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Afghanistan, l’ONU rimanda l’assegnazione di un seggio all’Emirato Islamico

L’ONU rimanda l’assegnazione di un seggio all’Emirato Islamico in Afghanistan. Decisione analoga per la Giunta in Myanmar

I talebani protestano per la decisione delle Nazioni Unite di rimandare la possibilità che l’Emirato Islamico in Afghanistan abbia un seggio all’Assemblea Generale. Il portavoce del ministero degli Esteri di Kabul, Abdul Qahar Balkhi, ha pubblicato una serie di tweet in cui esprime disappunto e sottolinea che l’ONU sta violando i diritti della popolazione afghana. La decisione, inoltre, viene definita ingiusta e non basata su principi concreti. L’Accreditation Committee dell’organismo nei giorni scorsi ha stabilito all’unanimità di posporre l’assegnazione di un seggio sia ai “barbuti” sia alla Giunta militare del Myanmar. La motivazione è il non rispetto dei diritti umani e civili nei confronti dei propri cittadini. A ciò si aggiunge che non è stata esaudita la richiesta della comunità internazionale (per i talebani) di un governo inclusivo e del rispetto dei diritti delle donne, legati soprattutto allo studio.

I talebani vedono il riconoscimento internazionale allontanarsi, anche dai loro partner come la Cina. Lo IEA sa, peraltro, che questa volta non può isolarsi

L’annuncio dell’ONU è una doccia fredda per l’Emirato Islamico, che vede allontanarsi sempre più il riconoscimento internazionale. Infatti, neppure un alleato forte come la Cina lo ha concesso. Beijing da una parte vuole sfruttare le risorse naturali in Afghanistan, ma dall’altra non vuole alimentare ulteriormente le tensioni internazionali, soprattutto ora che c’è forte tensione con gli Stati Uniti su Taiwan. Anche la Russia ha posto dei paletti ai talebani, che questi finora non hanno rispettato. I fondamentalisti, però, a differenza del passato non possono chiudersi su lor stessi, contando solo sui legami con l’ISI in Pakistan. Oggi, se vogliono sperare di governare, devono necessariamente aprirsi verso l’estero. Pena un veloce deterioramento delle condizioni di sicurezza e non nel paese asiatico, che potrebbe portarli a essere cacciati direttamente dalla popolazione. In particolare, pesa la crisi economica che, unita al Covid-19, sta alimentando la già dilagante povertà.

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