skip to Main Content

Coronavirus, la strada contro la crisi economica globale è un New Deal

Coronavirus, La Strada Contro La Crisi Economica Globale è Un New Deal

L’importanza della cultura della prevenzione per affrontare al meglio le crisi

Molto è stato scritto nelle ultime settimane su coronavirus, lockdown, futuro incerto e sulle minacce di crisi economica imminente. Proviamo ad osservare lo scenario attuale da un altro punto di vista. Ci sono vari modi di affrontare le situazioni difficili. Non sempre siamo preparati a fronteggiare quelle più incresciose, ma un giusto mix di esperienza, capacità e velocità di adattamento e improvvisazione consente di superare eventi anche atipici con danni contenuti. Inoltre, più siamo in grado di pensare e agire secondo un approccio basato sulla prevenzione (studio degli scenari, esercitazioni, ecc.), maggiori sono le probabilità di operare al meglio e tempestivamente all’insorgere di una crisi. Nel caso arrivi un cigno nero e non si è investito tempo e pensiero nella costruzione permanente di una cultura della prevenzione, le probabilità di fare la mossa giusta ma in ritardo sono molto alte. E noi diventiamo il rischio maggiore contro noi stessi.

Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare

Non esistono manuali pronto uso che promettano la risoluzione in pochi giorni di emergenze come il coronavirus. Il rischio di mettere in atto contromisure non adatte o intempestive è veramente elevato, come abbiamo riscontrato da un mese a questa parte. Ma esiste un modo corretto di affrontare una pandemia globale? È vero che in questi ultimi anni nessuno ha mai avuto di che affrontarne una nei termini in cui la conosciamo oggi. Ciò, però, non può essere l’alibi per non fare le cose in modo drastico. Una nota espressione americana recita: “When the going gets tough, the tough gets going” (in it. “quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare”). Bene, questo è il momento di fare i duri.

Nonostante Il COVID-19 da subito non abbia fatto sconti a nessuna nazione, ad oggi ancora non c’è una risposta globale alla pandemia

All’inizio di questa crisi sanitaria un mese e mezzo fa, i paesi europei hanno voluto intendere epidemia invece di pandemia. Differenza sottile, ma equivoco madornale che ha portato a interpretare la situazione come una somma algebrica di fenomeni sparsi e non convergenti. Il coronavirus, invece, da subito non ha fatto sconti nei riguardi di nessuna delle varie nazionalità worldwide coinvolte, Italia in testa. Dal giorno in cui è stata dichiarata la pandemia globale a metà marzo, si è resa indispensabile una risposta globale che fosse più forte della minaccia. Ma questa risposta non è ancora arrivata. Nel nostro paese più o meno da subito abbiamo assorbito bene lo shock della sorpresa, mettendo in campo misure straordinarie: scuole e fabbriche chiuse, lavoro agile per tutti, invito a restare a casa, autocertificazione per gli spostamenti, assembramenti proibiti, bar e ristoranti chiusi. Le conseguenze immediate: Borse a picco, miliardi di euro di capitalizzazione delle nostre industrie andati in fumo, con la conseguente messa in evidenza del rischio di una drammatica trasposizione degli impatti sull’economia reale. 

L’Italia non può pensare di affrontare efficacemente e con successo l’emergenza del coronavirus come stato singolo

La minaccia di questo virus è una minaccia per la salute dei nostri cittadini, per la tenuta del nostro sistema sanitario, per il nostro tessuto industriale e la nostra economia. In tale scenario, quale forma assume l’interesse nazionale, quella di un concetto astratto o quella di un elemento discriminante determinato e definito? Qual è in questo momento l’interesse nazionale? E soprattutto, come possiamo proteggerlo? Oggi, la risposta risiede su un piano concettuale più allargato. Non possiamo pensare di affrontare efficacemente e con successo questa emergenza come stato singolo. Ma allo stesso tempo si è visto che l’UE non esiste per come sarebbe dovuta esistere. La logica di “ognun per sé” ha dominato fin dai primi giorni della crisi, e le conseguenze di questa disarmonia le osserviamo giorno dopo giorno. Le economie europee sono troppo interconnesse per essere guidate da politiche cosi divergenti. 

In ambito UE è stato confermato che gli impulsi culturali nazionalistici vengono sempre prima di quelli collettivi

Nella scala dei valori di ciascun paese UE, gli impulsi culturali nazionalistici vengono sempre prima di quelli collettivi. Lungi dal voler fare una discettazione polemica sulle politiche europee, non si può non rilevare come ciò che ciascuno stato del Vecchio Continente decide oggi in merito a come affrontare l’emergenza in atto, influirà pesantemente sulla vita di tutta la popolazione europea e anche delle altre nazioni. Inoltre, ogni cittadino dell’Unione è parte in causa ed è chiamato a fare la propria parte, anche se non possiamo attribuire il successo di questa operazione di rivalsa sul coronavirus esclusivamente alla responsabilità individuale o alla disponibilità del singolo di rispettare le norme imposte, anche le più scomode. Dobbiamo usare una chiave di lettura diversa e più efficace. Si tratta di tutelare il nostro interesse nazionale, che assume una connotazione anche sovranazionale.

L’unica strada per tutelare il tessuto industriale ed economico dell’Italia è arrivare subito a un new deal, senza confini o sovrastrutture 

L’economia italiana, l’equilibrio dei nostri fondamentali economico finanziari, la tenuta dell’economia reale composta dalle 5 milioni di piccole e medie imprese che costituiscono il tessuto industriale economico dell’Italia, sono un bene comune che deve essere tutelato e protetto. Occorre senza indugio addivenire immediatamente a un new deal senza confini e senza sovrastrutture inutili. Per esempio, a cosa serve un’organizzazione delle Nazioni Unite se non riesce a esprimere il modo in cui restare uniti in un frangente come questo? A cosa servono le varie agenzie intergovernative internazionali se in situazioni come queste non riescono a polarizzare una prospettiva comune a tutti gli stati membri. Quale new deal e perché? Non ci possiamo permettere di affidare l’auspicabile riconquista della normalità, la riapertura delle fabbriche e degli uffici, delle scuole e delle attività sociali, esclusivamente all’andamento favorevole dei numeri che quotidianamente leggiamo nei “bollettini di guerra” della Protezione Civile. 

Il mondo deve pianificare la ripresa, stabilendo una finestra temporale in cui il principio di creazione di valore va sostituito con quello della salvaguardia delle vite umane

La ripresa va pianificata. Il mondo deve darsi un tempo per la soluzione di questa crisi esogena alle economie e ai sistemi industriali. Una timeline congrua: 6 mesi o un anno. Un periodo in cui, con rispetto e senso del dovere, tutti devono adottare misure drastiche di contenimento e contrasto alla diffusione del coronavirus. L’intero settore finanziario e industriale, con il supporto delle banche centrali di tutti i paesi, può sostenere per un periodo stabilito che tutti i sistemi economici congelino il principio fondante che guida l’evoluzione della moderna civiltà occidentale: la creazione di valore. Occorre sospendere questo principio e sostituirlo con quello della salvaguardia delle vite umane. 

Il rischio è che la crisi sanitaria dovuta alla pandemia si trasformi in una economica, senza precedenti

Se la gestione di questo rischio globale non fosse correttamente pianificata e concertata tra tutti gli stakeholder, si creerebbero inevitabilmente le condizioni per la proiezione ortogonale della crisi sanitaria in una economica senza precedenti. Dalle caratteristiche profondamente diverse dalle altre finora conosciute. Rischierebbero di sparire intere filiere di attività, gruppi di individui sarebbero repentinamente gettati in severe condizioni di povertà e molte aziende sarebbero “cancellate”. Colossi nazionali potrebbero restare senza liquidità o subire drastici ridimensionamenti. Fatto salvo il rischio di conquista per mano di aziende straniere, ove non tutelate sufficientemente dal golden power statale. 

Quale è il fattore che potrebbe innescare il meccanismo di spostamento della crisi sanitaria attuale a una economica senza precedenti?

L’attuale crisi sanitaria dovuta al coronavirus potrebbe trasformarsi in una economica a causa della pesante incertezza dovuta al non sapere quanto tutto ciò potrà durare. Nei sistemi economici fortemente interconnessi la previsione circa la creazione del valore futuro, si fonda sull’aspettativa (expectation). Ad esempio, la valutazione del valore di mercato di una impresa si effettua attualizzando i flussi di cassa futuri. Ma questi sono appunto futuri e non ancora realizzati. Essi rappresentano la migliore ipotesi di risultato futuro, sebbene il valore che viene attualizzato è determinato oggi, e ne determina il prezzo che qualcuno materialmente paga per acquisire quella impresa oggi. Allo stesso modo, indici di Borsa, il valore delle azioni, l’andamento dei derivati finanziari, l’inflazione, sono oggetto di una valutazione che si appoggia sul tipo e grado di aspettativa. Ed essa è condizionata dal livello di incertezza del futuro.

I governi devono accordarsi su quanto far durare l’emergenza, pur in assenza di un vaccino anti COVID-19 

Il comportamento tipico di investitori, imprenditori, analisti e soggetti economici in genere è di considerare all’interno dello “spazio vitale” di qualsiasi decisione, oltre a fatti noti e numeri oggettivi, elementi non certi, verso i quali si adoperano valutazioni soggettive con l’aspettativa che esse si avverino. Gli economisti basano le loro valutazioni su situazioni future indeterminate, in base alle loro aspettative e al percepito livello di incertezza. Ma più cresce l’incertezza, peggiore è l’aspettativa per il futuro (a parte gli speculatori). I governi dell’intero globo dovrebbero perciò accordarsi per stabilire quanto far durare l’emergenza coronavirus e, di conseguenza, quando far finire il periodo di sospensione dalla normalità. Pur in assenza del vaccino contro il Covid-19. Tale decisione deve inoltre prevedere la definizione delle stesse identiche misure di contrasto e contenimento, nonché che queste siano attuate in tutti i paesi nello stesso modo e alla medesima velocità. La varianza di trattamento del rischio deve essere azzerata, mentre gli eventi relativi e conseguenti all’andamento delle tendenze (nuovi contagi, decessi, ecc.) vanno controllati e resi gradualmente omogenei ovunque. In questo modo si creerebbero le condizioni per mitigare l’incertezza, e le aspettative negative a lungo termine.

La crisi del coronavirus è mondiale. Perciò, per salvare vite umane e salvaguardare gli interessi nazionali tutti i paesi devono cooperare 

Non è questo il momento di tenere in piedi nazionalismi inutili e di fare da soli. Siamo nel bel mezzo di una emergenza pandemica mondiale senza precedenti e dai contorni evolutivi non chiari e né intuibili. I profili di rischio prospettico sono severi se analizzati in una ottica di breve periodo, ma possono essere mitigati se verranno affrontati secondo criteri totalmente inediti, coraggiosi e soprattutto condivisi e coordinati. Essendo la crisi del coronavirus globale, deve essere gestita e pianificata allo stesso livello. Se nella storia dei secoli scorsi l’umanità ha saputo dimostrare di essere capace di perseguire processi di enorme portata (industrializzazione, diffusione della cultura su larga scala, internet, ecc.), deve altresì capire che è arrivato il momento di guardarsi dentro e non di valutare solo i numeri, di profitto o di decessi. È ora di fare il gioco duro: cooperare per salvare vite umane e salvaguardare gli interessi nazionali. 

Gli Indomabili

Gli Autori

Luciano Piacentini – Brevettato incursore, è stato Comandante di Unità Incursori nel grado di Tenente e Capitano. Assegnato allo Stato Maggiore dell’Esercito, ha in seguito comandato il Nono Battaglione d’Assalto Paracadutisti “Col Moschin” e successivamente ricoperto l’incarico di Capo di Stato Maggiore della Brigata Paracadutisti “Folgore”. Ha prestato la sua opera negli Organismi di Informazione e Sicurezza con incarichi in diverse aree del continente asiatico. E’ laureato in Scienze Strategiche e Scienze Politiche.

Claudio Masci – Ufficiale dei Carabinieri proveniente dall’Accademia Militare di Modena, dopo aver assunto il comando di una compagnia territoriale impegnata prevalentemente nel contrasto al crimine organizzato, è transitato negli organismi di informazione e sicurezza nazionali. Laureato in scienze politiche. Tra i suoi contributi L’intelligence tra conflitti e mediazione, Caucci Editore, Bari 2010 e The future of intelligence, 15 aprile 20122, Longitude, rivista mensile del MAECI.

Pino Bianchi – Architetto, esperto in risk management, organizzazione, reingegnerizzazione dei processi e sistemi di gestione aziendali. Per oltre venti anni ha diretto attività di business, marketing, comunicazione e organizzazione in imprese multinazionali americane ed europee. Consulente di direzione in ICT, marketing, comunicazione, business planning e project financing.

ANTIOCO – Ha maturato varie esperienze lavorative in Italia e all’estero occupandosi di consulenza direzionale, sviluppo di mercati, cooperazione internazionale e gestione commerciale per rilevanti realtà industriali. Da sempre attento ai temi della security, ha ricoperto in realtà strategiche nazionali vari ruoli di responsabilità occupandosi di business continuity, security strategic planning, security communication, ricerca e analisi informativa e corporate intelligence.

Francesco Bussoletti

Claudio Masci e Luciano Piacentini sono gli autori di: “The future of intelligence”, articolo del 15 aprile 2012, pubblicato su Longitude, rivista mensile del MAECI, nonché dei libri: “L’intelligence tra conflitti e mediazione”, Caucci Editore, Bari 2010 (esaurito) e di “Humint… questa sconosciuta (Funzione intelligence evergreen)”, acquistabile da Amazon.

Back To Top