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La Turchia lancia cyberwarfare pro-Erdogan su Twitter

La Turchia Lancia Cyberwarfare Pro-Erdogan Su Twitter

La prima reale risposta di Erdogan ai fatti recenti arriva dal cyberspazio

La Turchia dichiara guerra alla comunità internazionale nel cyberspazio. In particolare a chi ha criticato le pesanti misure repressive, poste in essere dal presidente Recep Tayyp Erdogan dopo il fallito golpe nel paese. Nelle corse ore, un gruppo ignoto di hacker legati ad Ankara ha compromesso centinaia di account Twitter. L’obiettivo era diffondere messaggi di propaganda contro Olanda e Germania, “colpevoli” di aver vietato l’ingresso o bloccato alcuni ministri turchi, nonché a favore del referendum del 16 aprile. In quella data si dovrà decidere se approvare la proposta di estensione dei poteri per Erdogan. Formalmente, si stabilirà se il paese passerà da un sistema parlamentare a uno presidenziale. E, in questo contesto, i ministri erano stati inviati in nazioni europee per arringare le comunità degli espatriati turchi.

Qual è stata la propaganda e chi sono le vittime

Gli hacker hanno modificato le homepage dei bersagli, sostituendo le loro immagini principali con la bandiera turca. La foto del profilo, invece, è stata cambiata con lo stemma nazionale del paese. Inoltre, hanno diffuso una serie di messaggi, scritti in lingua turca, contro Germania e Paesi Bassi definendoli “nazisti”. Proprio come aveva fatto Erdogan qualche giorno fa. A questi si è aggiunta in diversi casi la frase “ci vediamo il 16 aprile”. Le “vittime”, come riporta il Mirror sono stati marchi e organizzazioni eccellenti. Dall’Unicef ad Amnesty Internazional, a Nike Spain, Reuters Japan, London Ambulance, Starbucks Argentina e la Berlin Philharmonic.

L’arma inconsapevole della cyberwarfare turca è stato Twitter Counter

Gli hacker filo-turchi per violare gli account hanno usato un’APP prodotta da terze parti, chiamata Twitter Counter. Questa registra le statistiche di oltre 180 milioni di utenti legate al social media. Lo ha confermato la stessa azienda, facendo sapere di stare lavorando per contenere i danni. Anche da Twitter giungono rassicurazioni. “Siamo a conoscenza della questione che coinvolge un certo numero di account – ha detto un portavoce al Mirror -. I nostri team stanno lavorando per risolvere la situazione. Abbiamo localizzato velocemente la fonte, che è stata limitata a un APP di terze parti e le abbiamo revocato immediatamente i permessi”.

Cosa insegna l’attacco hacker filo-turco

Tra le persone fisiche vittime degli hacker filo-turchi c’è anche l’esperto di cyber security Graham Cluley. Questo, appena si è accorto della compromissione, ha disabilitato la fonte e ha inviato un messaggio a tutti in cui si spiega come fare altrettanto: “Per evitare la diffusione dello spam Nazi, basta andare su Settings/Apps e revocare l’accesso di Twitter Counter al vostro account”. Lo specialista ha rilevato anche un elemento importante. Il fatto che gli hacker siano dovuti ricorrere a un’Applicazione significa che non sono riusciti a ottenere le password degli utenti. Da una parte è un bene, in quanto queste sono al sicuro. Dall’altra è un male, perché è stato dimostrato che si può accedere ai profili bypassando la Login Verification di Twitter.

Opera di hacker alla ricerca di fama o cyberwarfare pura di Ankara?

L’attacco a Twitter è stato etichettato come un tentativo di un gruppo, presumibilmente turco, di acquisire notorietà nel panorama hacker. Alcuni, però, ritengono che sia stata un’azione di cyberwarfare di Ankara. O di formazioni collegate. A far pensare ciò sono alcuni fattori. Innanzitutto le vittime. Sono marchi, organizzazioni e nomi riconosciuti a livello mondiale. Di conseguenza, non sono state scelte a caso, ma in quanto “influencer” su una vasta e variegata audience. Perciò, si è puntato a raggiungere il più ampio pubblico possibile. Usando, peraltro, solo la lingua turca. Anche ciò non è casuale. Si è voluta dare una manifestazione di forza e “patriottismo”. Comuni solo a chi opera per conto di nazioni. Se, invece, fosse stata opera di hacker a caccia di fama, con buona probabilità (come accade tradizionalmente) i messaggi sarebbero stati scritti almeno un’altra lingua (di solito inglese), per diffondersi più facilmente e in profondità sul web.

L’articolo del Mirror sulla cyberwarfare pro-Turchia su twitter

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