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Afghanistan, la guerra tra talebani e Isis-Khorasan Province cosa porterà?

E’ cominciato in Afghanistan un nuovo capitolo della guerra tra talebani e Isis-Khorasan Province. L’Emirato Islamico deve trovare una distribuzione del potere equilibrata

In Afghanistan si riaccende nuovamente la guerra interna tra i talebani per il peso all’interno del gruppo. Come riporta Repubblica, c’è già stata una defezione importante all’interno dell’Emirato Islamico (IEA): quella di Mullah Mansur Hesar, che con i suoi uomini ha giurato lealtà a ISIS Khorasan Province (ISKP) in quanto ignorato nelle nomine su chi dovrà guidare la provincia di Nangarhar. Questa potrebbe essere solo la prima di tante se i fondamentalisti non riusciranno a trovare un equilibrio per distribuire il potere. Ogni fazione grande o piccola che ha combattuto l’ultima offensiva di primavera reclama il suo spazio. Tutti sostengono che Kabul e il Paese asiatico sono stati conquistati anche per merito loro e, di conseguenza, pretendono il “giusto” riconoscimento. Questo si traduce non tanto in risorse, che al momento non mancano, ma più che altro in importanza a livello locale tramite posizioni politiche e di comando.

La guerra talebani-ISKP cominciò ufficialmente nel 2016

La guerra tra ISKP e talebani in Afghanistan è cominciata formalmente nel 2016, quando i miliziani legati allo Stato Islamico annunciarono di aver cacciato l’Emirato Islamico da alcune aree a Nangarhar. Quello fu il momento in cui gli scontri da ideologici si trasformarono in vere e proprie operazioni per la conquista di un territorio fisico. L’ex ISIS, infatti, dopo le sconfitte in Medio Oriente e in Africa settentrionale, aveva messo gli occhi sull’Asia allo scopo di riorganizzarsi e di porre nuovamente le basi per un “Califfato”. In un primo momento l’attenzione era caduta sulle Filippine con la conquista improvvisa di Marawi. Poi, però, la città era caduta e la leadership del gruppo era stata eliminata. Quindi, si concentrarono sull’Afghanistan, sfruttando il fatto che i talebani vivevano un momento di difficoltà, pressati dalle forze locali e da quelle internazionali.

I jihadisti pro-ISIS si insediarono a Nangarhar e Achin divenne il loro quartier generale

In breve tempo i jihadisti di ISKP dilagarono a Nangarhar, stabilendo il loro quartier generale ad Achin. Non a caso fu proprio qui che gli Stati Uniti utilizzarono ad aprile del 2017 per la prima volta la GBU-43 MOAB, la “madre di tutte le bombe”, come viene chiamata in gergo. Gli aerei di Enduring Freedom la sganciarono su una rete di tunnel di ISIS-Khorasan Province nella zona. Pesa quasi 10 tonnellate ed è una tra le più grandi e potenti senza potenziale nucleare. E’ studiata per colpire bersagli in un ambiente contenuto, come canyon o grotte. “E’ la munizione giusta per ridurre questi ostacoli e mantenere il momentum della nostra offensiva contro lo Stato Islamico”, dichiarò in una nota il generale John W. Nicholson, comandante delle forze militari Usa in Afghanistan.

L’anno successivo, però, lo IEA lanciò una violenta controffensiva in tutto l’Afghanistan

A giugno del 2017, però, i talebani lanciarono una maxi controffensiva contro ISKP. Prima a Nangarhar e poi nel nord e nell’Est del Paese. Tanto che il gruppo legato allo Stato Islamico fu cacciato anche dalla rete di caverne di Tora Bora, la stessa località in cui Osama bin Laden riuscì a fuggire a un raid dei militari americani. I protagonisti furono i saraqitah, le forze speciali dell’Emirato Islamico (alias Red Group, Danger Group o Red Cell), che cominciarono una caccia serrata ai jihadisti dello Stato Islamico nel quadrante. Inoltre, l’ufficializzazione dell’avvio di colloqui tra talebani e Stati Uniti nel 2018 rese più forte il gruppo qaedista, che lanciò una chiamata alle armi per tutti i mujaheddin contro la formazione rivale di “invasori”. Non solo in Afghanistan, ma anche in Pakistan e in particolare in Waziristan, la regione tribale al confine tra i due Paesi.

Gli stessi Ulema dichiararono illegali le operazioni di IS e il gruppo jihadista nel 2020 fu costretto a tornare nell’ombra

La chiamata alle armi fu ufficializzata dallo stesso Consiglio degli Ulema delle due nazioni, i massimi religiosi islamici locali, i quali emisero una “fatwa”, un editto in cui dichiaravano illegali le operazioni di ISKP. Questa improvvisa e inaspettata violentissima offensiva su tutti i fronti scoraggiò in particolare i miliziani pro-ISIS afghani, che si erano arruolati soprattutto per avere un salario, i quali tra il 2019 e l’inizio 2020 si arresero in massa alle forze di sicurezza afghane per non finire nelle mani dei talebani. Le decine di defezioni giornaliere minarono pesantemente il gruppo, che fu costretto a nascondersi nuovamente nell’ombra per leccarsi le ferite e cercare di riorganizzarsi. Lo Stato Islamico, però, non era morto. Anzi.

Lo stesso anno ISKP si alleò con l’Haqqani Network. L’obiettivo era convergente per entrambi: riemergere

Per far vedere che era ancora vivo ad agosto dell’anno scorso, per la prima volta nella sua storia, lo Isis-Khorasan diffuse una nota in cui si annunciava l’amnistia verso tutti coloro che si erano arresi ai soldati locali, a esclusione dei comandanti che avevano ordinato ai loro uomini la resa o di chi aveva abbandonato mogli e figli per fuggire. Successivamente, i miliziani pro-ISIS arrivarono ad allearsi con l’Haqqani Network, una rete criminale e terroristica tradizionalmente legata ai talebani e ad al Qaeda, che però negli ultimi anni aveva perso molto peso. Lo fece addirittura nominando come capo un membro dei nuovi partner: Shahab Al-Muhajir, al quale fu delegato il coordinamento del gruppo che si avvaleva della “manodopera” dei jihadisti e della rete di relazioni della formazione locale.

L’Haqqani Network negli ultimi mesi ha scaricato Isis-Khorasan per tornare dai talebani. I jihadisti, però, nel frattempo si sono rafforzati

L’Haqqani network, però, nel recente passato ha “scaricato” gli alleati scomodi tornando alle origini rinsaldando i legami con l’Emirato Islamico. Tanto che ci sono voci sul fatto che Kabul e i distretti soprattutto a Est siano stati presi senza sparare un colpo proprio grazie al gruppo fondato da Jalaluddin Haqqani, che vanta legami molto stretti con il Pakistan, le tribù in Waziristan e parte della vecchia leadership politica in Afghanistan. Questa alleanza temporanea, comunque, ha permesso a ISKP di tornare a lanciare attacchi nel paese e di rafforzarsi. Da una parte acquisendo risorse (armi, munizioni, esplosivi) ed expertise. Dall’altra, ricevendo nuove reclute grazie alla campagna di attacchi mirati contro le carceri, come quello di Jalalabad (3 agosto 2020) in cui furono liberati oltre 1.000 detenuti, la maggior parte dei quali erano ex talebani e jihadisti pro-ISIS.

ISKP ha raccolto i fondamentalisti dell’Emirato Islamico più radicali, scontenti degli accordi di Doha con gli Stati Uniti ed è tornato nell’ombra dopo una serie di attacchi sanguinosi come il massacro all’università di Kabul

Infine, ISKP ha sfruttato la leva degli accordi di Doha tra Emirato Islamico e Stati Uniti per portare nelle proprie fila tutti i fondamentalisti più radicali, scontenti del nuovo corso degli eventi. Nella seconda parte dell’anno, sono poi state effettuate una serie di azioni per far vedere la nuova “forza” di ISIS-Khorasan, come il massacro all’università di Kabul. Dopo l’attacco, però, complice la sete di vendetta dei talebani che volevano far pagare ai rivali la perdita di credibilità verso la comunità internazionale causata da quanto accaduto, ISKP è tornato nell’ombra e vi ha continuato a rimanere con l’avvio dell’offensiva di primavera dell’Emirato Islamico. Soprattutto dopo che l’Haqqani Network è tornato dai suoi vecchi alleati dopo aver visto che questa potenzialmente era decisiva per la debolezza dai soldati afgani, dovuta al disimpegno dei militari internazionali.

Quando i talebani hanno conquistato l’Afghanistan, i miliziani pro-ISIS sono dovuti emergere per non scomparire e hanno scoperto presto che la nuova condizione dell’Emirato Islamico era per lor un’opportunità

Conquistata Kabul, i jihadisti pro-ISIS sono dovuti riemergere necessariamente per non scomparire. Questa “riapparizione”, peraltro, si è trasformata a sorpresa in una grande opportunità. Ciò grazie alla disorganizzazione dei talebani, che non si aspettavano un esito così favorevole e veloce della loro campagna e che quindi non si sono organizzati preventivamente per gestire gli eventi. Inoltre, l’Emirato Islamico oggi ha una debolezza che in passato non aveva: quella di dover dimostrare al mondo di essere una forza “nuova” e credibile, in totale discontinuità con il passato.  Questo elemento, almeno per ora, obbliga il gruppo a dover dialogare con i “crociati”, gli stranieri, e limita la sua operatività. Tanto da autorizzare più o meno velatamente le operazioni americane contro ISKP. A ciò si aggiunge che molti comandanti dei fondamentalisti, soprattutto quelli più ortodossi, si stanno innervosendo e se non saranno adeguatamente “ricompensati” passeranno facilmente al nemico, proprio come Mullah Mansur Hesar e i suoi uomini.

Oggi si rischia una nuova guerra sanguinosa tra IEA e ISKP con in mezzo la popolazione, chiusa tra due fuochi

Quanto sta accadendo in Afghanistan rischia di scatenare una nuova e sanguinosa guerra interna dagli esiti imprevedibili, proprio nel momento in cui dopo decenni le armi tacciono veramente per la prima volta. Gli Stati Uniti con ogni probabilità continueranno a effettuare operazioni mirate contro esponenti di ISKP, ma saranno i talebani a dover affrontare in sostanza il problema di Isis-Khorasan Province e dovranno farlo molto velocemente. Altrimenti rischiano, come accadde nel 2016, una nuova emorragia di miliziani e comandanti che indebolirà la leadership del gruppo a vantaggio dell’ala più oltranzista. Ciò senza contare che verrebbe minato ulteriormente il già fragile controllo sulla base che i vertici esercitano nel paese asiatico. Questi elementi porterebbero sicuramente a ulteriori strette in termini di diritti per la popolazione e nel conseguente fallimento della ripulitura dell’immagine verso il mondo, che il gruppo sta portando avanti.

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