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Africa, si raccende la crisi RDC-Rwanda su M23 nel North Kivu

Si raccende la crisi RDC-Rwanda su M23 nel North Kivu. Kinshasa continua ad accusare Kigali di sostenere i ribelli Tutsi e minaccia risposte armate

La crisi tra Repubblica Democratica del Congo (RDC/DRC) e il Rwanda si è riaccesa con durissimi scambi di accuse tra Kinshasa e Kigali. L’epicentro continua a essere il North Kivu e la presenza nella regione del gruppo March 23 (M23) che, secondo l’esecutivo della RDC, è finanziato dalla nazione vicina. Inoltre, in base agli accordi mediati dalla forza militare della East African Community (EAC), M23 avrebbe dovuto abbandonare entro il 15 gennaio tutte le postazioni conquistate nel quadrante. Una smobilitazione effettivamente c’è stata, ma solo parzialmente. Le aree chiave lungo la RN2, che costeggia il confine tra i due paesi, sono infatti ancora sotto il controllo dei ribelli Tutsi.

In mezzo alla crisi ci sono l’EAC, che cerca ancora di mediare, e misteriosi militari Est-europei, di base all’hotel Mbiza a Goma

In mezzo alla crisi RDC-Rwanda, oltre alla popolazione locale che cerca di fuggire dalla guerra, c’è la forza dell’EAC. Questa è schierata a Ituri (Uganda), South Kivu (Burundi) e North Kivu (Kenya). Nairobi ha inviato un migliaio di soldati, ma sta ancora cercando di trattare per evitare il peggio. Peraltro, a Goma sono stati avvistati dalla fine di dicembre diversi militari stranieri, che sembrano provenire dall’Europa Orientale secondo fonti locali. Sono di base a Goma, dove hanno prenotato fino a data da destinarsi tutto l’hotel Mbiza. Non ci sono conferme, ma si sospetta che siano membri del gruppo Wagner. Kinshasa ha sempre smentito un loro impiego, ma M23 afferma di averne le prove e che le tirerà fuori al momento opportuno.

Anche le forze dell’EAC subiscono proteste popolari identiche a quelle contro MONUSCO. Si sospetta una regia comune

In questo contesto non sfugge che nei giorni scorsi ci siano state diverse proteste popolari contro l’EAC, accusata di non agire per fermare la violenza e i massacri dei civili nel North Kivu, nonostante la forza abbia ottenuto alcuni risultati, seppur parziali. Peraltro, è lo stesso mantra usato più volte nelle proteste contro MONUSCO, la missione ONU nel paese africano, che poi ha subito anche diversi attacchi armati e perdite. Gli analisti ritengono che le due campagne d’odio siano collegate tra loro e che facciano parte di un piano per estromettere gli attuali attori internazionali dalla RDC, probabilmente sostituendoli con altri. Di certo, invece, c’è solo che la situazione nella regione è una bomba a orologeria, pronta a esplodere in qualunque momento.

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