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Basta attaccare gli algoritmi, è l’uomo l’unica minaccia reale alla cyber security

Basta Attaccare Gli Algoritmi, è L’uomo L’unica Minaccia Reale Alla Cyber Security

Gli algoritmi buoni o cattivi non esistono. Ci sono, invece, persone (quasi tutte) che li usano per scopi positivi e altre (molto poche) per azioni negative o criminali

Basta attaccare gli algoritmi, identificati come responsabili di qualsiasi bruttura legata al cyberspazio. E’ una bufala, o meglio una fake news. Gli esperti di cyber security fanno notare che, anche nei casi più eclatanti in cui sono stati protagonisti (vedi Cambridge Analytica), dietro c’era sempre un essere umano che li manipolava per i suoi interessi. “L’algoritmo” non è né buono né cattivo, è neutro. E’ solo uno strumento più o meno complesso. Peraltro, nella quasi totalità delle occasioni, spesso poco pubblicizzate, serve a fare del bene. L’ultimo caso è lo studio di un gruppo di ricercatori della Columbia University. Il team, come riporta Fastweb, sta lavorando ad un algoritmo capace di trasformare i segnali del cervello in parole “parlate”. Ciò potrebbe portare in futuro enormi benefici ai pazienti impossibilitati a parlare, in quanto affetti da patologie neurologiche e celebrali.

I legislatori studiano come contrastare le possibili azioni di questi “mostri”. Ma è come colpevolizzare i coltelli da cucina se qualcuno li usa per uccidere. E’ la mano che li “impugna” l’unico responsabile

Dopo i casi di Cambridge Analytica e di alcuni cyber attacchi che sfruttavano particolari algoritmi, il concetto in sé è finito al centro dei dibattiti pubblici. Con tanto di legislatori che stanno studiando norme per regolamentare o “contrastare” questi pericolosi mostri. Ma non ha senso. Un algoritmo può essere considerato, per esempio, alla stregua di un coltello da cucina. Serve per tagliare la carne o altri materiali, ma in alcune occasioni è stato impegnato per uccidere o ferire esseri umani. Nessuno, però, si è sognato di vietarne o limitarne l’uso. La differenza sulla sua funzione, infatti, è data unicamente dalla mano che lo impugna. E’ questa che, giustamente, deve essere responsabilizzata e, nel caso, punita anche duramente. Non l’oggetto. 

Il caso di Anonymous, per esempio, dimostra che nella cyber security non usare “l’algoritmo” è pagante

L’algoritmo in sé non è neppure una minaccia alla cyber security, nonostante quello che si legge sui media. Sicuramente ne vengono impiegati alcuni per compiere attacchi cibernetici. Ci sono, però, anche esempi eclatanti in cui gli aggressori non puntano le loro azioni su di essi e hanno successo allo stesso modo. Anzi, forse di più. Il caso di Anonymous è emblematico. Non c’è una strategia, una tattica o uno strumento deciso a livello centrale. Ma solo un obiettivo. E ogni membro del collettivo di hactivisti lo prende di mira alla sua maniera e con i propri strumenti. Ciò, peraltro, ha creato parecchie difficoltà ai difensori, in quanto non esiste un unico fil rouge da contrastare, ma tanti spilli che insieme diventano una spada. Un singolo elemento, invece, avrebbe avuto maggiori possibilità di essere combattuto in maniera efficace.

Nel cyberspazio tutte le battaglie si combattono tra esseri umani. Inoltre, il settore della IT è in costante evoluzione. Perciò, quello che oggi è valido, domani non lo sarà più. L’unico elemento costante è, invece, l’uomo

Le battaglie, anche nel cyberspazio, continuano a essere combattute da esseri umani. Tecnologia, computer e algoritmi sono solo degli strumenti polivalenti. Dietro alle macchine ci sono sempre persone. Quindi, è il caso che l’attenzione si sposti verso coloro che li utilizzano. Solo andando ad agire su di loro si potrà sperare di ottenere risultati duraturi. Peraltro, come dimostra la storia recente legata alla Information Security, tutto il settore (algoritmi in primis) sono in costante evoluzione: ciò che oggi è valido, domani non lo sarà più. Di conseguenza, è impossibile ipotizzare di legiferare in maniera efficace e stabile. L’unico “elemento” certo e costante, invece, è l’uomo. 

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