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Usa, Africa sub-sahariana diventa priorità militare nella lotta al terrorismo

Usa, Africa Sub-sahariana Diventa Priorità Militare Nella Lotta Al Terrorismo

Africa sub-sahariana: da area a bassa priorità, è diventata per gli Usa uno dei focus principali

L’Africa sub-sahariana sarà sempre più al centro degli interessi Usa. Ne sono convinti gli analisti di Stratfor, i quali ricordano che storicamente gli Stati Uniti hanno assegnato una bassa priorità alla regione. La recente recrudescenza del terrorismo nell’area (come quella di AQIM e Boko Haram), unita al crollo di formazioni come Isis in Medio Oriente, però, ha cambiato lo scenario. Ha reso necessario concentrarsi maggiormente sul quadrante. E l’America lo ha cominciato a fare con una serie di azioni. Quella politica è stata inserire il 24 settembre i cittadini del Ciad nella lista delle persone soggette a restrizioni di viaggio. Inoltre, il presidente Donald Trump si è opposto ai finanziamenti multinazionali, compresi quelli legati alle missioni di peacekeeping Onu, preferendo invece puntare su azioni in solitaria o in partnership con paesi alleati come la Francia.

Il segretario alla Difesa Mattis ha annunciato più operazioni anti-terrorismo in Sahel e con maggiore autonomia

Il 20 ottobre, peraltro, il segretario alla Difesa Usa, il generale James “Mad Gog” Mattis, ha detto alla commissione Forze Armate del Senato che i militari avrebbero incrementato le attività anti-terrorismo in Africa sub-sahariana. Mattis a proposito ha aggiunto che le regole d’ingaggio (ROE) sarebbero state più lasche e che i comandanti sul campo avrebbero avuto più potere decisionale. La conferma diretta è giunta dalle notizie sulla presenza a più riprese delle forze speciali americane nei paesi dell’area. Tanto che recentemente sono morti 4 operatori in Niger durante una missione con le forze locali. Non solo. Il segretario di Stato Rex Tillerson ha annunciato un finanziamento fino a 60 milioni di dollari alla G5 Sahel Joint Force (FC-5GS). Un’unità di circa 5.000 militari provenienti da Burkina Faso, Mali, Mauritania, Niger e Ciad. L’Unione Africana, le Nazioni Unite e alcuni paesi come Francia e Usa forniranno loro ulteriore sostegno.

La “small footprint” strategy: dal mentoring in campo ai “Lily pads”. Obiettivo, cambiare la percezione delle popolazioni sui militari Usa

Sul campo in Africa sub-sahariana, i militari Usa di AFRICOM lavorano già nell’ambito di una strategia “small footprint”. Questa prevede la predilezione di operazioni e partnership con le forze dei paesi coinvolti. Ciò anche grazie all’impiego delle forze speciali, di droni e di strutture per l’addestramento chiamate Cooperative Security Locations o “Lily pads”. L’obiettivo è non far percepire alle popolazioni le forze americane come invasori, ma come una risorsa e degli amici su cui fare affidamento. In questo contesto un ruolo chiave lo gioca la Francia, che tradizionalmente come sfera d’influenza ha l’area che va dalla savana al deserto del Sahara. Le due nazioni, infatti, dal 2013 hanno cominciato a operare insieme. Quando un’offensiva dei jihadisti e dei nazionalisti Tuareg portò il caos nel Mali e Parigi fu obbligata a intervenire. Lo fece con un considerevole supporto logistico da parte dei militari statunitensi.

La Francia è l’alleato chiave degli Usa in Africa sub-sahariana

Un altro esempio di come si sta evolvendo la partnership Usa-Francia per l’Africa sub-sahariana è legato alla Sahel Joint Force. Nonostante Trump sia sempre stato contrario ai finanziamenti a organismi multinazionali, nel caso del contingente del G5 li ha autorizzati. Ciò in quanto Parigi e il presidente Emmanuel Macron hanno investito su di esso notevoli risorse. Ma, si erano trovati di fronte a un problema sostanziale: i fondi e la mancanza di appoggio politico degli Stati Uniti. La questione sembra sia stata risolta in occasione di un viaggio a metà ottobre a Washington del ministro della Difesa d’Oltralpe, Florence Parly. Questa avrebbe espressamente richiesto all’alleato maggiore assistenza per la Forza.

 

L’analisi di Stratford s

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