità, alle quali occorre aggiungere anche una sorta di rivalsa della confraternita senussita – emarginata dalla rivoluzione di Gheddafi — tendente ad instaurare in Libia quell’islam radicale combattuto dal Rais.

Cirenaica e Tripolitania si scontrano con la partecipazione di strutture militari, jihadiste e tribali nel tentativo di prevalere l’una sull’altra

Al momento in Libia assistiamo a scontri fra Cirenaica e Tripolitania con la partecipazione di strutture militari, jihadiste e tribali nel tentativo di prevalere gli uni sugli altri. I belligeranti hanno lasciato in un completo abbandono il Fezzan, divenuto ormai crocevia di associazioni criminali e jihadisti, nonché serbatoio utile per alimentare, con armi e droga, opposti estremismi. In pratica stiamo assistendo ad una guerra per bande dato che in Libia, sono le tribù che determinano gli assetti di potere. In nessun Paese del mondo l’affiliazione tribale è così importante, ed in grado di influenzare i rapporti interni e la gestione politica come in Libia. Nella situazione di aperto conflitto come quella attuale, sono le tribù che determinano lo spostamento degli equilibri delle forze in campo. Gheddafi consolidò la sua posizione dominante stringendo alleanze con determinati capi tribali, fra cui quelli dei Warfalla e dei Magarha. L’attuale guerra intestina – in assenza di reali strutture di governo centrale – ha spinto tanti libici a dividersi nuovamente su linee claniche, creando una eccessiva frammentazione sociale di difficile composizione. 

Le tribù e la frammentazione etnica nel paese nord-africano

In Libia non si governa senza l’appoggio di tutta una serie di tribù e che vi siano accordi di convivenza e pacificazione con e tra i gruppi tribali. Le tribù maggiormente coinvolte nell’intricato scenario sono:

  1. I Warfalla considerati la più numerosa tribù della Libia – un milione di persone su una popolazione complessiva di sei – originaria di Misurata ed i suoi clan sono disseminati soprattutto nell’est del Paese, dove hanno stretto un’alleanza con Haftar, per il controllo della parte orientale della Libia. Sono divisi in sei sottoclan, che talvolta hanno dissidi tra loro;
  2. I Magarha, la seconda tribù più numerosa del Paese, originaria del sud ma nel tempo spostatasi sulla costa. Il leader Abdel Salam Jalloud – negli anni ’90 – era considerato il secondo uomo più importante del Paese dopo Gheddafi; 
  3. I Qadhadhfa, la tribù da cui proveniva Gheddafi, una delle più esigue del Paese. La loro roccaforte è la città natale del leader, Sirte, che negli anni scorsi fu presa di mira dall’Isis e ora dal generale Haftar;
  4. Gli Zuwayyah, tribù che abita le aree rurali nell’est del Paese, in Cirenaica e il suo ruolo è cresciuto nel 2011 per la sua dislocazione nelle aree petrolifere libiche che ha loro permesso di usare il petrolio come leva politica. Il gruppo tribale non è molto numeroso ma ben armato ed attualmente è alleato con i Ferjan, la tribù di provenienza del Generale Khalifa Haftar;
  5. Altri gruppi tribali storicamente importanti sono  Zintan, al Rijban e Awlad Busayf in Tripolitania; Awagir, al Barasa, Drasa, Obeid e Fwakhir al Abaydat in Cirenaica. Infine gli Hassawna e gli Hutman nel Fezzan. 

Alla diaspora tribale occorre sommare anche la frammentazione etnica del popolo libico diviso su basi esclusivamente etniche: alla maggioranza degli Arabi si aggiungono i Berberi, i Tuareg, i Tebu ed i Tawargha, un gruppo etnico di circa 30 mila persone, vittime di crimini di guerra e di pulizia etnica, soprattutto da parte delle milizie di Misurata. Le condizioni attuali della Libia, quindi, possono essere riassunte sulle seguenti evidenze:

  1. un governo impossibilitato a governare;
  2. un’economia frammentata e paralizzata;
  3. l’ordine pubblico inesistente o gestito ad “usum delfini” e nel caos.

Lo scenario della crisi tra Isis e Saif Al-Islam Gheddafi

Trattasi di uno scenario contornato dalle tessere di un variegato mosaico in cui predominano: altezzosità ed inettitudine di politici, associate a presunzione e millanterie di militari, rivalità e conflitti di interesse tra le varie milizie che culminano in scontri efferati, commistione di organizzazioni criminali e jihadiste, che alimentano estremismi religiosi ed opportunismi delinquenziali, permanenti contatti fra elementi di al Qaeda rientrati in Libia ed esponenti dell’IS per trasferire in loco lo sviluppo di un nuovo “Stato Islamico” attraverso la pulizia etnica e la costituzione di “arce islamizzate”, ambizioni mai sopite dei simpatizzanti del vecchio regime, in maggior parte rifugiati all’estero – capeggiati da Saif Al-Islam Gheddafi, attualmente libero ed irreperibile, ma sembra alleato del generale Haftar — che continuano a sovvenzionare clandestinamente progetti ed azioni volte ad impedire il funzionamento delle Istituzioni nate dalla rivoluzione, per riportare al potere la famiglia di Gheddafi. Tutti fattori nei quali non si riescono a trovare punti di contatto per una efficace mediazione, né leader capaci di determinarne la riduzione o l’eliminazione.

La conflittualità storica tra Tripolitania, Cirenaica e Fezzan 

La Libia è stata sempre considerata – sia geograficamente che storicamente – un’unica regione, ma la sua asserita unità nazionale ha sempre visto l’esistenza di tre territori importanti come la Tripolitania, la Cirenaica ed il Fezzan con culture, tradizioni ed ideologie completamente diverse. La conflittualità tra la popolazione della regione è sempre stata accentuata sia sotto l’aspetto culturale e sociale che sotto quello ideologico-politico. Soprattutto fra i Tripolitani e i Cirenaici, i primi attaccati al potere politico centralizzato e della capitale, legame reso ancor più forte durante la dittatura di Gheddafi, mentre i Cirenaici sono rimasti legati alle loro tradizioni e non desiderano essere rappresentati da Tripoli da cui si sentono soffocati per la centralizzazione politica che sentono come un diktat. Il Fezzan, poi, popolato da tribù completamente nomadi rifugge ad ogni imposizione di ordinamenti politici, economici e sociali. In questo “grande gioco” sono messi in posta diversi interessi contrapposti e molte sono le milizie che se li contendono. L’Ambasciatore Sergio Romano lo ha spiegato senza ricorrere a superflui giri di parole: “Il problema della Libia è un problema di controllo delle risorse energetiche, da parte delle fazioni locali che si contendono la guida del paese e delle nazioni che in qualche modo le appoggiano”. 

Il rischio dell’esplosione della violenza jihadista

Qualora questa “guerra fratricida” si prolungasse senza una valida soluzione ci sarà un’esplosione di violenza jihadista – con l’inevitabile creazione di spazi di manovra finalizzati alla costituzione di un nuovo “Stato Islamico” nell’area – che innescherà una crescita esponenziale dei flussi migratori verso l’Europa e l’Italia in particolare. Occorre pertanto rispondere presto a questa crisi che si trascina da troppo tempo, in maniera concertata con l’Unione Europea e con scelte omogenee, finalizzate a pacificare la popolazione ed a riconquistarne il consenso, magari con la proposta di uno Stato confederale. Questa esperienza è già stata vissuta dalla Libia sotto il re Idris dal 1951 al 1961 con la costituzione del Regno di Libia – struttura monarchica costituzionale provvista di un Parlamento – organizzato su tre province autonome Cirenaica, Tripolitania e Fezzan. Le tre province esercitavano i rispettivi poteri attraverso i governi provinciali e le rispettive legislature. Struttura abolita nel 1963 a seguito di riforma costituzionale.

L’Italia deve reinserirsi nelle trattative per anemizzare gli appetiti espansivi di Francia ed Egitto

È quindi necessario reinserirsi di diritto nelle trattative in corso per anemizzare gli appetiti espansivi di Francia ed Egitto e soprattutto di Russia e Turchia che intendono lottizzare l’area mediterranea in Zone Economiche Esclusive. L’accordo, firmato nel novembre dello scorso anno tende a privilegiare lo sfruttamento delle citate zone ad esclusivo vantaggio economico dei due paesi, suscitando le energiche reazioni di Grecia, Cipro e Israele. La mancanza di un progetto unitario per la soluzione della crisi libica, la marginalità della Nato, dell’Onu e di tutti gli organismi internazionali nella stessa crisi hanno aperto un vuoto che è stato colmato da potenze autoritarie e spregiudicate come la Russia e la Turchia, che non badano a sofismi per appagare i rispettivi interessi nazionali.

I tre fronti del conflitto libico

Allo stato attuale il conflitto libico si può schematizzare su tre fronti:

  1. quello guidato dalla Turchia, finanziata ed appoggiata dal Qatar in sostegno della Tripolitania, che sottende una strategia di lungo periodo finalizzata alla ricostituzione del califfato;
  2. il fronte dell’Egitto a sostegno di Haftar, appoggiato dalla Russia, dagli Emirati Arabi Uniti, dalla Giordania e dall’Arabia Saudita per impedire un’influente affermazione dei Fratelli Mussulmani nell’area del Maghreb saldata a quella della Turchia;
  3. l’aggregazione di Grecia, Cipro e Israele ed altri Paesi che sono pronti a intervenire militarmente a difesa dei loro interessi nel Mediterraneo.

Le dinamiche per ora sono centrifughe e tendono a portare ad una separazione tra Tripolitania e Cirenaica (con il sud desertico pericolosamente fuori controllo) mentre sarebbe opportuno tendere ad instaurare una confederazione per armonizzare almeno parzialmente contrapposte influenze, anche su intese minime, dando comunque un futuro ad Haftar ed a Serraj.

Bisogna impegnarsi per tenere unito il paese o almeno conservarne un simulacro realistico

È nostro specifico interesse tenere unita la Libia, o almeno conservarne un simulacro quanto più realistico possibile, soluzione strategica irrinunciabile per l’Italia atteso che, da un punto di vista strettamente geografico, la Libia costituisce il naturale ed obbligato passaggio di traffici commerciali e di ogni genere ivi compresi quelli illeciti che comunque si riversano sul nostro Paese. Si tratta di non abdicare ai nostri interessi nel Mediterraneo, dove del resto le prospezioni petrolifere dell’Eni ci candidano ad un ruolo di rilievo, giocando a tutto campo, senza temere le contrapposizioni e senza rifuggire da intese ad hoc, con l’autorevolezza che ancora abbiamo per la nostra conoscenza di territori e protagonisti. Bisogna mediare la ricomposizione di un tessuto sociale dilaniato da troppe contrapposizioni, trattando con tutti. Ma la trattativa va incentrata soprattutto sul Fezzan, finora abbandonato a se stesso, tenuto conto che la fascia costiera è il punto di arrivo obbligato di tutti i traffici provenienti dall’intera fascia saheliana.

Il Fezzan deve essere coinvolto in un contesto di legalità politica, economica e sociale

Per le diverse tribù del Fezzan, in particolare i Tebu, i Tuareg e gli Awlad Suleiman, le attività illecite costituiscono in genere l’unica fonte di reddito. Qualsiasi iniziativa che intenda ricostruire la sicurezza nella regione, aumentare il controllo dei confini e contenere l’infiltrazione di gruppi jihadisti dall’area meridionale non può prescindere da questa considerazione e dal coinvolgimento del Fezzan in un contesto di legalità politica, economica e sociale. Tale coinvolgimento è indispensabile ove si consideri che il cangiante mosaico di rivalità tribali e claniche è ampiamente sfruttato dalle crescenti pressioni esercitate dei gruppi politici e delle milizie attivi fra Tripolitania e Cirenaica, per creare una loro rete di alleanze tribali e raggiungere posizioni di forza rispetto agli avversari al fine di sottrarre loro le principali risorse del Paese.

L’attenzione della Comunità Internazionale, finora focalizzata su Tripolitania e Cirenaica, estenda la sua opera di influenza contagiando la vasta regione desertica meridionale del Fezzan 

Non è sufficiente raggiungere accordi politici tra il Governo di Tobruk, del Generale Khalifa Haftar e quello di Unità Nazionale guidato da Fayez al-Serraj e riconosciuto dalle Nazioni Unite – magari superando le resistenze di altri attori come l’ex Governo di Tripoli e le milizie di Misurata – in quanto le criticità che insistono sul Fezzan continueranno a riversarsi sulla fascia costiera. In breve, l’equilibrio di potere mantenuto per decenni da Gheddafi è stato incentrato sulla sapiente distribuzione di privilegi e prebende alle diverse componenti etniche e tribali, in modo da poter modulare una sorta di stabilità, anemizzando l’accesa conflittualità fra i vari potentati locali. Ora è necessario che l’attenzione della Comunità Internazionale, finora focalizzata su Tripolitania e Cirenaica estenda la sua opera di influenza contagiando la vasta regione desertica meridionale del Fezzan – grande quasi quanto la Francia – che riveste un ruolo imprescindibile in qualsiasi tentativo di stabilizzazione della Libia.

La mediazione va sviluppata su due livelli: tribale e politico. Anche per evitare la pericolosa infiltrazione di gruppi terroristici come AQMI

La sua peculiare collocazione geografica la rende la Libia il naturale punto di passaggio verso la costa mediterranea sia per sviluppare attività commerciali sia per tutti quei traffici illeciti che originano dall’estesa ed incontrollata fascia saheliana.  Ciò è ancor più necessario per evitare la pericolosa infiltrazione di gruppi terroristici, primi fra tutti il network di al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI) e al-Mourabitoun, che stanno sviluppando nell’area una pericolosa dinamica basata sulle nuove metodologie del cosiddetto “jihad sociale” (assistenza abitativa, sanitaria scolastica, ecc.) in favore delle popolazioni locali per attrarle nella loro opera di influenza, costituire le cosiddette “aree islamizzate” e poi ripristinare le strutture ordinative di un nuovo “Islamic State”. L’azione di mediazione va sviluppata, pertanto, su due diversi livelli: quello tribale per comporre o attenuare i diversi interessi delle rivalità claniche e quello politico, ad esso intrecciato, rappresentato dagli attori politici e militari componendone i dissidi e guidandoli nella riconquista del consenso della popolazione, specie quella dell’area meridionale. 

Se l’Italia vuole contare in Libia o altrove, deve rispettare tre regole di base: sapere quello che vuole, individuare gli attori sul terreno con cui misurarsi e negoziare, avere a disposizione risorse militari ed economiche per affittare clienti indispensabili per difendere la sua causa (come fanno tutti)

È impensabile riuscire a mantenere un effettivo controllo di confini così porosi senza alcun supporto da parte delle popolazioni locali, atteso che l’ambiente desertico rende possibile ai trafficanti lo spostamento delle rotte senza eccessive difficoltà e che per le tribù del Fezzan, corteggiate dai trafficanti, tali flussi rappresentano l’unica e imprescindibile fonte di reddito. In tale contesto non va sottovalutata la capacità delle forze di Haftar di affiancare allo strumento militare il canale negoziale, adoperato a più riprese con diversi clan locali allo scopo di garantirsi il supporto della popolazione. Alla stessa metodologia occorre condurre Sarraj per una comune e concordata espansione/influenza finalizzata ad anemizzare e regolamentare la complessa conflittualità dell’area meridionale e gestire la sicurezza dei confini del Paese. Se vogliamo contare, in quel che resta della Libia o altrove, serve rispettare tre regole di base: primo, sapere quello che vogliamo; secondo, individuare gli attori sul terreno con cui misurarci e negoziare; terzo, avere a disposizione risorse militari ed economiche per affittare clienti – come fan tutti – indispensabili per difendere la nostra causa.

Gli Indomabili

Gli Autori

Luciano Piacentini – Brevettato incursore, è stato Comandante di Unità Incursori nel grado di Tenente e Capitano. Assegnato allo Stato Maggiore dell’Esercito, ha in seguito comandato il Nono Battaglione d’Assalto Paracadutisti “Col Moschin” e successivamente ricoperto l’incarico di Capo di Stato Maggiore della Brigata Paracadutisti “Folgore”. Ha prestato la sua opera negli Organismi di Informazione e Sicurezza con incarichi in diverse aree del continente asiatico. E’ laureato in Scienze Strategiche e Scienze Politiche.

Claudio Masci – Ufficiale dei Carabinieri proveniente dall’Accademia Militare di Modena, dopo aver assunto il comando di una compagnia territoriale impegnata prevalentemente nel contrasto al crimine organizzato, è transitato negli organismi di informazione e sicurezza nazionali. Laureato in scienze politiche. Tra i suoi contributi L’intelligence tra conflitti e mediazione, Caucci Editore, Bari 2010 e The future of intelligence, 15 aprile 20122, Longitude, rivista mensile del MAECI.

Pino Bianchi – Architetto, esperto in risk management, organizzazione, reingegnerizzazione dei processi e sistemi di gestione aziendali. Per oltre venti anni ha diretto attività di business, marketing, comunicazione e organizzazione in imprese multinazionali americane ed europee. Consulente di direzione in ICT, marketing, comunicazione, business planning e project financing.
ANTIOCO – Ha maturato varie esperienze lavorative in Italia e all’estero occupandosi di consulenza direzionale, sviluppo di mercati, cooperazione internazionale e gestione commerciale per rilevanti realtà industriali. Da sempre attento ai temi della security, ha ricoperto in realtà strategiche nazionali vari ruoli di responsabilità occupandosi di business continuity, security strategic planning, security communication, ricerca e analisi informativa e corporate intelligence.
Claudio Masci e Luciano Piacentini sono gli autori di: “The future of intelligence”, articolo del 15 aprile 2012, pubblicato su Longitude, rivista mensile del MAECI, nonché dei libri: “L’intelligence tra conflitti e mediazione”, Caucci Editore, Bari 2010 (esaurito) e di “Humint… questa sconosciuta (Funzione intelligence evergreen)”, acquistabile da Amazon a questo link
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