Contractors e security operators. Facciamo chiarezza con Carlo Biffani

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In Italia i professionisti della sicurezza si muovono in ambiti strategici nazionali e internazionali con legittimità ma senza una norma

In Italia quasi 100 professionisti della sicurezza si muovono in ambiti strategici nazionali e internazionali e si muovono in assenza di una normativa. Carlo Biffani, amministratore delegato di SecurityCG, una delle agenzie più note nel nostro paese e formatore per le forze armate e quelle speciali, ha tracciato a Difesa & Sicurezza una panoramica sul settore. La certezza è che questi uomini selezionatissimi non sono mercenari. Hanno, però, una visione globale e capacità che permettono loro di analizzare gli scenari, in modo da poter intervenire in modo corretto per tutelare i cittadini e gli interessi nazionali.

Biffani con altri 2 operatori a Bassora in Iraq nel 2011

Cosa significa oggi essere un contractor?

“In Italia, significa muoversi in un contesto nel quale il Sistema Paese e il mondo dell’industria non hanno pienamente colto l’importanza del sostegno che le società che promuovono e propongono questo tipo di servizi sono certamente in grado di dare. Il paradosso – ha spiegato Biffani – è che le grandi aziende si rivolgono da anni a fornitori, player internazionali, per acquistare servizi. Che, invece,  alcune società italiane sarebbero certamente in grado di erogare. Ma che purtroppo non riescono più di tanto a promuovere, dovendo operare in un contesto di diffidenza e di mancanza di cultura specifica.  Oltre che di vuoto normativo, in un settore che a livello mondiale è in continua crescita. Non c’è una definizione univoca di contractor. Se proprio si volesse provare a ricondurre questa professione in una descrizione sintetica, si potrebbe forse parlare, a mio avviso, di manager del rischio in aree conflittuali”.

Sono meno di 100 i professionisti del settore in Italia

“Il numero di operatori italiani che vivono concretamente di questo pane,  ovvero che lavorano in maniera continuativa per le grandi firme del settore in genere correlate al mercato anglosassone è ridotto. Credo si possa parlare concretamente di meno di 100 professionisti – ha sottolineato il manager -. Non ho idea, invece, di chi o quanti siano i nostri connazionali siano partiti per recarsi in zone di guerra e combattere con eserciti locali. Cosa per altro vietata dal nostro ordinamento e perseguita, aggiungerei giustamente, dal Codice di Procedura Penale”.

Quanto è remunerativa questa attività oggi e a quali normative si fa riferimento in Italia per gli ingaggi?

In relazione al personale armato a bordo di navi battenti bandiera italiana, tale mercato è ormai da almeno un paio di anni in contrazione – ha affermato Biffani -. Le paghe per gli operatori che dipendono, è importante ricordarlo, da Istituti di Vigilanza italiani sono di poco superiori a quelle di una qualsiasi Guardia Particolare Giurata”. Sul versante delle leggi, “tranne che nel caso marittimo alla cui nascita e stesura ho concretamente collaborato, non esiste alcun tipo di normativa in tal senso. Lacuna che mi sono permesso di segnalare negli ultimi venti anni ogni qual volta ne ho avuto occasione, a partire dal Copasir e dalla Commissione Difesa del Senato”.

Biffani: I contractors non sono mercenari

“L’unica cosa che è bene chiarire – sottolinea Biffani – è che chi come noi fornisce i servizi nell’ambito della gestione del rischio in aree non permissive da più di 20 anni, non commette alcun tipo di reato. Ciò dato che non opera in contesti di guerra, al soldo di eserciti stranieri e che in nessun modo può essere confuso con la figura, vietata e perseguibile, del mercenario. Fintanto che  si combatte, non vi può essere alcuna opportunità di business legata agli interessi di società che si occupano di sostegno umanitario e di ricostruzione. Ovvero per quel tipo di aziende che ci chiedono da sempre supporto. Il nostro interesse è che le criticità si riducano e che i conflitti cessino, così da poter accompagnare nel loro percorso leimprese che vogliono fare affari in certe aree del mondo”.

I contractors lavorano in base al principio di trasformare il rischio in opportunità

In questo contesto, il lavoro dei contractors è trasformare il rischio in opportunità. “Fare in modo che il cliente possa agire malgrado il contesto complesso e potenzialmente rischioso – ha ricordato Biffani – senza per questo dover rinunciare alla commessa. Anzi, dotandosi del vantaggio strategico di poter accettare di operare in una situazione nella quale altri competitor, verosimilmente, alla luce dei rischi possibili, faranno un passo indietro”.

Quale è la differenza tra un contractor e un agente di security?

“In linea di principio non ci sono differenze sostanziali. La preparazione che si richiede è sempre multidisciplinare – ha affermato il manager -. In genere si è portati a pensare che i security contractors siano coloro i quali si occupano unicamente dei servizi di protezione armata nei paesi a medio ed alto rischio; mentre gli agenti di security si occupino di pianificazione, valutazione del rischio, assessement, survey, e di tutti gli aspetti più ‘intellettuali’ del nostro lavoro. In realtà una demarcazione, una netta suddivisione dei ruoli in questo senso, ovvero uno più operativo e l’altro più scientifico, non esiste. Nel nostro lavoro è necessario conoscere una gran quantità di aspetti che vanno appunto da quelli più prettamente tattici, ad altri che sono certamente più ‘accademici’. Come la pianificazione di attività in aree non permissive, il diritto internazionale, la cartografia, le comunicazioni, le procedure di evacuazione, la travel security e molte altre ancora”.

Quali sono le tre caratteristiche principali e quali i brevetti da conseguire per fare questo mestiere?

“Equilibrio psicofisico, preparazione tecnica, capacità di adattamento – ha detto senza esitazioni Biffani -. Esistono una serie di certificazioni, soprattutto legate al mondo industriale inglese e americano, che possono essere di aiuto. Ciò qualora si voglia tentare la carta della selezione presso società di security di quei paesi. Nell’attività di selezione, comunque, si tiene conto di quello che si è fatto in ambito militare e deve trattarsi necessariamente di esperienze di rango per periodi medio lunghi”.

 Il curriculum nelle forze armate fa esperienza e a volte è essenziale

Rispetto a un organico nelle forze armate o di polizia, l’attività del contractor privato “è completamente diversa. E quindi richiede un tipo di preparazione differente. Ciò non di meno, l’essere stati in servizio nelle Forze armate o nelle Forze dell’Ordine consente di partire da una serie di esperienze formative e di impiego; che il più delle volte possono essere di grande aiuto, se non addirittura irrinunciabili, nell’approccio all’impiego nel nostro mondo”.

Il cyber dominio prende piede, ma il ruolo della HUMINT rimane fondamentale. Anche nel mondo dei contractors

Il cyber dominio sta assumendo sempre più un ruolo di primo piano nell’analisi, ma questa non può comunque essere demandata esclusivamente a esperti informatici. Lo conferma anche Biffani. “L’aspetto HUMINT (ovvero di Human Intelligence) – vale a dire degli uomini sul terreno che ascoltano, percepiscono, raccolgono informazioni ed umori, si confrontano quotidianamente con le dinamiche locali, leggono i segnali deboli e li analizzano – è irrinunciabile. Noi spieghiamo sempre al cliente che una attività basata su risk assessement, training ed emanazione di procedure, è essenziale che sia ben pianificata. Ma, allo stesso tempo – ha concluso amministratore delegato di SecurityCG -, niente potrà sostituire il prezioso lavoro di chi poi accompagnerà lo stesso cliente nel viaggio e nella permanenza nel paese dove si realizzerà il progetto”.

 

Emma Evangelista

(Twitter:@emmaevangelista)