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Italia, il Sistema Paese e i suoi asset strategici non sono negoziabili

Italia, Il Sistema Paese E I Suoi Asset Strategici Non Sono Negoziabili

Gli ultimi sviluppi della crisi dell’Ilva confermano la mancanza di un Sistema-Paese funzionale, basato sull’approvazione indiscussa di asset strategici nazionali “non negoziabili”

Gli ultimi sviluppi legati alla crisi sistemica dell’ex Ilva di Taranto confermano ancora una volta le nostre perplessità per la mancata realizzazione di un sano e funzionale Sistema – Paese Italia. Che deve essere basato sull’approvazione indiscussa di asset strategici nazionali “non negoziabili”, in grado di determinare quali siano gli interessi vitali nazionali da tutelare a fronte di una imperante “cannibalizzazione” internazionale. Ciò per tutta una serie di motivi, in primis quello della sicurezza. Sia a livello di nazione ed economia sia di singoli cittadini ed entità.

Cosa sta accadendo con l’ex Ilva

Dai primi giorni di novembre 2019 è in corso una crisi sistemica dell’ex Ilva. Conseguenza dell’annuncio di recesso dal contratto da parte di ArcelorMittal Italia – multinazionale indiana con sede in Lussemburgo – quale società anonima. Questa il 1 novembre 2018 ha acquisito in prima istanza l’affitto dell’impresa in tutta Italia, allo scopo di risanarne la crisi aziendale ed ambientale, d’intesa con i commissari straordinari che la gestiscono dopo il fallimento. Il colosso industriale indiano, invece è stato realizzato nel 2006 con la contestuale acquisizione del secondo produttore mondiale dell’acciaio, la Arcelor S.A. (società siderurgica, seconda al mondo per dimensioni che produceva acciaio nell’Europa occidentale: Spagna, Francia e Lussemburgo). L‘acquisto è stato effettuato dalla multinazionale indiana Mittal Steel Company per circa 33 miliardi di dollari che è così diventata un gigante industriale mondiale.

L’ArcelorMittal, l’Italia e l’ex Ilva

L’ArcelorMittal, il cui quartier generale è ubicato nella capitale del Lussemburgo, dispone anche di numerose filiazioni/compartecipazioni in Italia. È quotata presso le maggiori Borse internazionali e le sue azioni sono incluse in più di 120 indici. Uomo chiave dell’azienda è il multimiliardario indiano Lakshmi Mittal, che detiene il 37.4% del gruppo, controllandone di fatto le attività. In seguito al fallimento dell’Ilva, i provvedimenti emessi dal Tribunale penale di Taranto hanno obbligato i Commissari straordinari a completare talune prescrizioni entro dicembre 2019. Al riguardo, il Contratto firmato dall’ArcelorMittal Italia prevede – qualora un nuovo provvedimento legislativo condizioni il piano ambientale dello stabilimento di Taranto, tale da rendere impossibile la gestione o l’attuazione del piano industriale – che la Società ha il diritto di recedere dal contratto. Con il decreto legge 101/2019 del 3 settembre 2019 –  convertito in legge 128/2019, il 2.11.2019, attinente a misure urgenti per la tutela del lavoro e per la risoluzione di crisi aziendali – sono state approvate, tra l’altro, tutele minime per i cosiddetti riders (ciclo-fattorini) nonché annullate le immunità penali, precedentemente accordate agli amministratori per la realizzazione del Piano ambientale degli impianti. Da qui la materia del contendere e la conseguente ricerca di una appropriata soluzione.

Dagli inizi degli anni ’80 molteplici provvedimenti hanno messo in crisi e disarticolato la struttura economica italiana

Lasciamo alla pazienza dei lettori seguire gli sviluppi della vicenda e le relative soluzioni per spiegare i nostri dubbi sulla deriva che l’Italia ha preso e i rischi per ogni tipo di sicurezza che questa determina. Dagli inizi degli anni ’80, all’epoca della dominante spinta della deregulation finanziaria e dello “Stato Minimo” – propugnati dai neocon statunitensi (reaganismo 1980-1989) –  abbiamo assistito a molteplici provvedimenti che hanno messo in crisi e disarticolato la nostra struttura economica. Azioni volte ad agevolare i partner europei e statunitensi, molto più potenti ed agguerriti di noi. Il primo fu il varo della Legge delega Amato/Carli – 30 luglio 1990 n. 218, legge comunemente conosciuta come legge Amato, dal nome del precedente Ministro del Tesoro Giuliano Amato (1987-1989), promotore e relatore della suddetta norma – attinente alla modifica del nostro sistema bancario.

La Legge Amato

Fino al 1990, più della metà degli enti creditizi italiani era di diritto pubblico, cioè controllati con un pacchetto di maggioranza dallo Stato. Per modificare questa architettura, venne varata la “Legge Amato”, tramite la quale le funzioni di diritto pubblico delle banche furono separate da quelle imprenditoriali. In sintesi, dalle banche pubbliche furono originate le fondazioni, mentre le banche vennero trasformate in enti di diritto privato secondo il modello delle società per azioni. Subito dopo, con il primo governo di Amato (rimasto in carica dal 28 giugno 1992 al 29 aprile 1993) venne avviata la liquidazione dei “gioielli di famiglia” – la vecchia IRI – la struttura portante della nostra economia. In tale contesto, nel giugno del 1992, appartenenti al Governo Amato parteciparono ad un meeting – organizzato dagli “Invisibili” – a bordo del panfilo inglese Britannia, ormeggiato nel porto di Civitavecchia.

Dalla riunione sul Britannia al 2006 sono state attuate molte privatizzazioni, svendendo gli asset core dell’Italia a soggetti terzi. La nascita del WTO, inoltre, ha peggiorato le cose

Poco dopo la riunione sul Britannia e fino al 2006 sono state attuate molteplici privatizzazioni, svendendo a magnati, multinazionali e altri Stati il “core” (nucleo centrale) del Sistema-Paese Italia, tramite cui avevamo realizzato il boom economico. Le prime liquidazioni avvennero nei settori alimentare e dolciario, cui seguì la rete autostradale con tutto il supporto della relativa ristorazione (Autogrill), poi ENI, EFIM – Ente partecipazioni e finanziamento industrie manifatturiere – e, parzialmente, ENEL e TELECOM. Nel 1994 le cose peggiorarono. A Marrakech (Marocco), fu istituito il WTO (World Trade Organization) che sanciva la liberalizzazione del commercio mondiale e, contestualmente, provocava un’inversione di tendenza nel mondo economico. L’evento provocò l’inversione del rapporto tra economia reale e attività finanziaria, che rese disponibile una enorme quantità monetaria completamente deregolamentata. La smisurata entità monetaria abbandonò definitivamente la sua funzione di servire l’economia reale per guadagnare la completa autonomia, sviluppando operazioni autonome e fini a se stesse, che hanno dato origine all’ economia finanziaria.

I “British Invisibles”, la International Financial Services London (IFSL)

Sono oltre 27 anni che il patrimonio industriale italiano viene “cannibalizzato” e la nostra sovranità nazionale continua ad essere limitata per seguire le teorie neoliberiste, che impongono la riduzione del peso dello Stato nel settore economico in tutte le maggiori aree industrializzate. Teorie sostenute e propugnate dalla società inglese “British Invisibles”, organizzatrice del meeting a bordo del Britannia nel giugno 1992. Tale società – originata da un comitato della Banca Centrale del Regno Unito – è divenuta una sorta di Confindustria delle imprese finanziarie. Attualmente è denominata International Financial Services London (IFSL) e raggruppa circa 150 aziende del settore. Il termine “Invisibles” nel linguaggio economico-finanziario raffigura le transazioni di beni immateriali; cioè la vendita di azioni, obbligazioni o bond, titoli di stato, fondi comuni, fondi speculativi, derivati, ecc. …

I “British Invisibles” e l’Italia

Nel 1992 la “British Invisibles” spinse anche l’Italia ad aprire il capitolo delle privatizzazioni, illustrando – ai responsabili del nostro settore pubblico – i servizi che era in grado di fornire. E quale luogo dell’incontro fu scelto, per l’appunto, il panfilo inglese Britannia. Andando avanti nelle privatizzazioni siamo giunti alla crisi finanziaria del 2008 – che ancora attanaglia la nostra economia reale mentre quella finanziaria ha provocato, molto spesso, il tracollo di PMI (piccole e medie imprese) nazionali. Talvolta, con il suicidio di piccoli e medi imprenditori. Questa crisi, inoltre, ha sviluppato un consistente debito sovrano – obbligazioni vendute dallo Stato ad altri paesi, o liquidità “presa in prestito” da questi ultimi per soddisfare la spesa pubblica – nelle mani di speculatori esteri.

Il neocolonialismo finanziario e le Regole di Basilea

“Gli Invisibili”, sfruttando la deregulation dell’attività finanziaria, asseriscono di promuovere nel Regno Unito, inEuropa e in ambito internazionale, politiche per la competitività, creazione di posti di lavoro e crescita economica a lungo termine. Ma, a quanto pare, con tutto ciò provvedono solo a sviluppare un neocolonialismo finanziario. Sudditanza che le “Regole di Basilea” (Accordi di Basilea) non sono ancora riuscite a contenere ed arginare. Tali norme sono state disegnate per stabilizzare il mondo finanziario e imporre ai suoi protagonisti regole e pratiche corrette in termini di capitalizzazione, gestione del rischio e liquidità. Ciononostante la finanza internazionale continua a condizionare fortemente le sovvenzioni verso l’economia reale, cioè aziende e cittadini impegnati in attività produttive. È appena il caso di ricordare che i provvedimenti di Basilea si sono resi necessari a causa dell’eccessiva deregulation, che ha causato l’autodistruzione di colossi finanziari come Lehman Brothers, nonché la crisi economica ancora in corso.

Mentre in Italia si continua con le privatizzazioni, la Cina ha varato un piano di opere pubbliche in stile keynesiano per risollevare l’economia reale e sviluppare la crescita

Intanto – mentre la Cina vara un piano di opere pubbliche di stile keynesiano per mezzo delle quali ha risollevato l’economia reale, pianificato e sviluppato le “nuove vie della seta” con investimenti sistemici e strategici proiettati in tutta l’Eurasia, l’Oceano Indiano e la zona polare – l’Italia continua a smantellare e privatizzare, con l’applauso bipartisan, tutte le strutture portanti del Sistema-Paese. Dall’Alitalia all’Ilva di Taranto. Si continua a ignorare che solo le politiche keynesiane sono in grado di risanare l’economia reale nonché svilupparne la crescita. Politiche ben comprese da Beijing, che ha affiancato al suo Stato-imprenditore un capitalismo privato regolamentato.

La “casta” politica in Italia

Purtroppo, le classi politiche, che dagli anni ’90 del secolo scorso fino ad oggi hanno governato in Italia, sembrano siano state afflitte da una singolare cecità. Questa ha loro impedito di vedere non solo l’alienazione dei “gioielli di famiglia” nazionali, ma anche le ingiustizie, i soprusi e la violenza dilagare nella nostra società democratica. La “componente qualitativa” –  delegata dal popolo a governarlo – anziché vedere e rimuovere tali storture ha preferito tirare le fila delle clientele elettorali per acquisire, a qualunque costo, la “solenne scranna”. Quest’ultima privilegio foriero di vitalizi e prebende nonché crescita di una “casta” di intoccabili che ha vissuto e vive disancorata dalla realtà quotidiana della gente comune.

Nel nostro paese cresce la separazione tra regioni e aree con elevati differenziali di sviluppo economico e reddito, nonché la disgregazione culturale

Le élite politiche in Italia, ricorrendo a questo habitat protetto che difendono strenuamente rimuovendo ogni tentativo di intrusione, non si sono accorte di:

  • separazione – avvenuta nel Paese – fra regioni od aree con elevati differenziali di sviluppo economico e di reddito prodotto. Recente esempio la Sardegna che ha versato – per protesta – fiumi di latte nelle strade;
  • disgregazione culturale ed etnica causata dagli immigrati illegali, che stanno privando di coesione il tessuto sociale realizzato nei secoli passati con il sacrificio della vita dei nostri avi.

Non esiste un Sistema-Paese che tuteli gli interessi Italiani in ambito internazionale. Ciò, nonostante siamo entrati nel loop dei conflitti asimmetrici

La “casta” non si è avveduta che oggi siamo entrati nel “loop” dei conflitti asimmetrici – incardinati sulla guerra economica – dai quali non è facile uscire in quanto “non tutti gli Stati alleati sono amici né tutti gli Stati amici sono alleati”. In tale quadro si è instaurato, nell’arena internazionale, un confronto serrato fra i Sistema-Paese coinvolti sia in una frenetica competizione economica sia in una feroce “cannibalizzazione” di strutture sistemiche avversarie. Purtroppo, finora, non siamo stati in grado di realizzare un Sistema-Paese capace di tutelare gli interessi degli Italiani in un contesto internazionale, che si avvia a divenire nuovamente bipolare, con tentativi di alleanze strategiche fra Russia-Iran-Cina avverso USA ed i propri alleati.

Come realizzare il nostro Sistema-Paese Italia

Per realizzare il nostro Sistema-Paese Italia è necessario un programma politico efficace, in grado soprattutto di ridurre il debito pubblico che ci sta rendendo schiavi di potentati esteri e ci sta ponendo in condizioni di non poter competere nell’arena internazionale. Questo può svilupparsi solo se incardinato su una politica finalizzata alla risoluzione dei problemi non per favorire gli interessi di classe o di lobby, ma ricercando il benessere del Paese ad iniziare da:

  • definizione bipartisan degli interessi vitali nazionali nonché delle infrastrutture sistemiche e strategiche, da tutelare e preservare da qualsiasi partecipazione economica straniera. L’outsourcing – cioé appalto a una società esterna di determinate funzioni o servizi, o anche di interi processi produttivi – va riservato ai servizi accessori degli asset strategici non agli asset stessi;
  • riduzione del debito pubblico, anemizzando i BPT che vengono offerti agli investitori internazionali – con i quali gli stessi condizionano la nostra sovranità, giocando con lo spread – e incrementando l’emissione di BOT e CCT per i risparmiatori italiani, così da ridurre le manovre speculative straniere;
  • gestione, senza ricorrere a conflitti, del mutevole rapporto fra la crescita del Paese e le risorse disponibili nell’ambito della nostra area geografica, cioè il Mediterraneo, rifiutando i postulati della colonizzazione o dell’egemonia oppure dell’imperialismo. Occorre privilegiare criteri politici di cooperazione/collaborazione (comprehensive approach) da porre alla base delle strategie di politica estera ed economica dei decision maker.

I concetti su cui dovrebbe spingere l’Italia sono gli stessi che hanno portato alla nascita dell’Unione Europea, osteggiata da Usa e Russia per motivi diversi

I concetti espressi sono quelli su cui è stata costituita gradualmente l’Unione Europea, cioè valori fondanti ispirati alla cooperazione ed alla solidarietà. L’obiettivo finale era neutralizzare i secoli di conflitti a causa dei quali l’equilibrio di potenza aveva devastato la nostra civiltà euro-mediterranea. La “Comunità Europea” ha assunto, nel tempo, la fisionomia di una grande Potenza, capace sia di infastidire gli USA – specie nell’area commerciale – sia di angosciare la Russia per l’attrattiva che le diverse e migliori condizioni di vita nella Comunità esercitavano sui suoi Paesi satelliti. Gli Stati Uniti e la Federazione si sono dati da fare per la dissoluzione della Comunità Europea, ora UE. Ma anche la stessa Comunità ha contribuito al proprio sfacelo per non aver saputo contenere le velleità espansionistiche delle sue “prime donne”.

Bisogna mettere in campo velocità ed efficienza di un Sistema-Paese Italia, dotato di competitività economica, efficacia istituzionale e prontezza decisionale

Per superare le disarmonie che stanno disarticolando l’Unione Europea non è necessario abdicare alla sfiducia. Occorre invece “rimboccarsi le maniche” e sollecitare la classe politica, non sottovalutando lo scenario internazionale né i rischi e le opportunità del mondo multipolare (“È suadente sottovalutare un nemico/avversario ma è anche spesso fatale” Sun Tzu), ad abbandonare le vecchie politiche clientelari non più utili. Conseguentemente, nell’attuale contesto internazionale bisogna mettere in campo velocità ed efficienza di un Sistema-Paese Italia, dotato di competitività economica, efficacia istituzionale e prontezza decisionale – che fanno la differenza fra i primi della classe ed i ripetenti.

Deve nascere una nuova politica, incentrata su tre valori fondamentali: empatia, consenso e solidarietà

Serve superare la prassi politica dei talk show, ove si rilasciano roboanti dichiarazioni ufficiali su fantasiosi progetti senza che vi siano le conoscenze tecniche, le risorse economiche, le direttive, gli strumenti necessari e la volontà politica per la loro realizzazione. È indispensabile anche riformulare una nuova politica che sia incentrata su tre valori fondamentali: empatia, consenso e solidarietà, che non comportano solo la continua pretesa di diritti, ma che esigono anche l’adempimento di doveri in campo sociale, civile, economico e politico. Tutta la nostra vita è regolata da queste due facce della stessa medaglia: diritti e doveri che possono assumere valenza non solo legale, ma anche umanitaria mediante l’adozione di una politica che risolva e tuteli i bisogni e le necessità dell’essere umano.

Occorre difendere e applicare il principio di responsabilità e un nuovo rapporto tra politica ed economia

In Italia è necessaria, infine, la difesa e l’applicazione del principio di responsabilità; la conciliazione degli interessi particolari con quello generale, nonché un rapporto fra economia e politica ispirato a logiche nuove, ove è la politica che guida l’economia e non viceversa. Non occorrono progetti di crescita sviluppati sulla carta senza considerarne le conseguenze reali, ma chiari e ponderati programmi per l’amministrazione della res publica sulla base delle esigenze e delle risorse disponibili. Che sappiano rispettare la vita degli altri e del pianeta, nonché riorganizzare il “Sogno Europeo” come dimensione di una nuova geopolitica capace di condurci verso un confronto multipolare e non un olocausto finale. L’obiettivo non si può conseguire rottamando il passato per sostituirlo con il vuoto del presente perché non è così che si costruisce il futuro.

In sintesi l’Italia può rinascere se torniamo a credere nei nostri valori fondanti: onestà, impegno, sacrificio, concordia, solidarietà e competenza

Occorre tenere in considerazione la tradizione, astrarre dalla stessa i fattori portanti, migliorarli e tramandarli alle future generazioni. Solo se torniamo a credere nei nostri valori fondanti rappresentati da onestà, impegno, sacrificio, concordia, solidarietà e competenza, si ricostruisce il tessuto sociale dilaniato.  La ricostruzione avviene attraverso l’evoluzione – che comporta impegno, sacrificio, conoscenze e competenze – e non con la rivoluzione.  Le possibilità evolutive si possono rinvenire in una sintesi fra capitalismo protestante (Max Weber) e capitalismo cattolico (Michael Novak), ricostituendo un “capitalismo dal volto umano”, già realizzato in passato da Adriano Olivetti che seppe coniugare la dimensione economica del capitalismo con la dimensione sociale ed etica della democrazia, avendo fiducia nell’onestà, nell’impegno e nella competenza delle sue maestranze, nonché nella tecnologia, nell’innovazione e nella responsabilità sociale dell’impresa.

Gli Indomabili

Gli Autori

Luciano Piacentini – Brevettato incursore, è stato Comandante di Unità Incursori nel grado di Tenente e Capitano. Assegnato allo Stato Maggiore dell’Esercito, ha in seguito comandato il Nono Battaglione d’Assalto Paracadutisti “Col Moschin” e successivamente ricoperto l’incarico di Capo di Stato Maggiore della Brigata Paracadutisti “Folgore”. Ha prestato la sua opera negli Organismi di Informazione e Sicurezza con incarichi in diverse aree del continente asiatico. E’ laureato in Scienze Strategiche e Scienze Politiche.

Claudio Masci – Ufficiale dei Carabinieri proveniente dall’Accademia Militare di Modena, dopo aver assunto il comando di una compagnia territoriale impegnata prevalentemente nel contrasto al crimine organizzato, è transitato negli organismi di informazione e sicurezza nazionali. Laureato in scienze politiche. Tra i suoi contributi L’intelligence tra conflitti e mediazione, Caucci Editore, Bari 2010 e The future of intelligence, 15 aprile 20122, Longitude, rivista mensile del MAECI.

Pino Bianchi – Architetto, esperto in risk management, organizzazione, reingegnerizzazione dei processi e sistemi di gestione aziendali. Per oltre venti anni ha diretto attività di business, marketing, comunicazione e organizzazione in imprese multinazionali americane ed europee. Consulente di direzione in ICT, marketing, comunicazione, business planning e project financing.
ANTIOCO – Ha maturato varie esperienze lavorative in Italia e all’estero occupandosi di consulenza direzionale, sviluppo di mercati, cooperazione internazionale e gestione commerciale per rilevanti realtà industriali. Da sempre attento ai temi della security, ha ricoperto in realtà strategiche nazionali vari ruoli di responsabilità occupandosi di business continuity, security strategic planning, security communication, ricerca e analisi informativa e corporate intelligence.
Claudio Masci e Luciano Piacentini sono gli autori di: “The future of intelligence”, articolo del 15 aprile 2012, pubblicato su Longitude, rivista mensile del MAECI, nonché dei libri: “L’intelligence tra conflitti e mediazione”, Caucci Editore, Bari 2010 (esaurito) e di “Humint… questa sconosciuta (Funzione intelligence evergreen)”, acquistabile da Amazon a questo link
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