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Che succede se vi trovate in un paese come lo Zimbabwe e scoppia la crisi?

Che Succede Se Vi Trovate In Un Paese Come Lo Zimbabwe E Scoppia La Crisi?

Nessuno è più al sicuro e se ci troviamo nei guai all’estero a chi ci rivolgiamo?

Crisi internazionali e colpi di stato improvvisi, come quello avvenuto nello Zimbabwe, ci ricordano che nessuno è al sicuro all’estero. In caso fossimo coinvolti in un evento di questo tipo sapremmo cosa fare e a chi rivolgerci? La risposta è per lo più NO. Lo si vede, d’altronde, ogni volta che scoppia un’emergenza in qualche paese straniero “tranquillo”. Le nostre istituzioni, ministero degli Esteri in primis, devono fare i salti mortali per capire quanti sono i nostri connazionali coinvolti nell’evento e dove si trovano. Figuriamoci se parliamo di una situazione diversa. In cui magari non ci sono mezzi sufficienti e l’ambiente rendesse difficoltosi gli spostamenti. Ecco un breve scorcio su che cosa succede. È un articolo che ho scritto qualche tempo fa sul Velino, ma che è ancora molto attuale. Oggi più che mai.

Se le cose si mettono male parte una Non-combatant evacuation operation (NEO), in Italia chiamata IPPOCAMPO.

Partiamo da un concetto di base. Se ci troviamo nei guai all’estero possono succedere 2 tipi di cose. 1) Se si tratta di un evento isolato, l’unica strada è mettersi subito al sicuro e contattare al più presto l’ambasciata italiana per comunicare la posizione e chiedere istruzioni. Con buona probabilità vi verrà detto di stare tranquilli e buoni fino a nuove comunicazioni (di solito via cellulare tramite SMS o chiamata). 2) Se è una situazione in divenire, vedi colpo di stato o crisi improvvisa, invece le cose cambiano. Sicuramente bisogna applicare il dogma del punto 1. Ma c’è la possibilità che siate evacuati. Questo tipo di azioni si chiamano Non-combatant evacuation operation (NEO) in generale e in Italia prendono il nome di IPPOCAMPO. Per capirci, tipo la famosa foto dell’ambasciata Usa in Vietnam con l’elicottero sul tetto e le persone che cercano in tutti i modi di salirvi a bordo.

L’evacuazione dei cittadini italiani è gestita dal COI, dalla Farnesina e dall’ambasciata di riferimento con l’avallo politico

In Italia è il Comando operativo di vertice interforze (COI), la struttura che gestisce tutte le nostre missioni militari all’estero, che si occupa anche dell’evacuazione dei nostri cittadini da paesi terzi. Come funziona? Solitamente è l’ambasciatore o un diplomatico che comunica alla Farnesina l’esigenza di evacuare i connazionali. Questa, con il placet politico, interessa il COI. A quel punto viene prima esaminato lo scenario di riferimento che può essere di tre tipi: permissivo, incerto e ostile. Successivamente viene costituita l’unità che dovrà intervenire (task force) composta da diversi assetti. Generalmente l’unità è pronta a partire in tempi brevissimi.

Se necessario viene avviata un’operazione IPPOCAMPO con una task force dedicata

Nel primo caso si tratta di crisi in cui le istituzioni locali sono sovrane e autorizzano l’intervento militare italiano. Nel secondo, vi sono scontri armati e il governo locale non ha il pieno controllo del paese. Nell’ultimo, infine, gli scontri diventano “gravi” e l’esecutivo locale ha perso completamente il controllo del territorio. In base allo scenario si costituisce una forza più o meno robusta che viene inserita nel Paese e che attua l’operazione IPPOCAMPO, il piano di evacuazione dei connazionali. La task force è variabile e può essere costituita da un minimo di 60-70 operatori a un massimo di 170-180 con diverse peculiarità. Vi sono elementi che forniscono la sicurezza, personale per soddisfare la logistica, addetti alle comunicazioni, sanitari. A completamento c’è sempre un nucleo di polizia militare composto da Carabinieri. Il “core” della task force è comunque rappresentato dall’Unità di manovra, che poi sarà quella che effettivamente vi evacuerà.

Prima di partire, l’evacuazione viene attentamente pianificata ed è soggetta ad autorizzazione politica

La pianificazione dell’evacuazione, invece, viene effettuata da un nucleo solitamente composto da dieci-dodici elementi. Al termine di questa fase si predispone un piano in cui sono identificati gli assetti da inviare, i tempi in cui farlo, le regole d’ingaggio (ROE) riferite essenzialmente alle attività di auto-difesa sia degli operatori sia dei connazionali civili e tutte le predisposizioni tecnico tattiche da osservare. L’intera operazione e ROE devono avere l’avallo dell’autorità politica. Per questo tipo di azioni si impiegano unità di manovra regolari, tratte da un bacino costituito presso le Forze Armate. L’attuazione del piano viene poi diretta da uno specifico Comando dipendente dal COI chiamato Joint Force Headquarters (It-JFHQ). Si tratta del comando interforze di proiezione rapida. Solitamente c’è una turnazione all’interno di questo bacino con alternanze più o meno semestrali. In caso si tratti di evacuazioni particolari, vengono invece inviate le forze speciali.

Che vi succede se viene lanciata un’operazione Ippocampo?

L’unità che si occuperà di evacuarvi viene immessa nello scenario in momenti diversi. Ciò in modo da avere sempre il polso esatto della situazione sul campo. Prima arriva il nucleo di collegamento e da ricognizione, che prende contatto con la realtà della situazione locale e i funzionari della sede diplomatica italiana di riferimento. Successivamente, il grosso della forza. Parallelamente, la rappresentanza contatta tutti i connazionali per radunarli nei centri di raccolta. Questi poi confluiscono nel cosiddetto punto di evacuazione. Per cui attenzione alle comunicazioni. Poi, militari e personale dell’ambasciata li accompagnano nell’area intermedia. Può essere un porto o aeroporto, ma non necessariamente. Qui vengono effettuati una serie di controlli e si parte per tornare in patria. Tra i check ci sono l’identificazione (ricordatevi di avere con voi un documento d’identità) e alcune verifiche. Da quelle sanitarie alle ispezioni ai bagagli, per scongiurare il rischio di infiltrati o altre problematiche.

Attenzione, non è detto che siano i militari italiani a riportarvi a casa

Attenzione, però. Non è detto che siano i nostri militari a riportarvi a casa. Se uno Stato diverso dall’Italia ha una marcata leadership in un’area geografica e un numero elevato di cittadini da evacuare, è frequente che si faccia carico anche dei connazionali di Paesi amici. Un episodio di questo tipo è avvenuto pochi anni fa in Costa d’Avorio, con la Francia che si occupò anche di alcuni italiani presenti nel paese.

Alcuni consigli per chi viaggia all’estero

Per concludere, è bene per chi di noi viaggia e lavora all’estero, soprattutto per brevi periodi, di seguire una serie di consigli. Innanzitutto registratevi al sito Dvesiamonelmondo. Serve a far sapere al ministero degli Esteri e all’ambasciata che siete lì e come contattarvi. E a voi a farvi trovare più facilmente e velocemente in caso di necessità. Inoltre, muovetevi sempre con il documento d’identità e il telefonino carico (alle brutte portatevi dietro anche una batteria esterna). In caso di crisi, seguite attentamente le istruzioni che vi vengono date. Sia dai diplomatici sia, nel caso, dai militari. A volte potrebbero sembrare delle sciocchezze, ma sono in grado di salvarvi la vita e riportarvi a casa tutti interi. A priori da tutto, comunque, dobbiamo loro rispetto, visto che stanno rischiando la loro per recuperarci. Per il resto “occhi aperti” in ogni occasione e, come diceva Nico Cereghin, “PRUDENZA, sempre”.

PS: L’immagine dell’articolo è la famosa foto di Hubert van Hes dell’evacuazione dei rifugiati civili presso la residenza diplomatica Usa a Saigon, avvenuta il 29 aprile 1975.

 

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