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Isis guarda al mondo della cultura pop occidentale per reclutare giovani

Sempre più prodotti hanno riferimenti specifici alle culture degli obiettivi

Isis punta sempre più sul mondo della cultura pop occidentale per reclutare giovani. Lo fa usando immagini fortemente simboliche per i ragazzi, come quelle prese da film o videogiochi di culto. Negli ultimi video postati sui canali internet vicini al Daesh, vengono mostrate foto di prodotti immediatamente riconoscibili dagli appassionati, spesso giovani o giovanissimi. Queste, però, sono state trasformate per inneggiare alla jihad o per ricordare vecchi successi delle campagne dello Stato Islamico. Di questo tema se ne occupa da tempo Javier Lesaca, visiting scholar presso la Media and Public Affairs School della George Washington University. Il docente – tra le altre cose – ha analizzato 920 filmati pubblicati dallo Stato Islamico tra gennaio del 2014 e ottobre del 2015. Almeno il 15 per cento di questi erano ispirati a film o videogiochi occidentali. E il loro numero da qualche tempo è in aumento.

L’obiettivo Isis è reclutare giovani in Occidente

Presentando la sua ricerca al Consiglio di Sicurezza Onu, Lesaca ha spiegato allora che queste campagne mediatiche sono state studiate appositamente. L’obiettivo è colpire una audience giovane in tutto il mondo. Come poi è stato confermato dall’età media dei foreign fighters e dei terroristi che hanno colpito in Occidente, anche recentemente. Il 50 per cento delle esecuzioni che si vedono nei filmati Isis, per esempio, sono ispirate a quelle avvenute per finzione in diversi film o videogames. Di conseguenza, il professore ha ribadito che il terrorismo del Daesh debba essere visto anche come una sfida dal punto di vista della comunicazione. Lo Stato Islamico, infatti, sta portando avanti una campagna di marketing sempre più evoluta e su scala massiccia. Perciò, ha sottolineato in diverse occasioni, bisogna agire usando lo stesso metro comunicativo e i medesimi messaggi e simboli adottati dal Califfato.

Nasce e si sviluppa il marketing-terrorism

A settembre del 2015 Lesaca ha scritto a riguardo un articolo su Tech Tank. Nel testo ha spiegato che l’analisi dei filmati ha permesso di capire che le campagne audiovisive Isis hanno creato un nuovo tipo di terrorismo. Questo usa gli strumenti di marketing e comunicazione digitale non solo per “socializzare il terrore” attraverso l’opinione pubblica come fanno gli altri gruppi. Ma anche per renderlo popolare, desiderabile e imitabile. Il fenomeno può essere definito “marketing terrorism”. Il Daesh ha adottato una strategia comunicativa molto precisa. E cioè elaborare e distribuire prodotti che siano attagliati alle culture dei loro target audience, per massimizzare la loro efficacia e penetrazione. Soprattutto dopo le recenti sconfitte, subite nei tradizionali teatri, che stanno imponendo allo Stato Islamico di trasformarsi da esercito in guerriglia sotterranea.

I social protagonisti della nuova strategia di propaganda

Isis, rivolgendosi a un pubblico “giovane” per veicolare i messaggi, ha deciso di usare le piattaforme più immediate e dirette, nonché “di moda” soprattutto tra i ragazzi: i social media. Questi sono estremamente facili da usare sia in fase di compilazione e fruizione sia di adesione. Ciò è fondamentale per aprire sempre nuovi profili, a seguito della costante chiusura da parte delle autorità internazionali. Soprattutto dopo che sono entrati in campo per smantellare i network terroristici gli stessi proprietari dei social e collettivi volontari di hackers. Anonymous in primis. Sono questi ultimi in particolare quelli che creano più problemi alla diffusione dell’ideologia jihadista. Ciò in quanto non hanno vincoli di operatività. Tanto che sempre più spesso usano gli stessi codici linguistici e simbolici cari al Daesh per sbeffeggiare miliziani o presunti tali.

Al centro dei messaggi i simboli visibili e non, ricorrenti e specifici

Tutta la propaganda Isis sui social, comunque, è legata da un filo conduttore: il ruolo dei “simboli”. Questi si dividono in visibili e non visibili per gli obiettivi del messaggio. Sul primo versante ci sono prodotti come film e videogiochi, da Matrix a Call of Duty passando da American Sniper e Gran Theft Auto. Sono tutti “cult” e perciò immediatamente riconoscibili dall’audience più ampia. La loro immagine colpisce e desta immediatamente l’attenzione in chi la fruisce. Di conseguenza, sarà più probabile che il messaggio venga reso proprio o che almeno faccia riflettere sul suo contenuto. Sul secondo, invece, ci sono i simboli non visibili ma che hanno uguale se non maggiore importanza. La lingua dei filmati per esempio. Per i bersagli del Daesh è meno difficoltoso “digerire” un messaggio in un idioma a lui familiare. A ciò si sono aggiunti i simboli ricorrenti e ben noti per le singole culture.

Il marketing-terrorism si ritorce contro Isis

La strategia Isis, che in un primo momento aveva funzionato contribuendo a una rapida diffusione del messaggio jihadista, però, in molti casi è diventata controproducente. Sempre più spesso, infatti, i prodotti del Daesh scoperti sul web vengono rielaborati e immessi sugli stessi canali. Ciò genera confusione nei bersagli, che proprio per la loro giovane età, hanno difficoltà a riconoscere ciò che è vero dal falso e quindi passano ad altro. Non solo. I jihadisti possono fare poco per rimuovere il fake, in quanto reagire incrementa il rischio di essere individuati. Di conseguenza, si preferisce perdere un prodotto e cercare di crearne un altro, piuttosto che ripristinarlo. Ma la scelta non è senza costi.

Per Isis difendersi sul web richiede tempo, che però non ha

Innanzitutto i tecnici Isis devono studiare velocemente nuovi prodotti, impiegando tempo e risorse per trovare gli strumenti adatti a confezionarli. Inoltre, non è più detto che il momento in cui la nuova versione verrà immessa online sarà quello più propizio. Su internet tutto scorre, velocemente. E ciò che era valido oggi, domani non lo è più. Di conseguenza, non c’è garanzia di risultato. Anzi. Uno dei casi più recenti di timing sbagliato è legato alla battaglia di Mosul in Iraq. Il Daesh aveva diffuso alcuni video su presunti trionfi, quando questi ormai si erano trasformati in disfatte. Perciò il messaggio che è passato è l’esatto contrario di ciò che invece era stato preventivato. In quel caso, peraltro, non è servito creare un “anti-prodotto”, è bastato solo ritardare di 24/48 ore la pubblicazione dei messaggi.

L’articolo del professore Lesaca del 2015 su Tech Tank, legato al marketing-terrorism Isis

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